«Penalizzazioni per alzare l’età del ritiro»

03/10/2002




3 ottobre 2002

LA PROPOSTA

«Penalizzazioni per alzare l’età del ritiro
»

Il rapporto della commissione Cazzola. Priorità da affrontare «senza strappi»

      ROMA – Spunta la parola «disincentivi» in un documento del governo sulle pensioni. L’introduzione di «incentivi e disincentivi efficaci» ad allungare l’età di pensionamento «è tra le priorità del momento». La frase non è contenuta in un documento qualunque, ma nel «Piano d’azione» sulla previdenza che sta per essere inviato alla Commissione europea che lo ha chiesto all’Italia come agli altri Paesi dell’UE. E proprio da Bruxelles potrebbe arrivare la richiesta di una nuova riforma delle pensioni, come ha fatto capire il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, quando, presentando la Finanziaria, dopo aver riconosciuto che «manca solo la riforma della previdenza», ha aggiunto: «Ma su questo sta lavorando l’Europa». Nel piano, comunque, si annuncia che «il governo intende promuovere ulteriori interventi riformatori, mediante un ampio confronto con le parti sociali», ma «senza l’assillo dell’emergenza». Passata la Finanziaria, quindi, la trattativa sulle pensioni potrebbe tornare all’ordine del giorno, forse già nei primi mesi del 2003. La commissione di esperti guidata da Giuliano Cazzola, consulente del ministero del Lavoro, e composta da tecnici dei ministeri e degli enti previdenziali ha consegnato il «Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistici» ai ministri del Welfare, Roberto Maroni, e dell’Economia, Giulio Tremonti. Il documento, ha detto Maroni, sarà presto inviato a Bruxelles, dove la commissione lavorerà a «un piano europeo per le riforme previdenziali», che verrà presentato il prossimo anno e che sarà «uno dei temi al centro del semestre di presidenza italiana» dell’Unione europea (luglio-dicembre 2003).
      CI SARA’ UNA TRATTATIVA - Nel Rapporto (una quarantina di cartelle, accompagnate da due appendici, una statistica e l’altra giuridica) si illustra e si difende la strategia italiana per rispondere alle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione sul sistema previdenziale. Strategia «morbida», quella scelta dal governo Berlusconi, basata sull’aumento volontario dell’età pensionabile. Nel disegno di legge delega presentato quasi un anno fa non si aumentano infatti i limiti di età e contribuzione per la pensione, ma si prevedono incentivi per chi sceglie di ritardare il pensionamento (aziende e lavoratori non pagano contributi). Adesso nel Rapporto si dice che bisogna fare di più e per la prima volta si parla di penalizzazioni per chi decide di anticipare il pensionamento, pur senza avanzare proposte specifiche. Del resto, è questa l’unica forzatura rispetto alla linea di Maroni che, sulle pensioni, in particolare quelle di anzianità, ha deciso di non intervenire.
      I tecnici ricordano che con le riforme degli anni Novanta, che hanno innalzato obbligatoriamente i requisiti d’età e di contribuzione, si è avviata «una prima timida inversione di tendenza rispetto alla fuoriuscita precoce dal mercato del lavoro». L’età media effettiva di pensionamento è così passata dai 58 anni e mezzo del 1994 ai 59 anni e mezzo attuali. Ma questo, è scritto nelle prime pagine del Rapporto, non basta. «Rafforzare tali tendenze – introducendo incentivi e disincentivi efficaci ed orientando più in generale le politiche del lavoro a favore dell’occupazione dei più anziani – è tra le priorità del momento». Una priorità che, comunque, verrà affrontata senza strappi, ma con una trattativa con i sindacati e le imprese.
      IN PENSIONE PIU’ TARDI - Le riforme fatte «hanno consentito di evitare il collasso», facendo risparmiare al bilancio pubblico 54.805 miliardi di vecchie lire tra il 1996 e il 2000, scrivono gli esperti. Ma ancora nel 2001 la spesa per pensioni ha superato le entrate da contributi di 9 miliardi e 684 milioni di euro, pari allo 0,8% del prodotto interno lordo. E quindi «molto rimane da fare per rispondere alla sfida posta dai processi dell’invecchiamento demografico». Anche perché «la fase di transizione» dal vecchio sistema (retributivo) a quello nuovo (contributivo), previsto dalla riforma del ’95, è «piuttosto lunga». L’obiettivo che tutti i Paesi europei devono raggiungere è stato chiaramente indicato dal consiglio di Barcellona. Entro il 2010 bisognerà «innalzare l’età effettiva di pensionamento di 5 anni (nella media dell’UE)». Aumentare l’età, dicono i tecnici, farebbe bene non solo ai conti, ma anche all’importo delle pensioni che, altrimenti, col calcolo contributivo si impoverirà sempre più. Tanto che il governo non esclude di «reintrodurre meccanismi di indicizzazione reale» delle pensioni anche ai salari, come era prima del ’92.
Enrico Marro



WELFARE & CIFRE
67,3%

Il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito da lavoro percepito da un dipendente privato di 60 anni di età con 35 anni di contributi che sia andato in pensione nel 2000.

76,9%
Il rapporto tra la rendita e l’ultimo reddito da lavoro percepito da un dipendente privato con 65 anni di età 40 anni di contributi che sia andato in pensione nel 2000.


56%
Il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito da lavoro percepito da un dipendente privato di 60 anni di età con 35 anni di contributi che andrà in pensione nel 2020 .

72,4%
Il rapporto tra la rendita e l’ultimo reddito da lavoro percepito da un dipendente privato con 65 anni di età 40 anni di contributi che andrà in pensione nel 2020
59,4%

L’età media effettiva di cessazione dell’attività lavorativa nel 2001. L’età media calcolata solo per gli uomini è stata di 59,1 anni, mentre per le donne di 60,4 anni