«Pellicce con pelo di cane» La Lav accusa La Rinascente

10/01/2003





 
   
10 Gennaio 2003
SOCIETÀ




 
«Pellicce con pelo di cane» La Lav accusa La Rinascente

CINZIA GUBBINI
ROMA
L’esame del Dna ha confermato i sospetti degli animalisti: quei cappotti in vendita nei grandi magazzini La Rinascente e Carrefour sono fatti con la pelliccia di cane. A due anni dalla denuncia-bomba della Lega antivivisezione (Lav), che scoprì lo stesso orrore in un Upim e in un Oviesse, ieri l’associazione ha annunciato che il turpe mercato continua. I giacconi acquistati dagli attivisti sono stati comprati a Torino lo scorso 7 dicembre nella Rinascente di via Lagrange 15 e nel Carrefour di Corso Montecucco. Il 3 gennaio è arrivato il responso del laboratorio chimico della Camera di commercio di Torino: la pelliccia dei giacconi è effettivamente di
canis familiaris, cioè di cane domestico. Il gruppo La Rinascente, tuttavia, smentisce l’accusa della Lav, sostenendo che il fornitore del capo e il fornitore dell’accessorio di pelliccia certificano trattarsi di pelo di Murmasky, animale non domestico, e che il gruppo procederà con le analisi del caso. La commercializzazione della pelliccia di cane e gatto è vietata in Italia da un’ordinanza approvata nel 2001 dal ministero della salute. Non solo la commercializzazione, per la verità, ma anche la semplice detenzione; per cui, interpretando la norma alla lettera, persino gli ignari acquirenti dei giacconi sono imputabili e potrebbero chiedere un risarcimento danni alle società che hanno messo in vendita i capi. «L’ordinanza del ministero della salute, purtroppo, non basta per impedire il fiorire di questo mercato – spiega Marco Marco Francone, consigliere del direttivo nazionale Lav – il ministero delle attività produttive dovrebbe emanare una norma sull’etichettatura introducendo il reato di frode in commercio per la vendita di pellicce e peli di animali domestici, o per l’affissione di etichette ingannevoli». Il problema, infatti, sta tutto lì: l’etichetta. I due capi sotto accusa, ad esempio, ne erano completamente sprovvisti. Ma, spesso, ai capi d’abbigliamento vengono anche applicate etichette «ingannevoli», che spacciano pellicce «domestiche» per pellicce provenienti da altri animali, usando nomi di fantasia come «Dogues Wolf», «Wild cat» o «Mountain cat». E se la vendita di pellicce di cane è così diffusa nelle grandi reti di distribuzione – nonostante la presenza di un’ordinanza del ministero della salute – figurarsi cosa si può trovare nei mercati o nei piccoli esercizi. Il paese che più esporta pellicce e pelli di cane e gatto è la Cina, dove gli animali vengono allevati nelle regioni del nord, perché le basse temperature mantengono la qualità e lo spessore della pelle dell’animale. Almeno 2 milioni di animali domestici, secondo lòa Lav, vengono uccisi ogni anno per fabbricare pellicce e pelli. Purtroppo, finora, il ministro Marzano è stato sordo alle richieste degli animalisti che pretendono una normativa inequivocabile in Italia.

Ma c’è anche un problema di controllo. La storia dei giacconi, infatti, era già stata oggetto di esposti presentati in procura dalla Lav, e nessuno si è preoccupato di procedere con sequestri cautelativi. E ora che La Rinascente promette ulteriori controlli, è possibile che i capi d’abbigliamento rimangano in vendita fino all’accertamento definitivo. Su questo punto dovrà ora pronunciarsi il magistrato.

Ma se la bufera è scoppiata a proposito dei giacconi, esistono molti altri oggetti su cui si focalizza l’attenzione degli ambientalisti. Spesso si tratta di capi di abbigliamento in cui la pelliccia viene usata come guarnizione (gilet, guanti, scarpe), ma anche i simpatici animaletti di peluche possono risultare una sorta di animale imbalsamato. Il consiglio ai consumatori è, ovviamente, di comprare solo pellicce sintetiche. O, almeno, di stare attenti alle etichette. E per l’11 gennaio la Lav annuncia una mobilitazione in numerose città italiane.