“PD” Walter lancia la formula «di tutto un po’» (Stella)

28/06/2007
    giovedì 28 giugno 2007

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      IL DISCORSO
      Il nuovo puzzle delle citazioni

        Walter lancia la formula «di tutto un po’»
        E con gli elogi avverte i «duri» e la sinistra

          Il sindaco-leader ricorda De Gasperi e Olof Palme. L’inchino a Biagi e D’Antona

            di Gian Antonio Stella

              Se sarà un po’ più rosso o un po’ più bianco, un po’ più aperto o un po’ più chiuso, un po’ più rock o un po’ più lento, si vedrà. Quel che è sicuro è che il nuovo Partito democratico, in questo Paese timoroso nei confronti di jettatori, menagrami e «schiattamuorti», nasce (evviva) senza fisime superstiziose.

              Manco il tempo che Walter Veltroni finisse il suo appassionato e fluviale discorso ed è infatti partita, sia pure nella versione inglese, una musica struggente: «Si è spenta già la luceee…». Valla a trovare, una colonna sonora per una nuova forza politica che ha l’ambizione di essere insieme erede di De Gasperi e Togliatti, Rosselli e Parri e un mucchio di altri padri e madri, zii e prozie. «Mira il tuo popolo»? Figurarsi.

              «L’Internazionale?». Neanche. «Bandiera rossa»? Per carità! «Biancofiore / simbolo d’amore»? Manco a parlarne. Solo un uomo potrebbe scriverlo, il nuovo inno ecumenico: l’«ancora giovane Walter». Il quale, sfidando il torrido caldo sahariano della Sala Gialla del Lingotto, i rigagnoli di sudore nel colletto e le battute sulla definizione di Fassino («di tutti noi Veltroni è il più fresco»), ha riassunto in cento minuti di discorso la sintesi di quel che sarà, questo Pd. Direte che una sintesi di un’ora e quaranta è assai poco sintetica. Difficile darvi torto. Giovanni XXIII riuscì ad aprire il Concilio Vaticano II con una prolusione di 37 minuti. La dichiarazione d’indipendenza americana richiese 1.374 parole. E il «Manifesto del partito comunista» 10.668: un migliaio in meno di quelle spese ieri dal sindaco di Roma per accettare la candidatura a guidare il nuovo partito. Ma lì, appunto, c’era da teorizzare uno schema solo. Qui, il nuovo leader doveva metterne insieme due, tre, quattro. Sorridere alla Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato, riconoscere i valori del Family Day e ricordare i diritti dei gay, scuotere il grande popolo di sinistra intorno alla «lotta contro la precarietà» e rendere omaggio a Massimo D’Antona e Marco Biagi, a lungo bollati dalla sinistra, anche quella lontanissima dai fanatismi brigatisti, come uomini «oggettivamente» al servizio del libero mercato e quindi del «nemico».

              A farla corta, il contesto si prestava a un aggiornamento dell’adagio del vecchio Ruggero Bauli il quale, a chi gli chiedeva quale fosse la ricetta del «Pandoro », rispondeva: «Un po’ più, un po’ meno, un po’ prima, un po’ dopo». I giudizi sprezzanti arrivati da destra (Margherita Boniver: «La platea si è scaldata solo sui concetti copiati da Berlusconi ») o da sinistra (Cesare Salvi: «Un discorso ideologicamente vecchio» e «blairista mentre Blair sta uscendo di scena») sono però frettolosi. E non vedono, nel lungo lungo discorso veltroniano, un tentativo che dovrebbe interessare sia la destra sia la sinistra radicale: quello di ridisegnare una sinistra moderna. Europea. «Moderata», come dice (un po’ schifato, lui) Franco Giordano. Interessata a trovare nuove parole d’ordine. A liberarsi di certi schemini vecchi e imbolsiti.

              E qui Veltroni, al di là delle facili ironie sulle scelte «veltroniane» di schierare in prima fila suor Giuliana del Cottolengo o far tradurre in simultanea il suo discorso per i sordomuti (polically correct: audiolesi) e dedicare la prima citazione a De Gasperi riconoscendo «quanta strada è stata fatta» nel dopoguerra, ha detto davvero alcune cose che non piaceranno per niente a un pezzo di sinistra. Quella rissosa, attaccabrighe e convinta come era anni fa Fausto Bertinotti che «i governi migliori sono quelli terremotati» e sottoposti «a torsione ».

              La prima è stata, appunto, l’inchino non solo a D’Antona ma anche a Marco Biagi, con una bocciatura dell’idea di cancellare tout-court la legge che porta il suo nome come altre fatte dal Polo: «Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato».

              La seconda, con un’implicita censura al manifesto rifondarolo che strillava «anche i ricchi piangano», è stata una citazione di Olof Palme: «La battaglia non è contro la ricchezza, ma contro la povertà». La terza la proposta, poco gradita ai duri e puri, di spalancare il mercato immobiliare tassando i canoni solo al 20%, almeno per chi affitta alle giovani coppie e agli studenti, «poi si vedrà ».

              La botta più dura, però, come dimostrerà la gelida assenza per ore e ore di repliche da parte dei leader confederali, è ai sindacati. Aggiunta a mano, fuori dal testo ufficiale scritto. Testuale: «Il sindacato non deve tutelare solo i pensionati o coloro che hanno già un posto di lavoro, ma deve saper tutelare anche i giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro». E via così.

              Contro i «signornò»: «Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». Contro i demagoghi: «Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. Occorre bandire ogni atteggiamento classista, considerando ugualmente esecrabili un imprenditore che evade le tasse e un dipendente pubblico che percepisce lo stipendio e non lavora». Contro i costi eccessivi della politica: «Chi critica sprechi e irrazionalità e chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. La politica deve essere sobria ». Contro chi vuole la politica dello scontro: «Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto». E via così.

              A proposito: Berlusconi? Sette anni fa, proprio qui, al Lingotto, dopo aver tentato inutilmente di scaldare i cuori con Lumumba, i boat-people, la fame nel mondo, i fratelli Cervi e la sedia elettrica, era riuscito a strappare un diluvio di applausi attaccando il Cavaliere. Stavolta no: mai nominato. E l’Africa? Non aveva detto che «dopo 50 anni la vita va reimpostata » e che dopo aver lasciato il Campidoglio voleva dedicarsi «alla questione dell’Africa »? C’è tempo, c’è tempo…