“PD” Veltroni: la democrazia deve saper decidere

28/06/2007
    giovedì 28 giugno 2007

      Pagina 2 e 3 – Primo Piano

      Veltroni: la democrazia
      deve saper decidere

        FABIO MARTINI

        TORINO
        Con semplicità studiata è entrato nella Sala Gialla del Lingotto da una porta laterale. Si è lasciato applaudire per pochi secondi, il giusto. Si è accomodato dietro un podio trasparente e da lì si è prodotto in un incipit più sobrio del solito: «Grazie di essere qui…». Walter Veltroni – il leader che ha sempre il cuore in bocca – nel discorso di accettazione della nomination alla guida del partito democratico, ha provato a ritoccare almeno un po’ l’immagine del leader emozionante, che sa parlare più al cuore che alla testa degli elettori. In un discorso durato 94 minuti e interrotto da 72 applausi, Veltroni ha distillato pochissime delle consuete citazioni e ha provato a tratteggiare un partito democratico concreto, capace di congedarsi dalla malattia dell’ideologismo, ma soprattutto in grado di sbloccare il male nazionale: l’indecisionismo. «La democrazia certo è ascolto, ma alla fine è decisione».

        Un Veltroni dal piglio decisionista e lungo questo filo rosso, il sindaco di Roma ha intrecciato le novità del suo discorso: decisionismo è saper dire un sì esplicito alla Tav («Non si può dire no all’alta velocità se l’alternativa è il traffico che inquina»); è saper dire sì al «ciclo di smaltimento dei rifiuti» se l’alternativa è «la discarica a cielo aperto»; è saper dire chiaro e tondo che se la legge elettorale non si cambierà in Parlamento, allora «ci pensi il referendum».

        Ma è anche un Veltroni, che senza mai citare Tony Blair nel giorno dell’addio del leader laburista, ha provato a tratteggiare un Pd che più blairiano non potrebbe, capace di intaccare alcuni dei tabù della sinistra italiana: «Il Pd dovrà essere capace di sfidare i conservatorismi di destra e di sinistra». E ancora: «Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione fiscale», perché «è egualmente esecrabile un imprenditore che evade le tasse e un dipendente pubblico che non produce». E ancora: «Il sindacato deve sapere tutelare i giovani che faticano ad entrare nel mercato del lavoro». E sul tema sempre insidioso della sicurezza, ha annunciato: «La sicurezza è un diritto fondamentale, non è di destra né di sinistra: gli extracomunitari che commettono reati vanno fermati senza se e senza ma». La difesa dell’ambiente? «Siamo per l’ambientalismo del sì».

        Walter Veltroni è apparso poco dopo le 17 al Lingotto, nel 2000 teatro dell’”I care”, discorso famoso, ma anche foriero di spiacevoli effetti almeno per i Ds. Allora il giovane Walter era segretario dei Ds ma del suo partito non si prese gran cura: per candidarsi sindaco di Roma, Veltroni lasciò la Quercia senza guida nella campagna elettorale delle Politiche del 2001. Ma nel suo ritorno al Lingotto, Veltroni ha cambiato registro. Unica concessione alla politica-spettacolo, lo speciale monitor trasparente che gli consentiva di leggere il testo del discorso, senza accatastare fogli su fogli. Quello che Veltroni tratteggia è un Pd poco ideologico, anche se il messaggio più interessante, sul quale scommette per preservare la sua diversità è l’appello contro la politica rissosa: «Basta con gli scontri feroci e i veleni. Lo dico con fermezza, basta! E’ il Paese che ce lo chiede, perché non ne può più delle polemiche che diventano insulti!».

        Sul terreno insidiosissimo dei rapporti con la Chiesa, Veltroni ha invocato «una sintesi tra integralismo religioso e laicismo esasperato», che superi «il bipolarismo etico tra fede e laicità», mentre sui Dico si è attestato sul minimo comun denominatore, limitandosi a difendere il progetto di legge del governo. E proprio al governo, Veltroni ha dedicato diversi passaggi elogiativi, spiegando lo sforzo risanatore di Prodi «meglio di quanto abbia fatto lo stesso premier», come commentava un prodiano presente in sala. Ha invocato una “riforma della politica”, ribadendo la richiesta di ridurre il numero dei parlamentari e abolendo il bicameralismo perfetto.

        Non che siano mancati afflati sentimentalistici o parole alate. Come quando ha definito il Pd come «il partito del nuovo millennio». O quando ha detto: «La politica è un meraviglioso viaggio collettivo e vorrei che lo facessimo per una volta in allegria: in questa casa più grande, con amici nuovi, tutti possiamo essere diversi e migliori». Sul partito che deve ancora nascere, sulle regole che dovranno portare all’elezione dell’Assemblea Costituente del 14 ottobre, Veltroni non si è molto dilungato. Ma ha fatto un annuncio importante, soprattutto se sarà attuato: «Il partito democratico sarà nuovo solo se sarà composto negli organismi dirigenti per metà da donne». Ma la sua sarà una corsa solitaria o ci saranno altri sfidanti? Veltroni non ha potuto non dire: «Se ci saranno più candidature alla segreteria del Pd sarà sicuramente un bene». Anche se il lavorìo dietro le quinte va in un’altra direzione: Veltroni non gradisce uno sfidante del calibro di Pierluigi Bersani e in questo si ritrova d’accordo con l’antagonista di sempre, Massimo D’Alema che vede malissimo uno scenario nel quale iscritti ed elettori ds si trovassero incerti tra due candidati contrapposti.

        Veltroni sa bene che da oggi in poi un ingorgo nel centro storico di Roma, per la propaganda avversaria diventerà un evento nazionale, ma sa pure che non può mollare la postazione: «Al patto che ho stretto con Roma non posso e non voglio venire meno». Discorso asciutto, ma non privo di passaggi nei quali chi lo ha ascoltato ha dubitato della piena sincerità. Come quando, alludendo alla sua vecchia promessa di dedicarsi all’Africa una volta terminato l’incarico di sindaco, Veltroni ha detto: «Il mio programma di vita è un altro e so che ci sono luoghi nel mondo e nel mio cuore nei quali dovò tornare e che mi chiamano. Ma non ho mai pensato che la vita e la politica fossero un territorio per vedere realizzate esclusivamente le proprie ambizioni. La politica non è una passeggiata solitaria nella quale puoi fare le soste che più ti piacciono». Come dire: poiché mi avete chiamato, io mi metto a disposizione. I leader democristiani lo chiamavano «spirito di servizio». Finito il discorso nella Sala Gialla, Veltroni si è trasferito nel capannone sotto il quale un migliaio di cittadini – meno selezionati degli altri e che aveva seguito il discorso attraverso un megaschermo. Ovazione al suo arrivo, breve discorsetto, nuovi applausi, più caldi di quelli dei vip e poi Veltroni ha raccontato ai cronisti: «Il primo a chiamarmi è stato Romano Prodi. E’ stata una telefonata bellissima e molto commovente, mi ha fatto molto piacere. E’ per me un grande onore il consenso che si sta registrando attorno al mio nome».