“PD” Sindacato e vecchi riti (R.Polverini)

07/02/2007
    mercoledì 7 febbraio 2007

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    DIBATTITO. APERTO DA MACALUSO SULL’UNITÀ DEI RIFORMISTI

      Il sindacato non può cambiare
      se resta ancorato a vecchi riti

        di Renata Polverini
        Segretario generale della Ugl

          Emanuele Macaluso ha rilanciato, dalle colonne del Riformista, il tema dell’unità sindacale suscitando interessanti riflessioni da parte di Pier Paolo Baretta e di Nicoletta Rocchi. La proposta è quella di unire i riformisti del sindacato e, soprattutto, «nel» sindacato, dal momento che l’Autore esprime più di un dubbio – difficile da contestare – circa la volontà del nascituro Partito democratico di rappresentare le istanze dei lavoratori.

          L’idea di fondo, però, ripropone l’abitudine a ragionare, anche per l’orizzonte sindacale, con i vecchi schemi mentali della destra e della sinistra, considerando “amici” o “non amici”, per definizione, i governi, a prescindere dai comportamenti e dai provvedimenti che assumono. Questo metro di valutazione ha determinato, da parte di qualche sindacato, atteggiamenti pregiudiziali verso il precedente esecutivo e, più recentemente, gravi disillusioni per la mancata attuazione di promesse elettorali alle quali si era entusiasticamente quanto ingenuamente creduto. Al punto che oggi quelle stesse organizzazioni si domandano se il male minore, in fatto di pensioni, non sia mantenere e addirittura difendere la riforma Maroni o se, per quanto riguarda la precarietà del lavoro, non resti che rinforzare la trincea dei contratti piuttosto che sperare in un improbabile miglioramento, lasciamo stare l’abrogazione, della legge Biagi.

          La prima risposta che il sindacato deve dare è dunque quella – come ha fatto l’Ugl negli anni del governo Berlusconi – di praticare, piuttosto che ribadire, la reale autonomia dai partiti, mentre al governo spetta il compito di garantire la libera espressione e la concreta partecipazione di tutti i corpi intermedi alla vita del Paese. Su questo punto, che pure costituisce uno degli aspetti più importanti del contributo di Pier Paolo Baretta e di Nicoletta Rocchi al dibattito aperto dal Riformista, mi sembra che oscillare tra la normazione per legge della rappresentanza e la riproposizione di ossimori di antica memoria (dalle «convergenze parallele» passiamo al «pluralismo convergente») non aiuti a risolvere il clamoroso deficit di democrazia che stiamo vivendo e che proprio il Riformista ha recentemente stigmatizzato.

          Non si può, infatti, passare dai tavoli infarciti di qualsiasi soggetto associativo a quelli imbanditi di Palazzo Chigi dove Prodi – invitando al proprio desco soltanto Cgil, Cisl, Uil e Confindustria – ritiene di esaurire il confronto con le parti sociali tra un menu ipocalorico e un inconcludente memorandum. Tra la frantumazione della rappresentanza e la sua attribuzione ad un monopolio fuori dal tempo e dalla realtà, continuo a ritenere – per quanto riguarda la parte che mi compete – che la dimensione della confederalità, per anni accertata senza grandi difficoltà persino dalla magistratura, sia l’unica in grado di coniugare senso di responsabilità, visione nazionale e tutela degli interessi del mondo del lavoro.

          Dice infine Baretta che «la profondità del cambiamento intervenuto, in pochi anni, nella società e nel lavoro è tale che se si vuole affrontare seriamente il futuro si dovrebbe parlare per il sindacato, come per la politica e le istituzioni, di una fase costituente» e la Rocchi aggiunge, sempre sul Riformista, che «il compito dei sindacalisti oggi è pensare al sindacato futuro»: giusto. Ma, allora, come pensano questi due bravi e stimati colleghi molto accreditati nell’area riformista di contribuire al cambiamento e all’ammodernamento del Paese se non riescono a far superare alle proprie organizzazioni un concetto di concertazione così datato e così poco inclusivo della realtà del mondo del lavoro e finanche dell’impresa? Molti si affannano a sostenere che l’Italia è a un punto critico e i fatti di questi giorni dimostrano che non è solo quello dell’economia il terreno su cui occorre lavorare. Tutti dicono che c’è bisogno di un cambiamento, di una «svolta».

          Quella proposta e praticata, nel merito e nel metodo, da alcuni sindacati sembra essere, però, più che una svolta una conversione ad U: dal riformismo, insomma, rischiamo di approdare al ritornismo delle eterne indecisioni, dei riti – sempre uguali a se stessi – di una concertazione che ormai rappresenta un certificato di esistenza in vita piuttosto che lo strumento per attuare scelte importanti e, come tali, condivise.