“PD” L’ultima metamorfosi rossa (E.Berselli/1cont)

10/04/2007
    martedì 1o aprile 2007

    Pagina 17 – Interni

      Verso il partito Democratico
      I Democratici di sinistra

      Dalla Bolognina alle primarie
      l’ultima metamorfosi rossa

        I dubbi della base ds: non ci tocchino le feste dell´Unità

          Edmondo Berselli

            Si è capito praticamente tutto di ciò che avviene al vertice dei Ds nella terza o quarta o ennesima metamorfosi del partito in meno di vent´anni, quella che condurrà alla genesi del Partito democratico. Si sa che Piero Fassino sta per giocarsi il capitale accumulato con un impegno durissimo negli anni della sua segreteria. E che l´opposizione al destino liberaldemocratico, rappresentata soprattutto dalla corrente e dalla mozione di Fabio Mussi e Cesare Salvi, si tradurrà in una fuoruscita dai Ds, o meglio nella mancata confluenza nel nuovo partito, in coincidenza con il congresso di Firenze convocato per il 19-21 aprile.

            Invece si conosce molto meno ciò che è avvenuto e sta avvenendo dentro la base, nelle federazioni locali, nel sindacato, in questa transizione senza lacrime che comunque non può essere indolore. Come ha detto il sindaco di Torino, il liberal Sergio Chiamparino, «dobbiamo mettere in conto la possibilità di perdere dei pezzi». Questa convinzione viene vissuta con una specie di fatalismo, come se nella realtà i giochi fossero già fatti, le carte distribuite, i punteggi già conosciuti. Tre quarti del partito (il 75,64 per cento) schierati con il segretario, l´ex Correntone (15,02) con un piede o tutt´e due sull´uscio, la fronda del duo Angius-Zani (9,32 per cento) collocato in posizione critica e attendista, comunque non esplicitamente scissionista.

            Eppure questi automatismi e la prevedibilità del risultato finale scontano il voto in controtendenza in grandi città come Roma, dove le mozioni contrarie alla segreteria hanno raggiunto quote cospicue, limando di dieci punti il voto fassiniano. E lasciano spazio come a un vibrare del corpo del partito, come se sottopelle corresse un serpeggiare di dubbi, di insoddisfazioni, di incertezze.

            Oggi c´è una formazione politica con oltre 600 mila iscritti, 7500 sezioni territoriali e aziendali, il 17 per cento alle elezioni del Senato nel 2006 (6 milioni e mezzo di voti): che fanno dei Ds, piccolo partito del socialismo europeo, il maggiore partito del centrosinistra, con un radicamento e una struttura organizzativa che è effettivamente l´erede del vecchio Pci in quanto partito di massa.

            E domani? Che cosa accadrà dopo il congresso e dopo la prossima assemblea costituente del Partito democratico? Spesso si avverte un senso di vuoto, un disagio acuito dalle stilettate quotidiane provenienti dall´ala neosocialista, esemplificate dai corsivi semplici e taglienti di Emanuele Macaluso sul Riformista, che spesso fanno breccia nell´animo dei diessini. Per captare quasi fisicamente questa sensazione sarebbe bastato essere presenti al congresso della federazione bolognese, in cui la deputata Katia Zanotti ha annunciato il suo distacco: «Un discorso straordinario, un discorso politico molto bello», ha commentato il filosofo Carlo Galli, presente come osservatore, descrivendo una carica di emotività politica intensa al punto di scuotere tutti i partecipanti.

            Sotto questo profilo Bologna e l´Emilia-Romagna rappresentano un test dal notevole significato indiziario. È vero che fra il Po e l´Appennino la mozione di Fassino ha rastrellato una maggioranza superiore alla media nazionale. Tuttavia lo spostamento sulle posizioni di Gavino Angius da parte di un dirigente conosciuto, stimato e a suo tempo temuto come Mauro Zani, nonché l´aperta posizione mussiana del sottosegretario all´economia, l´ex sindacalista Alfiero Grandi, hanno lasciato qualche traccia.

            Anche perché è vero che la federazione emiliana continua a essere uno dei polmoni rossi del partito, e che sul piano della gestione del potere si è creata una diarchia, quella fra il sindaco delle Due Torri Sergio Cofferati e il presidente della Regione Vasco Errani, che non lascia grandi opportunità a eventuali outsider e assicura un equilibrio durevole.

            Tuttavia il caso emiliano ha un riverbero particolare perché Bologna è da tempo il laboratorio e il banco di prova del centrosinistra, specialmente dopo il quinquennio di Giorgio Guazzaloca. A cui bisogna aggiungere che la vicenda bolognese è punteggiata da vistosi incidenti di percorso, come il voto di ritorsione che ha penalizzato il segretario bolognese Andrea De Maria, il coalizzarsi in chiave anti-cofferatiana di alcuni ex amministratori intorno alla figura di Silvia Bartolini (la candidata inopinatamente confitta nel 1999 da Guazzaloca), l´uscita allo scoperto dell´ala borghese mugugnante, con in testa il filosofo Stefano Bonaga e l´ex assessore regionale Luigi Mariucci, che criticano l´incomunicabilità del sindaco con la città. «I soliti salotti», ha commentato Cofferati; eppure non manca chi interpreta questi episodi come sintomi di una malattia latente.

            La malattia per ora è modesta, un´indisposizione che tocca in primo luogo il sindaco; ma c´è il rischio che contagi il Partito democratico. Percepito come un´operazione verticistica. Per certi versi anche rassicurante, perché promette di trasferire nella nuova entità politica gran parte dell´apparato, con il seguito di assessori, quadri, cooperatori, sindacalisti, associazioni affiliate; ma che nello stesso tempo lascia insoddisfatti coloro che puntavano a un´iniziativa rinnovatrice assai più radicale. «La partecipazione ai congressi è stata forte in Emilia», dice Lanfranco Turci, ex diessino riformista ante litteram, ora Rosa nel pugno, che sta impegnandosi nella costruzione di un´area liberalsocialista: «ma con un atteggiamento dettato da un obbligo o un sentimento di fiducia verso i leader del partito più che da una motivazione davvero sentita».

            Sono soprattutto i «destri», la tradizionale componente ipermigliorista, gli iscritti, i dirigenti, i manager coop che hanno già fatto da tempo il salto da comunisti a liberal, a esprimere la preoccupazione di un cambiamento che non cambi nulla, o che si limiti a sistemare i tasselli già decisi: «Fassino ha tutto il diritto di candidarsi alla guida del Partito democratico, il ruolo di D´Alema lo vedremo; Veltroni è la speranza bianca come leader del centrosinistra. Ma provate a pensare che cosa accadrebbe, e che segno di innovazione sarebbe, se invece delle solite facce emergessero alla testa del partito figure come Pier Luigi Bersani e Anna Finocchiaro».

            Con l´auspicio inespresso che anche nella Margherita si sviluppi un processo analogo, che porti in primo piano una generazione nuova, i Letta e i Franceschini. Anche se per ora il dialogo con il partito promesso sposo avviene tutto al livello dei vertici politici. Sul territorio non si è ancora verificato il chimismo, Ds e Margherita sono fratelli separati, gli assessori si parlano mentre i popoli non si sono ancora mescolati. Ma questo, dicono tutti, potrà avvenire dopo, più tardi, quando si comincerà a mettere in comune sedi e sezioni. Cioè quando comincerà il grande bailamme della fusione vera: «Però non ci devono toccare la Festa dell´Unità».

            Per adesso, dopo mesi di inquietudine, sembra che l´avvicinarsi del congresso abbia moderato gli animi. Anche per la ragione che tutti danno per scontato il distacco di Mussi e dei suoi in Parlamento, con la costituzione di un gruppo parlamentare distinto; ma in periferia le cose appaiono molto più sfumate. «A Torino i mussiani hanno tre assessori e sono sovrastimati rispetto alla loro forza numerica; e dunque non possono uscire dal partito, perché se lo facessero gli si chiederebbe di abbandonare i posti», spiega lo storico dell´industria Giuseppe Berta. Situazioni analoghe sono frequenti sul piano locale. Sicché soprattutto nelle regioni rosse, dall´Emilia al centro Italia, si comincia a guardare con più distacco all´ipotesi della scissione.

            Ci vuole calma. Potrebbe darsi che dalla carovana si stacchino i capi, ma che gli indiani rimangano, o almeno ci pensino dieci volte, prima di andarsene. Perché non si possono scardinare centinaia di enti locali, giunte, assessorati, municipalizzate, consigli d´amministrazione. Perché sarà vero, dicono in coro gli emiliani, che il Partito democratico nasce per via burocratica, come unione di due vertici di partito, è la «fusione fredda», eccetera: «Ma avevamo una soluzione alternativa?». Certo, sullo sfondo, in prospettiva, nel migliore dei mondi possibili ci sono le primarie, l´ingresso in campo della fantasia politica di Walter Veltroni, la mobilitazione della società civile, l´entusiasmo trascinante. Ma per adesso, ciò che conta è soprattutto tenere i nervi saldi.

          (1.continua)