“Pd” La guerra delle poltrone (A.Minzolini)

13/04/2007
    venerdì 13 aprile 2007

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      Retroscena
      La guerra delle poltrone

        Due al comando come nella Dc

          Augusto Minzolini

            Il profilo programmatico del Partito Democratico continua ad essere confuso. Come pure il meccanismo con cui storie politiche diverse dovrebbero fondersi. E le contraddizioni, al solito, vengono esorcizzate con l’enfasi di un nuovismo che piace solo ad alcuni o con il pragmatismo che non convince tutti. O, ancora, con le mozioni degli affetti su una nuova missione talmente indefinita da non scaldare i cuori.

            Una cosa, però, è certa e su questo non ci sono dubbi: lì dentro, in quel partito che ancora deve nascere tutti vogliono comandare.

            Tant’è che dei discorsi dedicati in questi giorni al Partito democratico dall’uomo che potrebbe essere considerato l’ostetrico della nuova creatura, Piero Fassino, ciò che è rimasto impresso nella memoria di tutti è la sua voglia di diventarne il primo presidente, o il primo segretario, o il primo coordinatore. Insomma, le sue ambizioni. «Ci sono tanti che aspirano – ama ripetere in questi giorni il leader della Quercia – e io non ho certo meno titoli. Anzi, forse di più». Fassino addirittura è tornato ad introdurre un argomento che è stato un pezzo di storia Dc, quello del «doppio incarico», cioè l’avversione ad un vertice che faccia coincidere la figura del premier con quella del leader del partito: «Le due persone possono coincidere oppure no», ha spiegato.

            La frase spazza via l’ipocrisia di non ammettere che molti dei problemi che hanno rallentato e stanno rallentando la nascita del Partito democratico riguardano il suo gruppo dirigente futuro. Anzi, si può dire che il problema è tutto lì: l’area diessina che non aderirà, ad esempio, se ne va in fin dei conti solo per la paura di non avere più posti di rappresentanza in un partito al quale qualche sondaggio assegna uno striminzito 23%; quelli che rimangono, invece, vogliono avere garanzie sui ruoli che svolgeranno in futuro. E in fondo l’idea di avere due poltrone, invece di una (candidato al governo e leader del partito) può aiutare a risolvere la questione. Almeno in parte. Non per nulla l’ipotesi dello sdoppiamento non trova contrario Francesco Rutelli, il quale in privato fa capire ai suoi che lui scenderà in campo come alternativa a Fassino: «Sarà dura – ha spiegato agli amici – ma io giocherò le mie carte».

            A stare attenti ai movimenti dell’ex sindaco di Roma si arguisce che il personaggio sta tentando di creare un «ticket» con il suo successore in Campidoglio, Walter Veltroni: in un patto di mutua assistenza quest’ultimo potrebbe diventare l’uomo di governo mentre «ciccio bello» il primo leader del Partito democratico. O viceversa. Una soluzione geometrica: in questo modo, infatti, i due soggetti che si fonderanno, Ds e Margherita, avranno entrambi una rappresentanza al vertice del nuovo partito. In fondo la storia della Dc è piena di «patti» del genere: il più famoso fu quello di San Ginesio tra Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mita, durò vent’anni. Qualcuno dirà che c’entra il Pd con la Dc? C’entra, c’entra. Come ama ripetere un king-maker della corsa alla leadership, Franco Marini: «Basta che in un partito ci sia un ex dc e le regole del gioco le impone lui». Solo che questa volta il patto Veltroni-Rutelli non nasce in un convento, ma benedetto, questo sì, dall’ingegner Carlo De Benedetti.

            Per cui l’uomo che si è scelto il ruolo della lepre nella corsa alla leadership del nuovo partito, cioè Fassino, rischia non poco. Deve fronteggiare l’attacco mediatico dei suoi avversari che nei sondaggi dimostrano di avere più appeal di lui e, soprattutto, deve trovare alleati. Cosa non facile. Massimo D’Alema, altro king-maker, non sembra apprezzarlo. «Quando gli ho detto che Piero è già ai blocchi di partenza – racconta un dirigente diessino – ha storto la bocca e ha risposto con il tipico “mah!” di disapprovazione». Tutte cose che Fassino sa. E il suo bersaglio principale è Walter Veltroni, perché anche se ci saranno due poltrone invece di una al vertice del nuovo partito non potranno essere occupate entrambe da ex ds: «So che Veltroni scenderà in campo – è l’assicurazione che ha dato ai suoi fedeli – ma io mi metterò di mezzo». Solo che dovrà guardarsi da più parti. C’è Veltroni ma anche il «liberalizzatore» del centro-sinistra, Pierluigi Bersani: chiede «volti nuovi» per la guida del Pd che somigliano tanto al suo identikit.

            «Chi entra Papa esce cardinale»: alla fine il detto che è stato coniato per il Conclave, che è andato bene per i congressi Dc ora sarà riadattato per il Pd. Del resto anche quell’anima pia di Arturo Parisi avverte che alla corsa per la leadership dovranno partecipare più concorrenti: «Non ci dovrà essere un candidato unico». E ricorda che il fondatore del Pd è Romano Prodi. Già, il Professore. Guai a dimenticarselo. Non piacerà a tre quarti del paese ma è sempre lì. «Nel Partito democratico – si inalbera l’ulivista Enrico Morando – il leader di governo deve coincidere con quello di partito. E finché c’è Prodi, c’è Prodi. Lo sdoppiamento è un’invenzione di Fassino». Un discorso che non piace ad un ex dc, come il sottosegretario, Giampaolo D’Andrea, che si ricollega ancora una volta alla storia dello scudocrociato: «Il doppio incarico non funziona. Nella dc era impossibile. Chi fece il contrario – Fanfani e De Mita – fece una brutta fine».

            Così, a ben vedere, il Pd rischia di essere un ritorno al passato: con le correnti, i capi e i congressi all’ultimo sangue. E’ l’immagine che ne dà uno che se n’è andato, come l’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola: «C’è una sola questione: chi deve comandare. Guardate Fassino: per mettersi alla pari con Veltroni che sembra nato nell’89, ha fatto un lavacro del suo passato. Si è ricordato dei Gulag. Ma alla fine decideranno i due king-maker, D’Alema e Marini, i capi dei dorotei di quello che dovrebbe essere un partito nuovo. Insomma, tanto casino per nulla».