“PD” Il manifesto democrat del lavoro nasce vecchiotto

05/06/2007
    martedì 5 giugno 2007

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      PD NON C’È TRACCIA DELLA “GRANDE TRASFORMAZIONE” DI POLANYI

        Il manifesto democrat del lavoro
        nasce vecchiotto

          Sta nascendo un Partito democratico che intenda rappresentare politicamente il lavoro moderno? La domanda non è oziosa, anche perché la scoppola elettorale al nord segnala l’apertura di crepe vistose nell’insediamento sociale dell’Ulivo. In questo quadro, non appaiono del tutto convincenti le risposte abbozzate nel manifesto del lavoro sottoscritto da Fassino e Rutelli (l’Unità, 28 maggio). Più che un progetto, è un compendio degli impegni del governo per raddrizzare l’equilibrio dei poteri nel mercato del lavoro, alterato dalla legislazione del centrodestra. Niente di male, sia chiaro. Un progetto, tuttavia, non è soltanto un elenco delle cose da fare. È anche una prospettiva ideale e culturale, che consenta la ridefinizione degli interessi del lavoro in un processo di confronto con i settori più innovativi dell’impresa. Questa prospettiva non è facilmente rintracciabile nel documento dei Ds e della Margherita. Il ruolo dei ceti produttivi non è sottovalutato, ma il suo obiettivo principale è l’inclusione dell’area del precariato nelle rete delle garanzie del lavoro dipendente. Rete di cui si indica l’esigenza di una revisione e di un aggiornamento (attualmente in discussione a Palazzo Chigi). Il posto fisso e a tempo pieno resta, in ogni caso, la stella polare del sistema delle tutele sociali.

          È certamente un orientamento rispettabile, da cui comunque traspare qualche riserva nei confronti degli effetti della “grande trasformazione”, per riprendere la formula di Karl Polanyi. Tuttavia, se negli ultimi due decenni la sinistra e il sindacato più di una volta si sono attestati su una linea di mera resistenza all’offensiva neoliberista, è perché hanno capito con ritardo le potenzialità insite nei cambiamenti del paradigma fordista. Cambiamenti che portano verso un lavoro più autonomo, competente, informato. Cambiamenti che aumentano la capacità produttiva del lavoro non solo in senso stretto, ma di creare saperi, professionalità e anche bisogni inediti.

          Nell’economia italiana, beninteso, il fordismo non è scomparso. In larga parte dei servizi, anzi, è vivo e vegeto. Lo stesso lavoro nero, in fondo, non ne è che la forma più cruda. In questa realtà molteplice e mutevole del lavoro siamo, e con essa dobbiamo fare i conti. Il Novecento è iniziato dicendo ai lavoratori che non erano pagati per pensare, e si è chiuso riconoscendo che il lavoro “intelligente”, quello che sa risolvere i problemi, è la vera ricchezza delle nazioni. Questo dovrebbe significare qualcosa per le forze riformiste, e cioè che occorre prendere sul serio il tema della valorizzazione del capitale umano, come componente costitutiva di un nuovo modello di sviluppo. E dovrebbe significare che il patto per la competitività è credibile se affronta questo nodo strategico anche con riforme coerenti delle regole contrattuali e delle relazioni industriali.

          Nella storia del movimento operaio l’idea del lavoro come costrizione ha quasi sempre prevalso sull’idea del lavoro come fondamento dell’identità personale. Per Hannah Arendt la pretesa di liberare il lavoro dai suoi aspetti coercitivi equivaleva alla pretesa di liberare l’anima dal corpo. Oggi però non è impossibile ampliare gli spazi di autonomia e di partecipazione responsabile dei lavoratori alle scelte delle imprese. Non è solo un problema sindacale, è un problema politico. E’ un problema imposto dalle nuove condizioni del lavoro moderno. Da qui la necessità di costruire un compromesso sociale più alto, che superi il vecchio scambio risarcitorio tra subordinazione del lavoro e stabilità dell’impiego. Se il Pd riuscirà a convogliare le energie più vive del mondo del lavoro intorno a questo obiettivo, avrà già percorso un buon tratto di strada.