“PD” Epifani preferisce non firmare mozioni

01/02/2007
    giovedì 1 febbraio 2007

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      PD 2. IL SINDACATO TRA SCETTICI ED ENTUSIASTI

        Di Ettore Colombo

          Epifani preferisce non firmare mozioni
          E così mantiene compatta la Cgil

          Il segretario generale Guglielmo Epifani, alla fine, potrebbe non schierarsi con nessuno. E, cioè, non firmare nessuna delle mozioni che si contenderanno il futuro dei Ds. Epifani, pure sollecitato dai fassiniani a firmare la mozione di maggioranza, avrebbe deciso di non schierarsi. Sia perché nutre forti dubbi – in alcune occasioni anche apertamente esplicitati – rispetto al percorso che Ds e Margherita stanno seguendo sia perché ha molto a cuore, come è logico, l’autonomia della Cgil. Autonomia che una sua scelta di campo metterebbe a rischio. Ma che il segretario non s’impegni con nessuna delle tre aree concorrenti in vista del congresso dei Ds – e mentre, peraltro, è impegnato a tutto campo sui vari e delicati tavoli aperti con il governo, a partire da quello sulle pensioni – non vuol dire che non ne segua da vicino il dibattito. Se ne è parlato anche in una recente riunione della segreteria della Cgil, dove i pezzi da novanta di Corso d’Italia si sono invece quasi tutti schierati.

          Quattro i segretari confederali che tifano apertamente per il percorso che dovrebbe portare alla nascita del Pd: Achille Passoni, che ha tenuto – con il segretario confederale della Uil Paolo Pirani e il segretario generale aggiunto della Cisl PierPaolo Baretta – una delle relazioni clou al convegno sul lavoro organizzato da Ds e Dl, Nicoletta Rocchi (storica anima dell’ex area socialista e dal grande seguito in Cgil, come Passoni), Mauro Guzzonato e Marigia Maulucci. Scettici sul Pd si sono detti, oltre ad Epifani, i segretari confederale Carla Cantone (comandante in seconda di Epifani e che guida anche l’organizzazione) e Fulvio Fammoni, mentre si sono naturalmente espressi contro la prospettiva Paolo Nerozzi, da sempre esponente di punta del Correntone Ds e Paola Agnello Modica, oggi a cavallo tra Pdci e Prc. Forti dubbi avrebbe anche la segretaria confederale Morena Piccinini, che segue il delicato capitolo pensioni, ma lei preferisce non rilasciare commenti. Marigia Maulucci, che ha firmato la lettera-contributo al congresso del “gruppo dei 26” (lo stesso che all’ultimo congresso si astenne) assieme al responsabile economico della Cgil Beniamino Lapadula e al presidente del comitato per il centenario Giuseppe Casadio, vuole di certo discutere il “come” e non il “se” aderire al Pd, anche se nutre forti dubbi su come il percorso si va costruendo: «Non nasce sotto i migliori auspici e non sta entrando nel vivo delle questioni, a partire dal tema cruciale del lavoro, ma una storica non iscritta ai Ds come me oggi vuole partecipare, scommettere, investire».

          La sinistra interna per ora non dà segni di vita ma pare stia preparando un’uscita pubblica forte, probabilmente dello stesso Nerozzi, che rifiuterà la logica delle adesioni e delle firme “di area” e che, facendo salvo il diritto di ognuno di schierarsi, batterà forte sul tasto dell’autonomia della Cgil. Peraltro, molto scetticismo regna, rispetto al futuro Pd, non solo in categorie storicamente di sinistra come la funzione pubblica e la scuola ma anche in categorie moderate, come gli agroalimentari del Flai che, sul loro giornale on-line, hanno pubblicato un sondaggio rivelatore dove il 66% dei loro quadri si è espresso contro il Partito democratico. Se il pd attira a sé molte categorie (bancari, trasporti, chimici, tessili), oltre a molti dirigenti nazionali (il presidente dell’Ires Agostino Megale ne tesse le fila) e territoriali, i punti di forza della sinistra albergano anche in settori inaspettati come l’Inca, lo Spi e altri. Due no secchi arrivano dalla Lombardia e dalla Sicilia. Susanna Camusso, segretaria regionale lombarda e una delle protagoniste del movimento delle donne contro l’aborto “Usciamo dal silenzio” vede «poca chiarezza di temi e di progetti, nel Pd, e il rischio di un arretramento reale, specialmente per i diritti delle donne, che poi sono la cartina di tornasole dei diritti di tutti». Non solo, cioè, la Camusso non vede «né riferimenti sociali né attenzione ai temi del lavoro», ma pensa anche che «il Pd potrebbe rappresentare più un regresso, che un avanzamento, rispetto alle conquiste ottenute negli anni Settanta, in particolare dal movimento dei diritti civili e da quello femminista, dal divorzio all’aborto». Italo Tripi, segretario regionale della Sicilia, parla di «un dibattito che non scalda i cuori, tutto tra partiti, una scissione ideale che fa in modo che oggi, dentro la Cgil, è sempre più raro sentirsi chiedere in che partito stai. D’altra parte, la sinistra o è interessata a noi a mo’ di antica cinghia di trasmissione, come cerca di fare il Prc, o è totalmente disinteressata alle nostre ragioni. A un recente convegno organizzato dai Ds con Fassino sul Mezzogiorno, che si è svolto a Palermo, è stata invitata Confindustria, noi della Cgil no. D’altra parte – prosegue Tripi – nemmeno nei nostri, tranne che nei militanti storici, vedo entusiasmo. Una volta si diceva che il sindacato guarda all’immediato, la politica alla prospettiva, oggi invece vedo un sindacato che sta sui problemi, obbligato a dare risposte, a chi rappresenta e agli interessi del Paese, e una politica che arranca. Valori e ideali per i quali si muove chi vuole costruire il partito democratico, non ne vedo, vedo solo una discussione priva di contenuti».