“PD” Ds e Margherita: l’addio senza entusiasmi

17/04/2007
    martedì 17 aprile 2007

    Pagina 10 – Primo Piano

    VERSO I CONGRESSI
    PER IL PARTITO DEMOCRATICO

    Ds e Margherita
    L’addio va in onda
    senza entusiasmi

      A Firenze una “strada”, a Roma una “finestra”
      Nei meeting prevarrà l’attenzione all’immagine

        FABRIZIO RONDOLINO
        ROMA

        In un Paese dove non si esita a definire «storico» un incontro di calcio o un matrimonio per paparazzi, i congressi di scioglimento dei due maggiori partiti di governo, eredi dei due maggiori partiti della Prima repubblica, faticano ad accedere alla cronaca – se non, naturalmente, per i litigi, le polemiche, le dispute e le zuffe. Un doppio appuntamento di primissimo piano rischia insomma di apparire già vecchio: il sistema della comunicazione è troppo veloce per attardarsi a seguire nei dettagli il lungo reality cominciato con le primarie del 2006 e destinato presumibilmente a concludersi alle elezioni europee del 2009. Tre anni sono troppi persino per la storia: figuriamoci per la cronaca.

        Il litigio alza lo «share» ma alla lunga finisce con l’impoverire il prodotto. Così è anche, in parte, per la politica: l’ennesimo tafferuglio sulla leadership del futuro Pd ha guadagnato qualche titolo di prima pagina a tutto scapito del valore dell’evento. La stessa scissione annunciata da Fabio Mussi – parlerà venerdì, e sarà il solo esponente della minoranza a prendere la parola al congresso Ds – sembra appartenere più al «teatrino della politica» che alla storia del movimento operaio. Siamo insomma, come è stato da più parti osservato, a una «fusione fredda», dove i favorevoli al Pd sembrano quasi infastiditi dall’espletamento di una pura formalità, e i contrari cercano un palcoscenico dal quale ritagliarsi una nuova rendita nel sistema politico italiano.

        Naturalmente non è così: o almeno, non è soltanto così. Però è difficile sfuggire all’impressione dominante. Le scissioni, storicamente, hanno più successo delle fusioni perché nelle prime le poltrone raddoppiano, nelle seconde inesorabilmente diminuiscono. Se poi si guarda ai cento piccoli segnali che accompagnano e circondano la celebrazione dei due congressi, il quadro si fa ancora più nervoso.

        Il leggero sfasamento temporale dei due congressi – la Quercia comincia giovedì al Mandela Forum di Firenze e finisce sabato, la Margherita comincia venerdì allo Studio 5 di Cinecittà e finisce domenica – è un altro segno di nervosismo, né è chiaro come concretamente possa avvenire l’interazione tra i due eventi, che dibattono la medesima materia e che tuttavia, al di là delle visite incrociate, sembrano procedere lungo binari paralleli.

        Scenograficamente i due congressi rischiano di somigliarsi come due gocce d’acqua: entrambi daranno grande spazio all’immagine: schermi al plasma, videowall, installazioni visive. Il palco della Margherita sarà una sorta di studio virtuale, con un enorme schermo lungo cinquanta metri a definire il fondale; quello diessino sarà letteralmente circondato da uno schermo semicircolare. E tutto intorno, a Firenze come a Roma, schermi al plasma e monitor. Si potrebbe sorridere sul culto dell’immagine virtuale che informa i congressi della sinistra riformista: quasi che la modernità debba per forza identificarsi con il pixel, o come se ci si dovesse far perdonare altre, ingombranti arretratezze – per dire, l’idiosincrasia per quella televisione commerciale che pure sembra dettare gli stilemi di entrambi le convention.

        L’idea portante della Quercia è quella della strada, che scenograficamente scenderà dal palco per attraversare tutta la platea, e che vuole indicare «il percorso, il divenire – così Francesco Verducci, responsabile della comunicazione –, l’approdo di un’esperienza e l’inizio di una nuova storia». La Margherita ha scelto come metafora «la finestra sul mondo», affidandosi a scritte, immagini e citazioni piuttosto che a impalcature o gradoni: «Sarà un congresso sobrio, “comunicato”, espressivo, emozionale», spiega Roberto Malfatto, «direttore artistico» degli eventi della Margherita. Sobrio al limite del banale, e persino vagamente minaccioso, lo slogan diessino: «Si discute dell’Italia. Si parla di te». Sbarazzina, la campagna della Margherita: «Sono partito democratico e non torno indietro». La battuta è impressa sulla maglietta di un escursionista con tanto di bambino in spalla. Davanti a lui, tuttavia, non c’è il sol dell’avvenire ma una catena montuosa: e non è chiaro se si tratti di una metafora, o di una minaccia.