“PD” Damiano: «Faremo un partito laburista»

19/04/2007
    giovedì 19 aprile 2007

      Pagina 4 – Politica

        Damiano: «Faremo un partito laburista»

          «Vedo il nuovo soggetto in continuità con la nostra storia. Saremo una forza del lavoro»

            di Angelo Faccinetto

            DALLE TUTE BLU della Fiom torinese all’adesione, da ministro del Lavoro, al Partito democratico. Con un obiettivo: fare del nuovo soggetto politico uno strumento per rendere sempre più incisiva la battaglia per la dignità del lavoro. Cesare Damiano vive il congresso di Firenze come una tappa nel nome della continuità con la propria storia politica.

            Finiscono i Ds, comincia un’altra storia, quella del Partito democratico. Con che animo si presenterà all’appuntamento l’ex militante comunista ed ex dirigente Fiom Cesare Damiano?

              «Con animo costruttivo, come sempre. La mia storia politica, del resto, è segnata da evoluzioni. I miei maestri, che mi hanno formato alla politica e al sindacato, erano quelli che hanno fatto la Resistenza; erano i licenziati per rappresaglia dalle fabbriche di Torino degli anni cinquanta, Fiat in testa; erano i militanti e i dirigenti del Pci, del Psi, gli ex del Partito d’Azione. Il loro insegnamento è sempre stato la capacità di andare oltre, senza disperdere valori e radici».

              Continuità nel cambiamento, come si diceva un tempo…

                «Sì, che per me ha sempre significato necessità di interrogarmi sul modo di rappresentare degnamente i lavoratori uscendo dallo schema “arroccarsi o cedere” di fronte ai cambiamenti».

                Come sarà il nuovo partito?

                  «La costituzione del Pd può essere un atto burocratico o rappresentare un nuovo entusiasmante traguardo. Dipenderà dai contenuti, dall’anima che ci sapremo mettere».

                  Lei che anima ci metterà?

                    «Vorrei portare a Firenze l’anima del lavoro. Vorrei rivendicare con grande forza l’esistenza di una radice del lavoro ben affondata nel terreno del Partito democratico. Del resto, se vogliamo diventare una forza-baricentro nella coalizione di centrosinistra e rappresentare oltre un terzo degli elettori italiani, dobbiamo avere un forte radicamento popolare. E una componente essenziale del nostro schieramento è rappresentata dai lavoratori, dai pensionati, soprattutto dai giovani che hanno riposto in noi parte delle loro speranze di fronte a un mondo sempre più povero di certezze e orizzonti».

                    Significa che si candida ad essere leader dell’ala laburista del nuovo partito?

                      «Mi considero un laburista e vorrei rappresentare questo profilo insieme a chi come me ha a cuore la questione sociale. La dimensione sociale è indispensabile alla modernizzazione. Guai se pensassimo alla fine del lavoro o se pensassimo al lavoro come alla ruota di scorta delle scelte dell’impresa».

                      Ma per gli obiettivi che ha delineato non sarebbe più adatto un forte partito socialdemocratico?

                        «La storia, in Italia, non ha mai registrato la presenza di un forte partito socialdemocratico. L’esperienza comunista, del resto, ha sempre avversato questo orizzonte. Credo che oggi sia possibile andare oltre quell’esperienza attraverso un incontro di culture e di valori espressi dalle forze di orientamento socialista e cattolico-sociale. Non partiamo da zero. Non dimentichiamo la migliore stagione dell’Ulivo con la sua capacità di aggregazione e di radicamento in ampi strati sociali. E non dimentichiamo che le migliori esperienze sui temi del lavoro prodotte quando al governo c’era il centrodestra sono state elaborate, insieme, da Ds e Margherita. Penso al lavoro compiuto da me e da Tiziano Treu. Un lavoro che si è avvalso del contributo di centinaia di militanti, studiosi, ricercatori dei nostri due partiti e che ha avuto come punto d’approdo proposte di legge come la carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici o i diritti di sicurezza sociale. Un lavoro che poi ha dato sostanza a quella parte del programma dell’Unione e che ora sta ispirando l’azione di governo».

                        Nessun salto, insomma, dalla Fiom al Pd…

                          «No, non vedo salti, vedo continuità. Un’evoluzione. Il dirigente sindacale che sono stato, e che ha sempre valorizzato la contrattazione come strumento principe per risolvere i problemi e migliorare le condizioni di lavoro, è lo stesso che oggi da ministro combatte contro il lavoro nero, la precarietà. Che si batte per nuovi diritti. Sono convinto che questi contenuti dovranno avere un forte spazio nel nuovo Pd. Credo, anzi, che potremo qualificarlo come “Partito democratico del lavoro”. Io mi batterò per questo. Abbiamo pagato caro il silenzio calato sui temi del lavoro dopo gli anni ottanta. Non dobbiamo ripetere quell’errore, proprio ora che la nostra battaglia comincia a dare frutti. Oggi si discute molto della piaga sociale degli incidenti sul lavoro: credo si debba e si possa riportare al centro dell’attenzione il tema del valore delle risorse umane, credo sia possibile un nuovo umanesimo del lavoro capace di raccordare tutele e competitività».

                          Non le fa effetto ammainare le bandiere di una vita di lotte per andare a braccetto con gli avversari di un tempo?

                            «C’è sempre una componente emotiva. Però questi processi politici sono necessari. È una necessità semplificare il quadro politico come avere un partito-baricentro. E la dimensione politica di queste scelte prevale su quella personale. Come non posso dimenticare come la mia storia di metalmeccanico, laico, militante comunista e dirigente della Cgil si intrecci con quella di Tiziano Treu, professore, cattolico, socialista, iscritto alla Margherita. In Italia, come insegna lo storia anche recente della sinistra, è più facile dividere che unire. Nel passaggio dal Pci ai Ds sono nati almeno due partiti comunisti, c’è stata un’ulteriore frammentazione nell’area socialista e le scissioni non sembrano essere ancora finite. Noi abbiamo scelto la strada più difficile. Credo che, anche grazie al lavoro tenace, generoso e non sembre visibile di Piero Fassino, il traguardo sia possibile».