“PD” Compito del sindacato è difendere il lavoro (N.Rocchi)

05/02/2007
    sabato 3 febbraio 2007

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    DIBATTITO. APERTO DA MACALUSO

    Certo, il compito del sindacato
    non è altro che difendere il lavoro

    di Nicoletta Rocchi
    segretaria confederale Cgil

      Nel suo articolo del 30 gennaio, scorso, commentando un precedente intervento sull‘Unità di Achille Passoni (segretario confederale della Cgil, ndr.), con franchezza e rudezza Emanuele Macaluso chiede a chi tra i sindacalisti ha manifestato pubblicamente interesse e adesioni al progetto del Partito democratico perché, prima di cercare l’unità dei riformisti nella politica, non pensino all’unità sindacale tra Cgil Cisl e Uil. Alla sua provocazione intellettuale Pier Paolo Baretta risponde con un articolato ragionamento nel quale, considerando sbagliato l’annullamento di ogni diversità nell’unità organica, approda all’ipotesi di "pluralismo convergente". Gli argomenti usati da entrambi sono suggestivi. Penso tuttavia che la questione sindacale possa e debba essere esaminata anche da un’altra angolatura. Essa non è infatti interamente riconducibile al rapporto tra rappresentanza politica e rappresentanza sociale degli interessi e al mutamento di tale rapporto che non tanto la caduta delle ideologie, quanto piuttosto il nuovo contesto bipolare ha determinato. È indubbio infatti che il bipolarismo ci ha reso più europei, avvicinandoci all’esperienza degli altri sindacati del vecchio continente da sempre avvezzi a misurarsi con l’alternanza al governo di forze politiche e coalizioni di volta in volta più affini o più lontane dagli interessi del mondo del lavoro. Il mutato contesto istituzionale italiano ha inciso più di quanto appaia nell’esercizio concreto della rappresentanza sindacale, rendendo talvolta caricaturale la gara sul tasso di autonomia di ciascuno. Ribadisco però che non tutto è riconducibile al rapporto con la politica. Il sindacato confederale deve interrogarsi a fondo anche sulla sua effettiva capacità di rappresentare il lavoro che cambia e di proiettare nel domani quella concezione solidaristica di tale rappresentanza, fondamento della confederalità. C’è spazio negli anni a venire per un sindacato generale, che sappia gestire la sua specificità, coniugando i pluralismi che lo attraversano? Un sindacato che viva nel presente, pensando al furuto? Che non si chiuda nei tanti particolarismi senza farsi suggestionare dall’autosufficienza? Che pensi ai più emarginati e nel contempo dia voce alle professionalità elevate? Un sindacato non solo a misura dei maschi bianchi adulti? Che sia motore del cambiamento e non si condanni alla conservazione? Che sappia fare i conti con l’accumulazione e la qualità delle produzioni oltreché con la redistribuzione della ricchezza? Che abbia una proposta di democrazia economica, senza cullarsi nella mera contrapposizione antagonistica o tuffarsi nel "solo il pubblico è bello".

        Anche la misurazione della rappresentanza è tema non più eludibile. La democrazia sindacale è fatta di regole, senza le quali deperisce e con essa la autorevolezza della rappresentanza: non esistiamo perché legittimati dal confronto con le controparti e dalla concertazione con i livelli istituzionali ma perché legittimati da una rappresentatività reale, misurabile in ogni momento. A queste domande, con sincerità, coraggio e generosità il sindacato deve dare risposte. E quale ostacolo impedisce una ricerca, in campo aperto, libera dal riflesso condizionato dell’appartenenza? È questa ricerca che considero alla base di una possibile fase costituente, che non elude il nodo delle diversità, vera ricchezza del sindacalismo confederale ma non le traduca in divisioni. È su questo terreno che la rappresentanza sindacale non si chiude nella gestione della propria corporazione affidando ad altri la sintesi, come giustamente sostiene Baretta, senza tuttavia trasformarsi in pansindacalismo. Ecco, a Macaluso, che ci domanda perché bisogna unificare i riformismi in un solo partito e non unificare i sindacati che quel riformismo dovrebbero alimentare con le loro elaborazioni e le loro lotte unitarie, sommessamente rispondo che il compito dei sindacalisti oggi è pensare al sindacato futuro.

        Al Partito democratico che sta per nascere, ciasuno di noi in quanto cittadino e non in quanto sindacalista si avvicinerà o meno sulla base di opinioni e aspettative personali, e tali scelte – a mio avviso- non dovranno ripercuotersi come indicatori di differenza indotti nella dialettica interna alle organizzazioni sindacali o tra di loro. Se questo dovesse verificarsi, ad averne nocumento sarebbe proprio tale dialettica che si congelerebbe in divisioni precostituite, senza possibilità di sintesi e di sblocco. Certo, la principale delle aspettative per chi guarda con interesse al Pd è che il lavoro ne rappresenti elemento fondativo e identitario: il lavoro come strumento di elevazione di ogni individuo, come possibilità di ciascuno di contribuire alla pari degli altri al benessere della società di cui fa parte. Quale partito riformista può nascere senza questo Dna? Tuttavia, nel mio mestiere di sindacalista, non mi aspetto e non voglio deleghe in bianco. Non voglio darne né riceverne. A ciasuno il suo compito. Quello del sindacato è rappresentare e difendere il lavoro e io, sempre convinta del valore dell’unità sindacale, penso che oggi ci siano ragioni in più per consolidare un processo che rinnovando, fondi su basi unitarie il sindacato pluralista del futuro.