Pasticcio o trappola? Una fonte misteriosa I testi forse copiati dal pc del professore

01/07/2002

29 giugno 2002



LA RICOSTRUZIONE

Pasticcio o trappola? Una fonte misteriosa I testi forse copiati dal pc del professore


Un sesto messaggio non è stato pubblicato «Era troppo personale»

      DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
      BOLOGNA – Se doveva essere un siluro al governo, l’ennesimo colpo di maglio ad uno Stato che ha lasciato morire completamente indifeso un suo collaboratore, allora è stato uno dei missili meno intelligenti che siano mai stati costruiti. Perché se lo scopo era quello di rendere pubbliche le inascoltate grida d’aiuto del professore assassinato, mettendo alla berlina quel mix di burocrazia ottusa e incapacità decisionale che ha impedito a Marco Biagi di essere protetto, il risultato è stato l’opposto. Visto che ora, più che sulle manchevolezze di questo o quel ministero, sono la figura e il ruolo di Sergio Cofferati, astro nascente della sinistra massimalista, ad essere finiti sulla graticola delle accuse.
      Manovre da destra? Manovra da sinistra? O soltanto un gran pasticcio? Adesso al direttore di «Zero in condotta», Valerio Monteventi, che per primo ha ricevuto il floppy disk con le
      email di Biagi, il dubbio viene. Sì, il dubbio di essere caduto nel trappolone: «Forse sono stato ingenuo, non so se lo rifarei» dice, grattandosi la pelata. E in effetti, per uno come lui che frequenta i cortili di Rifondazione comunista e che è pure uno dei trade d’union tra la sinistra bolognese e l’area dei no global, trovarsi nella posizione di chi ha dato il via a quella che si prefigura come una campagna anticofferatiana, non dev’essere piacevole.
      Di destra, di sinistra o pasticcio che sia, è una storia che fa acqua da troppe parti. Il floppy disk, ad esempio: da dove viene? La Procura si è subito tirata fuori, ammettendo di non essere mai stata a conoscenza di due delle cinque
      email divulgate. Sapeva delle missive al ministro Maroni e al prefetto Iovino, ma di quelle a Parisi e a Sacconi non aveva idea. E quella indirizzata a Casini, spiegano gli inquirenti, «è completamente diversa» da una email , pure destinata al presidente della Camera, da tempo in possesso della magistratura.
      Resta la famiglia Biagi, allora. E qui le nebbie si fanno fitte. Monteventi dice che il suo fornitore «è molto vicino alla famiglia». E dice anche che, prima della pubblicazione, ha ottenuto l’autorizzazione. La vedova Marina giura di non essere stata lei a divulgare il materiale. E aggiunge pure che non era a conoscenza di quelle
      email . Tranne una, la missiva a Maroni. Nello stesso tempo però ammette di aver ricevuto, tramite il proprio legale, la richiesta di pubblicare «qualcosa che aveva a che fare con la scorta di mio marito».
      Che il materiale provenga da ambienti familiari, lo fa pensare anche il fatto che nel
      floppy disk , oltre alle cinque email , ce n’era una sesta, molto personale, nella quale Biagi raccontava delle sue paure ad un’amica. Quest’ultima missiva, non divulgata, rafforza la tesi che il contenuto di quel floppy sia stato copiato da qualcuno che aveva accesso al computer fisso di casa Biagi. Forse non Marina. Forse uno dei colleghi giuslavoristi di Biagi, che da mesi denunciano la solitudine del loro amico.
      E che lo scopo della divulgazione dovesse essere lo scandalo scorta lo fa pensare anche il fatto che il passaggio, nella lettera a Parisi, nel quale Biagi parla delle «minacce di Cofferati», scompare dalla versione consegnata a Monteventi. Che ora dice: «A cancellare il nome del leader Cgil è stata la persona che mi ha dato il materiale. Per evitare polveroni». Peccato che nella lettera originale, ricevuta da Parisi, l’accenno a Cofferati ci fosse.
      Domanda: ma se il fornitore non voleva creare polveroni, perché non ha cancellato anche l’altra frase contro Cofferati, quella scritta da Biagi nella lettera a Casini? Là dove accusa il leader cigiellino di «criminalizzare la mia figura»? Mistero. Non è invece un mistero l’amicizia con il presidente della Camera. Commovente il passaggio dove Biagi chiede all’amico di non parlare della scorta «con la tua mamma perché mia mamma ne è all’oscuro». E confidenziale è con il sottosegretario Sacconi, con il quale definisce «una buffonata» la tutela di cui era ancora dotato.
      E’ un Biagi visibilmente alterato, quello che scrive al ministro Maroni: «Qualora dovesse occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità». Con il prefetto Iovino, poi, va per le spicce. Ricorda che «troppe volte ormai mi sono rivolto a Lei». Lo accusa di «sottovalutare la situazione». E insinua polemico: «Mi pare di costituire a Bologna una sgradita incombenza».
Francesco Alberti