Partite IVA: L’ALLEANZA DEL LAVORO AUTONOMO

11/01/2011

Quinto Stato
E ora spunta il Manifesto del lavoro autonomo. Sarà presentato domani alla Triennale di Milano con un vero spettacolo teatrale. Una rappresentazione per ovviare al deficit di rappresentanza. Inizia il 2011 e le partite Iva hanno deciso di uscire dall’invisibilità e di proporre all’opinione pubblica un racconto di sé, della propria condizione lavorativa e fiscale. E persino di tentare di collocare il lavoro autonomo nella cultura giuridica e nella storia del Paese.
A promuovere l’operazione è stata Acta, l’associazione del terziario avanzato presieduta da Anna Soru, ma l’intenzione è quella di allargare le alleanze e costruire addirittura «una coalizione del lavoro autonomo» . La nuova generazione Il Manifesto del Quinto Stato inizia spiegando come esistano due generazioni di partite Iva, la prima ha iniziato la sua attività verso la seconda metà degli anni 70 («quando c’era una voglia diffusa di non sottomettersi agli orari e ai vincoli dell’azienda» ), i più giovani invece hanno fatto il grande passo sulla spinta delle promesse libertarie portate dalle nuove tecnologie. «Hanno creduto a una società aperta priva di barriere all’ingresso» . A quest’idea di libertà e indipendenza entrambe le generazioni non sono disposte a rinunciare, «nemmeno oggi che i tempi sono cambiati e il mercato si è fatto molto difficile» . Per quelli che hanno cominciato 20/30 anni fa tirarsi indietro è impossibile, ma anche i giovani che per certi versi sono stati obbligati a prendersi una partita Iva sono invitati a non scoraggiarsi. Anche se le istituzioni per lungo tempo «non ci hanno riconosciuto tanto da non riservarci un posto nemmeno nelle statistiche!» . I lavoratori autonomi però non demordono e anzi coltivano l’idea che le loro battaglie abbiano un valore non solo sindacale-corporativo ma… «abbiamo un compito storico, impedire che in Italia il capitale umano sia svalorizzato proprio quando sulla scena mondiale si afferma l’economia della conoscenza» . A noi sovente tocca, raccontano, costruirlo il mercato del terziario avanzato, scoprire le esigenze nascoste della committenza, indicare la via dell’innovazione a organizzazioni molto più strutturate ma miopi. La svolta di Internet Il lavoro autonomo vive sul web e crede nel web. Il Manifesto lo ribadisce. Gli specialisti di informatica rappresentano uno dei gruppi più consistenti nella categoria dei free lance della conoscenza. «Il web ci ha permesso di lavorare a casa, contribuendo a quella domestication del lavoro che confonde tempi di vita e tempi di attività per il mercato» . Ha consentito di lavorare ovunque, sul treno o su una panchina del parco, in metropolitana o nella sala d’aspetto di un aeroporto, contribuendo all’aumento della produttività individuale e molto spesso a un allungamento della giornata lavorativa ben oltre le otto ore previste dai contratti di lavoro dipendente. «Il web ci ha permesso di lavorare all’estero senza emigrare. Creare un sito o aprire un blog è diventato ormai il primo gesto di chi vuole coinvolgere altre persone in una determinata iniziativa» . Lavorare da soli, comunicare attraverso Internet, comporta il rischio di considerare i rapporti virtuali come l’unica forma di relazione sociale. Ma questa deformazione professionale si paga, perché (invece) i rapporti di prossimità sono importanti nelle azioni di lobbying e nelle manifestazioni di volontà collettiva e di protesta. «Non basta postare un’opinione su un forum o inviare una firma via Internet, occorre mostrare la faccia e mostrare che si è in tanti per ottenere ascolto» . Un freelance vive di capacità relazionale, è questo il suo mercato. Non ci sono scuole o galatei possibili, conta il carattere e la sensibilità della persona ma soprattutto l’esperienza. La capacità si manifesta nel cercare e trovare un cliente ma anche nello stabilire con lui un rapporto di fiducia, nell’ottenere la stipula di un contratto a condizioni dignitose, nel sapersi muovere in mezzo ai meandri delle gerarchie aziendali senza urtare la suscettibilità di nessuno, nel farsi pagare in tempi ragionevoli. «Tutte cose che richiedono intuito, sensibilità, iniziativa, astuzia, rispetto dell’altro» . Non ci sono scuole o università dove si imparano, ma una regola di comportamento il Manifesto delle partite Iva vuole darsela nell’interesse collettivo: «Rifiutare compensi vergognosi, non accettare di fare dumping, non cedere alla concorrenza al ribasso» . Illudersi che una regolamentazione delle tariffe come i professionisti organizzati negli Ordini serva a qualcosa è tempo perso, sostengono. Un lavoro pagato poco si deve rifiutare e basta. Il nodo dei diritti I lavoratori autonomi si sentono riconosciuti come cittadini ma non ancora come cittadini lavoratori. «A noi vengono riconosciuti i diritti che appartengono alla sfera delle libertà borghesi ottocentesche ma non quelli che appartengono ai sistemi di sicurezza sociale propri del Novecento. Secondo il codice civile noi esercitiamo un’attività a prestazione, vale a dire che il nostro rapporto di lavoro cessa nel momento in cui la prestazione è stata ultimata e ricomincia quando ce ne viene richiesta una seconda» . Ma questo è servito per molto tempo a dire che i consulenti sono dei venditori di servizi, dei liberi commercianti di conoscenze, delle mini-imprese, non dei lavoratori nei confronti dei quali lo Stato ha degli obblighi di tutela simili a quelli del lavoro dipendente, pubblico e privato. È vero che l’apparizione sulla scena del lavoro delle partite Iva è stata contemporanea alla crisi dello Stato-provvidenza e al trasferimento di servizi pubblici essenziali ai privati, ma «noi siamo stati sballottati come gusci di noce in questi cambiamenti e abbiamo sbagliato a infischiarcene» . Hanno ricominciato ad alzare la testa anche perché lo scambio che lo Stato ha impostato con loro è iniquo. «Siamo esclusi dalle tutele e ci aumentano le tasse» . E l’incidenza del carico fiscale su redditi che in molti casi sono redditi di mera sussistenza non è uno dei tanti problemi del lavoratore freelance ma è il problema. «Questo ci ha fatti bollare come renitenti fiscali anche quando stavamo zitti e buoni, si sono divertiti per anni a diffamarci come evasori» ma lavorando con aziende e pubbliche amministrazioni tutti i loro redditi sono documentati e «anche tecnicamente non potremmo eludere il fisco» . L’esclusione dal modello sociale Questa situazione, dicono ad Acta, ci pone al di fuori del cosiddetto modello sociale europeo e ci consegna un senso della cittadinanza «incerto» . Affermano di avere un forte senso del bene pubblico ma un non ben definito senso dello Stato, che si portano dietro più per retaggi familiari o inclinazioni ideologiche. E constatano che la cosiddetta flexcurity, che dovrebbe negli ordinamenti europei sostituire il vecchio modello di welfare, rischia di diventare l’araba fenice del secondo Millennio. Per ora si assiste a tagli delle prestazioni previdenziali e basta, senza rimodulare la loro ripartizione tra gruppi di popolazione attiva e gli Stati non riescono più a mettere sul tavolo del negoziato con il cittadino la vecchia offerta di diminuire le tasse. Che fare? Innanzitutto essere uniti, propone il Manifesto, smetterla di andare avanti ognuno per conto suo e diventare una categoria capace di sostenere una piattaforma di rivendicazioni come quella che sarà illustrata domani a Milano: fiscalità e previdenza, diritti universali e formazione. E l’avversario numero uno, almeno in questa fase, è la gestione separata dell’Inps che il documento del Quinto Stato non esita a definire «uno scandalo» . Sta diventando la vera gallina dalle uova d’oro del sistema previdenziale perché risulta largamente in attivo. Ma tutto ciò sulla pelle dei lavoratori autonomi che pagano più del 26%di contributi e che però rischiano di avere a fine carriera una pensione da fame.