Parte inedita di un intervista al professor Marco Biagi: «La demonizzazione mina il bipolarismo»

21/03/2002
La Stampa web



    Di seguito pubblichiamo la parte inedita di un’intervista al professor Marco Biagi realizzata il 12 marzo scorso, che «La Stampa» ha pubblicato il 13 marzo

      intervista
      Flavia Podestà


    (Del 21/3/2002 Sezione: Interni Pag. 2)
    LA REPLICA ALLE ACCUSE DI VOLER «DESTRUTTURARE» IL CONTRATTO DI LAVORO A TEMPO INDETERMINATO
    «La demonizzazione mina il bipolarismo»
    Speranze, preoccupazioni e amarezza nell´ultima intervista di Marco Biagi

    NON dia retta alle demonizzazioni: mai e poi mai mi farei complice di un affondo contro il contratto a tempo indeterminato. Ma, per piacere, non apra ora il capitolo dello Statuto dei Lavori: gliene parlerò, glielo prometto. Mi fa piacere parlarne, perché ci credo: è una mia scommessa. Ora, però, lasciamo che si stemperi la tensione sull´articolo 18. Tra poche ore sarò a Roma… C´è uno spiraglio…. Io ci spero…Vedrà…». Parla velocemente Marco Biagi, quel pomeriggio del 12 marzo. Parla quasi a scatti, un po´ per la concitazione con cui ha lasciato l´università (a Modena) per un vertice a Palazzo Chigi; un po´ per la trasmissione tormentata del cellulare. Ha una voce molto più giovane dell´icona, con le tempie spruzzate d´argento, che compare nelle fotografie che accompagnano ora i suoi necrologi. Un intrigante combinazione di entusiasmo e di competenza, di visioni e di interrogativi, di determinazione e di speranze assaporato per una ventina di minuti (tra lo sferragliare dei treni alla stazione di Bologna, di cui si scusa) che la galleria del Mugello inghiotte all´improvviso: mettendo fine alla prima – e ormai unica – intervista al professore bolognese. Quella che segue è la parte rimasta inedita di quel difficile colloquio con il professore. Quel pomeriggio, il Belpaese sembra un caleidoscopio impazzito: «I tecnici che sfornano ipotesi di soluzione a getto più o meno continuo, le parti sociali trasversalmente divise, l´opposizione che cavalca la protesta, il governo e la maggioranza che cercano una via d´uscita, in bilico tra tentazioni di scontro e voglia di dialogo», riporta l´editoriale della Stampa . A sparigliare tutte le mani di una partita – quella sugli aggiustamenti all´articolo 18, appunto – che ormai pareva avvitarsi su se stessa senza sbocchi che non fossero una contrapposizione frontale degna di miglior causa, era entrato a gamba tesa Silvio Berlusconi, con la promessa di nuove soluzioni. Chi, meglio di Biagi, avrebbe potuto suggerire – sul piano tecnico – il percorso per quadrare il cerchio tra obiettivi e richieste che parevano inconciliabili? Agganciarlo non è stato un problema: il docente di diritto del Lavoro dell´università di Modena era a portata di cellulare (fornito cortesemente da un´impiegata, anche ad una sconosciuta). Un problema era, semmai (come riferito nell´intervista pubblicata il 13 marzo) frenare la passione con cui difendeva i percorsi logici e gli effetti salvifici di quel primo correttivo allo Statuto vecchio di 32 anni e arginare il rammarico per le critiche rivoltegli da alcuni colleghi – prigionieri delle logiche di schieramento – quando aveva deciso di proseguire con Roberto Maroni il lavoro iniziato al ministero del Lavoro con Tiziano Treu nel `96. Un problema era contenere la sua irritazione quando gli si rilanciavano le accuse di voler – attraverso lo Statuto dei Lavori – destrutturare il contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Io non destrutturo un bel niente, mi creda. Tutto farei salvo che mettere la mia faccia, il mio impegno, il mio avallo sotto un provvedimento che vada in quella direzione», prorompeva Biagi come punto da una tarantola: «Quelle accuse senza fondamento arrivano dalla Cgil». Inutile dirgli che l´affastellamento, attorno al contratto a tempo indeterminato, di tutta una serie di rapporti di lavoro, inseriti senza una gerarchia precisa nel Libro Bianco, aveva suscitato qualche perplessità anche tra esperti di diritto del Lavoro suoi amici come Franco Carinci, che le aveva espresse all´Università Cattolica in occasione della presentazione dell´ultimo libro di Treu su «Politiche del Lavoro». Con la dottrina, per Biagi, non c´era partita: «Il dibattito delle idee è sempre fonte di arricchimento», tagliava corto. Lo feriva il martellare della Cgil che l´aveva già accusato di complicità con il padronato. «Io non destrutturo un bel niente», insisteva: «Sergio Cofferati diffonde queste sciocchezze solo perché rifiuta l´idea del cambiamento». Che era, invece, il sale della visione che Biagi aveva maturato venendo a contatto con le esperienze europee nell´ambito dell´Associazione per lo studio delle relazioni industriali, di cui è stato presidente (dal `94) fino al primo febbraio scorso (quando l´incarico è passato a Carlo Dell´Aringa). «Cambiare tutto per allargare le inclusioni e per salvaguardare la sostanza delle coperture del lavoro a tempo indeterminato», era l´obiettivo dichiarato che la sua esperienza umana e professionale (aveva lavorato a lungo anche per il mondo delle cooperative) avrebbe, a suo giudizio, «dovuto convalidare, in modo inoppugnabile». Così non era stato. Certe critiche poco benevole nei suoi confronti, e l´accumularsi delle tensioni per interventi che erano stati studiati già nella stagione dell´Ulivo, lo hanno portato a conclusioni amare sul futuro dell´Italia. «Questo Paese ha cullato il sogno dell´alternanza e si è dato un sistema elettorale funzionale al bipolarismo che la dovrebbe realizzare, salvo dover constatare oggi che mancano le precondizioni per l´alternanza», si è lasciato sfuggire, ragionando quasi tra sé e sé: «L´alternanza è possibile quando c´è una convergenza al centro, quando gli schieramenti condividono una visione del mondo e il confronto avviene sugli strumenti e i percorsi per realizzarla. Questo ancora non c´è in Italia. Da noi, c´è invece, la demonizzazioni e la delegittimazione dell´altro». Poi, quasi pentito, di essersi lasciato andare aggiungeva in fretta: «Avremo modo di parlarne più avanti. Ora dobbiamo cercare di chiudere senza traumi questo capitolo: è possibile. La richiamo, tra un paio di settimane». Non sapeva, Marco Biagi, che quella notte a Palazzo Chigi avrebbero prevalso i falchi. Non sapeva, soprattutto, che il suo tempo era quasi scaduto.



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