Part-time, diritti a metà

29/05/2001



 
   

Part-time, diritti a metà
ANTONIO SCIOTTO

Il part-time cresce a ritmi sempre più veloci, lasciando indietro il vecchio full time, il classico lavoro a tempo pieno. E’ uno dei mezzi più utilizzati per entrare nel mondo del lavoro: nel 2000, quasi un quarto dei nuovi dipendenti – il 22,4% – ha "debuttato" con un contratto part-time. In molti ormai – almeno il 35% dei lavoratori – lo "scelgono" come ripiego per l’impossibilità di trovare un posto a tempo pieno e, da "traghetto" verso un impiego full time, si è progressivamente trasformato in un modo stabile di lavorare. Inoltre, è prettamente femminile: il 72% dei part-timers italiani, quindi quasi i tre quarti, sono donne. I dati vengono dall’ultimo rapporto Isfol, La riforma del part-time.
Ma quanti sono i part-time in Italia? In tutto, circa 1 milione e ottocentomila, e rappresentano l’8,4% del totale degli occupati. Negli ultimi otto anni sono cresciuti con un tasso medio del 6,7% annuo, mentre la crescita dei full time era negativa nel biennio ’93-’95, e limitata tra lo 0,1% e l’1,3% negli anni successivi. Evidentemente, per buona parte sono stati proprio i part-time a trainare la crescita complessiva dell’occupazione nel nostro paese, che nel ’99-2000 ha registrato un aumento dell’1,9%.
Secondo il decreto legislativo n. 61/2000, che ne ha regolato l’uso, il part-time è il rapporto in cui "l’orario di lavoro fissato dal contratto individuale risulti comunque inferiore alle 40 ore settimanali o inferiore all’eventuale minor orario normale fissato dai contratti collettivi applicati". Sotto le 40 ore, ma senza un minimo: quasi il 60% dei lavoratori, nel 2000, ha avuto un orario tra le 15 e le 27 ore settimanali, e l’11% addirittura sotto le 15 ore. Inoltre, la media delle ore settimanali lavorate è in continua discesa: è passata dalle 25,5 ore del ’93 alle 24,1 del 2000.
A peggiorare il quadro, i dati sugli ingressi: oltre il 53% dei part-time stipulati nello scorso anno, proveniva da impieghi full time e soltanto il 47% dal settore dei non occupati. Per molti, quindi, un peggioramento del rapporto lavorativo, tanto più se si considera che, come si è già detto, il 35% dei part-timers lo è per necessità e non per scelta, mentre un buon 37% dichiara di esserlo "per motivi personali", ovvero perché l’opzione del full time è impedita da orari troppo rigidi e dalla mancanza di strutture sociali di supporto. E soltanto il 28% sono part-timers "volontari". Ciliegina sulla torta, dal 1995 al 2000, sono diminuite le possibilità di trovare un’occupazione a tempo pieno, mentre si è incrementata, passando dal 53% al 59%, la percentuale dei lavoratori che, a un anno dal loro ingresso, permangono nel part-time senza riuscire a trasformarlo in full time.
Parallelamente alla crescita quantitativa, il panorama legislativo italiano è stato regolato, ma, nell’ultimo anno, sono intervenute delle modifiche che hanno peggiorato sensibilmente la qualità di questo tipo di contratto, rendendo il lavoratore maggiormente esposto al datore di lavoro. Centrale, è il già citato decreto 61/2000, con cui il governo di centrosinistra in scadenza ha cercato di dare una serie di norme al settore. Non si è fissata, si è detto, una base minima di ore giornaliere: cosicché si possono configurare contratti anche di una o due ore al giorno, o per un solo giorno di lavoro alla settimana.
A tutela del lavoratore è stato fissato il principio della "volontarietà" del rapporto di lavoro part-time: cosicché sono garantite, per esempio, la necessità del suo consenso per la trasformazione del tempo pieno in part-time, l’accettazione e il ripensamento rispetto alle cosiddette "clausole elastiche", ovvero, della possibilità che il datore cambi gli orari pattuiti secondo le diverse esigenze dell’azienda, l’accettazione del "lavoro supplementare", ovvero delle ore che eccedono il part-time senza superare il corrispondente orario di un full time.
E proprio dall’abuso delle clausole elastiche può venire il danno maggiore per il lavoratore: lasciando mano libera al padrone nel cambiare gli orari, si configura il "lavoro a comando". Già la Corte Costituzionale, nel ’92, ha osservato che legittimare lo
ius variandi del datore senza fissare in modo preciso i turni, viola gli articoli 36 e 37 della Costituzione. Il governo uscente, al contrario, ha lasciato, con un decreto dello scorso febbraio (n. 100/2001), uno sgradevolissimo regalo ai part-timers: i contratti collettivi potranno prevedere un termine per il preavviso, rispetto al cambio di orario previsto dalle clausole elastiche, non inferiore alle 48 ore. Prima, il termine di preavviso era un po’ più umano: dieci giorni. Una vera e propria servitù nei confronti dei tempi aziendali, insomma. La servitù a cui sono stati piegati molti giovani dei McDonald’s: a Firenze, sono stati risarciti per part-time troppo "elastici". E se tali aperture alle richieste di Confindustria le ha concesse un governo di centrosinistra, sarà opportuno tenere gli occhi doppiamente aperti da giugno, quando palazzo Chigi sarà occupato dal centrodestra.