“Part-time 1″ Antidoto alla disoccupazione

11/05/2004

        del lunedì
        sezione: IN PRIMO PIANO

        data: 2004-05-10 – pag: 2
        autore: ADRIANO LOVERA

        Part time antidoto alla disoccupazione
        Coinvolti nel 2003 il 18% di europei
        Sono i Paesi del Nord Europa a fare da traino per la diffusione del part time. Una condizione obbligata per alcuni, una scelta per altri, che interessa circa 30 milioni (il 18%) dei lavoratori della Ue a 15 Paesi. Una media aritmetica destinata a scendere con il recente ingresso dei nuovi 10 Stati, dove il part time è meno utilizzato. Comunque il lavoro a orario ridotto continua a crescere ed è uno degli strumenti principali per aumentare il livello di occupazione. A sostenerlo è la stessa Ue, nella Decisione del Consiglio europeo del 22 luglio 2003, che riprende le indicazioni sulle politiche del lavoro emerse dai Consigli di Lisbona (2000), Stoccolma (2001), Barcellona (2002) e Bruxelles (2003) e fissa l’obiettivo del 67% di occupazione totale nel 2005 e il 70% nel 2010 tra i Paesi Ue.

        Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ha prodotto uno studio sul part time in Europa, che incrociato con i più recenti dati di Eurostat fornisce un panorama piuttosto chiaro.

        Olanda su tutti. Il part time occupa il 18,2% dei lavoratori dei primi 15 Paesi Ue, in aumento di circa quattro punti rispetto al 14,2% del 1992. I soggetti più interessati sono le donne, con il 33,5% sul totale, contro appena il 6,6% degli uomini. In Olanda la quota è del 45% (addirittura il 74,2% tra le donne), seguita da Gran Bretagna (25,5%) e Svezia (22,9%), mentre Belgio, Danimarca e Germania hanno una quota vicina al 20 per cento. Agli antipodi ci sono i Paesi mediterranei — Italia (8,6%), Spagna (8,2%) e Grecia (4,2%) —, dove la quota è addirittura scesa tra 2002 e 2003. Tra i nuovi Paesi solo Polonia e Lettonia superano il 10%, mentre Ungheria e Slovacchia sono in coda con quote inferiori al 5 per cento (vedi grafico).

        I Paesi con la quota maggiore di part time coincidono con i mercati del lavoro maggiormente flessibili e con tassi di disoccupazione minori rispetto alla media. Proprio in questi Stati è maggiore la quota di chi afferma di lavorare part time per scelta, mentre negli altri aumentano coloro i quali vedono il part time come surrogato di un lavoro a tempo pieno che non c’è. Questo numero è particolarmente alto in Italia (31,1%), Finlandia (31,5%) e Grecia (44,2%), contro l’8,3% della Gran Bretagna, il 7,2% del Lussemburgo e solo il 2,3% dell’Olanda. Sul totale, il part time è una scelta per il 32% delle persone, mentre lo "subisce" il 40%, sommando quelli che ambiscono a un posto fisso (14%) e coloro che devono occuparsi di bambini o anziani (26 per cento).

        Sono numerosi i fattori che determinano l’utilizzo del part time: l’organizzazione del mercato (flessibilità, pressione fiscale, welfare), possibilità per i datori di lavoro di abbassare i costi fissi, l’espansione del terziario (settore di maggior presenza del part time), abitudini e possibilità economiche delle famiglie.

        Terziario e stagionali. Lo studio rileva come i lavoratori part time siano più presenti nella sanità, nell’istruzione e nei servizi (22,6% del lavoratori), contro il 16,9% degli occupati in agricoltura e solo il 6,9% nell’industria. In particolare, le strutture che ospitano gli stagionali, come hotel e catering, contano rispettivamente una quota del 28% e del 23,1% sul totale. Proprio a causa dei settori in cui sono impiegati, tra i lavoratori part time si riscontra molto ricambio di personale. Circa il 28% ha un contratto a tempo determinato, il 25% un contratto tramite agenzia interinale e il 16% lavora a tempo indeterminato.

        Le retribuzioni si assestano su un livello medio-basso. Il 32% degli uomini e il 47% delle donne impiegati part time hanno dichiarato di trovarsi nella fascia più bassa di salario mensile, rispetto all’azienda in cui lavorano, ma quasi tutti (l’87%) godono di una retribuzione fissa.
        Nonostante il livello dei salari, il grado di soddisfazione dei lavoratori part time è piuttosto buono. L’81% degli uomini e l’88% delle donne si è dichiarato soddisfatto o abbastanza soddisfatto della sua condizione