Parmatour: quel dossier scottante sulle banche

08/03/2004





lunedì 8 marzo 2004

PARMATOUR «Quel documento è la fotografia di un autogol», si autocritica un banchiere. E non è tutto…

Quel dossier scottante sulle banche

Molto recentemente, il 29 aprile 2003, trenta istituti accettano il piano di salvataggio di Calisto

      Trenta firme, una dietro l’altra, per siglare un accordo che avrebbe dovuto rilanciare Parmatour. Era l’ennesimo tentativo di salvare le attività turistiche della famiglia Tanzi. Il documento sottoscritto da trenta banchieri è quello, noto, del 29 aprile 2003. È agli atti dell’inchiesta di Parma e in quella di Milano. «È un dossier che scotta – fa autocritica uno dei banchieri che ha partecipato alle riunioni – perché ha una data molto recente e perché è la fotografia di un autogol delle banche». In altre parole oggi emerge ciò che trenta banche avrebbero dovuto sapere, chiedere o scoprire autonomamente nove mesi fa. E cioè che Parmatour era un immenso buco, tenuta miracolosamente in piedi solo dalle distrazioni provenienti da Parmalat, era gestita in modo del tutto improvvisato, comprava aziende a prezzi folli, i flussi finanziari erano totalmente fuori controllo così come le operazioni infragruppo.
      Eppure bastò un raffazzonato piano di ristrutturazione industriale e il carisma di Calisto, che si espose con una fideiussione personale da 230 milioni di euro e l’impegno a versare 101 milioni nelle casse Parmatour, per convincere le banche che potevano rientrare, con un po’ più di pazienza, degli oltre 300 milioni di crediti. I più esposti erano e sono il gruppo Capitalia (90 milioni), Mps (44) Centrobanca (40) e Popolare Lodi (29).
      Il pozzo senza fondo del turismo made in Collecchio era di fatto in default dal 2001, con una perdita di oltre 80 milioni e un patrimonio netto negativo. I debiti bancari avevano già superato i 300 milioni a fronte di un patrimonio immobiliare, cioè i villaggi, di 150 milioni, una cifra stabilita da perizie dello studio Zini. Tra fine 2002 e inizio 2003 tutte i marchi e le aziende del gruppo (Comitours, Going, Chiariva, Sestante, Last Minute Tour, Club Vacanze) che facevano capo a Hit e Hit International vennero conferiti in un’unica holding, Parmatour. Una riorganizzazione necessaria per poi arrivare all’intesa con le banche. Ma nel vortice di conferimenti e valutazioni le banche si sarebbero accontentate di stare a guardare, di prendere atto.
      «Certo, col senno di poi – afferma un altro dei banchieri che parteciparono alla stesura dell’accordo – è facile spararci addosso. Noi allora dovevamo tutelare i nostri crediti, cosa avremmo dovuto fare? Far saltare per aria Parmatour? Tanzi non era in galera, era il padrone della Parmalat e ci dava sufficienti garanzie».
      Ma se fosse stata fatta un’istruttoria seria, visto che seria era la situazione, forse ai medesimi dubbi cui è giunto mesi dopo Massimo Caputi, amministratore delegato di Sviluppo Italia, sarebbero potuti arrivare, al momento giusto, trenta banchieri o almeno qualcuno di loro. Caputi ha scritto una lettera il 31 dicembre al presidente di Parmatour, Cardile, (in quel periodo si parlava di un possibile intervento della finanziaria pubblica) nella quale sottolineava lo squilibrio patrimoniale e «alcuni valori assolutamente improbabili come ad esempio i 135 milioni di immobilizzazioni immateriali».
      Ad aprile le banche non fiatarono così come nessuno si pose il problema di quei soldi che ogni tanto arrivavano dalla sconosciuta Webholding inc. Certo, Parmatour era debitrice e non creditrice ma i soldi erano tanti, decine di milioni. Il misterioso finanziatore, si saprà poi, altri non era che la famiglia Tanzi grazie alle ruberie dalle casse Parmalat.
      Ecco un altro capitolo che sarebbe sotto la lente della procura: il percorso delle distrazioni, il livello di consapevolezza da parte delle banche di questa pratica e l’eventuale influenza che alcune di esse avrebbero avuto nelle decisioni di Tanzi di travasare liquidità da Parmalat a Parmatour. Ad esempio: il 16 ottobre 2002 da un conto corrente di Parmalat spa presso la Banca di Roma vengono trasferiti alla Hit (una delle due holding prima di Parmatour) 37,6 milioni di euro al conto 653540 sempre Banca di Roma. Un bel po’ di soldi per passare inosservati.
Mario Gerevini