Parmatour, primo sciopero contro Tanzi

27/02/2004


27 Febbraio 2004

RAFFICA DI INTERROGATORI IN CARCERE. SALA (EX BANK OF AMERICA) RACCONTA DI UN CONTO SVIZZERO
Parmatour, primo sciopero contro Tanz
MILANO
«Cosa chiederei a Francesca Tanzi? Che restituisca il maltolto all’azienda». Così ieri un’impiegata, in strada dietro lo striscione: «I dipendenti Parmatour chiedono di poter continuare a lavorare». Erano alcune centinaia ieri in corteo, lungo la via principale di Parma, dopo aver proclamato (per la prima volta nella storia dell’azienda) uno sciopero di quattro ore e aver deciso lo stato di agitazione. Non solo nella sede principale, ma anche nelle altre sedi italiane e per tutte le strutture del comparto turistico di Parmalat (Sestante, Going, Chiariva, Comitours).

In agitazione ma senza bloccare l’operatività dell’azienda «che – garantiscono i sindacati – verrà garantita in ogni modo perché abbiamo tutto l’interesse ad accontentare i nostri clienti».
Sono molto preoccupati i lavoratori Parmatour, coinvolti loro malgrado dal crack. Per loro il comparto turistico non era quel veicolo di distrazioni di fondi e di falsi in bilancio a favore della famiglia Tanzi – come hanno scoperto le indagini – ma un posto di lavoro («e ci si lavorava pure bene», dicono in molti), una società che vendeva biglietti e viaggi, che gestiva crociere e villaggi turistici. E tale vogliono rimanga. Ma sono «molto preoccupati per quello che abbiamo sentito dire dal ministro Marzano e dal commissario Enrico Bondi: ci hanno definito asset non strategici e quindi paventiamo vogliano vendere tutta Parmatour, magari smembrandola».

La definizione, poi, piace poco: «Noi non siamo asset – dicono – siamo oltre millecinquecento lavoratori (per la precisione 600 dipendenti fissi e 1100 stagionali, ndr) e tutta la nostra attività rappresenta un bene che non va disperso e che potrebbe essere molto utile per il salvataggio di Parmalat».
Nella loro protesta hanno trovato l’appoggio dei dipendenti dell’azienda di Collecchio e delle istituzioni locali, la solidarietà di molti cittadini di Parma, nonchè l’interessamento del prefetto, Mario Licciardello, che ha ricevuto una delegazione di manifestanti.
Se i lavoratori del turismo sono molto preoccupati, un po’ di sereno arriva invece sul fronte industriale: il commissario Bondi è riuscito ad ottenere dai fornitori un prezzo di acquisto inferiore del 10 per cento rispetto a quello praticato dopo il crack. Questo perché Parmalat ha nuovamente la possibilità di comprare il latte in Francia e Germania, dove è meno caro e dove gli allevatori, non sentendosi garantiti, tra dicembre e gennaio avevano interrotto le forniture. Per non interrompere la produzione Parmalat aveva comprato da cooperative italiane, ma a prezzi più alti: ora Bondi ha invece potuto fornire nuovamente garanzie all’estero. E arrivano buone notizie anche dal fronte commerciale: sostanziale tenuta dell’aumento delle vendite di latte registrato a gennaio (+ 13%) e prospettive di aumento anche per yogurt e altri prodotti.
Parmalat non è però una questione soltanto economica: resta la vicenda giudiziaria. Ieri i pm di Milano (Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino) hanno cominciato gli interrogatori degli indagati nel carcere di Parma: poco più di una formalità in vista della richiesta di processo con rito immediato.
Non è stata invece una formalità quella con Luca Sala, l’ex dirigente di Bank of America passato poi a fare il manager a Collecchio: due lunghi interrogatori a cui dovrebbe seguirne un terzo. E interrogatori importanti visto che – caso eccezionale – a sentirlo sono stati tutti e tre i pm insieme. Secretati i verbali perché Sala avrebbe raccontato cose importanti, in particolare su un conto da sei milioni di euro scoperto in Svizzera, alla Banca dei Grigioni: un conto a cui avevano accesso contemporaneamente sia Parmalat che Bank of America. Dalle indiscrezioni trapelate, Sala, a partire da quel conto, avrebbe spiegato ai pm quali erano i reali rapporti d’affari tra il gruppo Tanzi e gli istituti di credito: sarebbe così la prima «gola profonda» che può permettere all’inchiesta di far luce sulle connessioni tra Parmalat e il sistema bancario.