Parmatour, l’inchiesta è alla svolta

07/01/2004




      Mercoledí 07 Gennaio 2004

      Parmatour, l’inchiesta è alla svolta

      Il passaggio di fondi era di 10-12 milioni al mese – Dalle banche crediti per 330 milioni su un patrimonio di 150


      PARMA – Si stringe il cerchio intorno a Parmatour, la società nata all’inizio del 2003 dalle ceneri delle attività turistiche dei Tanzi, il cui dissesto avrebbe forse fatto emergere la bancarotta della Parmalat con alcuni mesi d’anticipo. La svolta nelle indagini è attesa da un giorno all’altro, dopo che gli inquirenti avranno finito di ricostruire il sistema di distrazione di fondi messo in atto da Calisto Tanzi. Nel mirino dei magistrati vi sarebbe il vertice dell’impresa turistica, nel cui consiglio siede fra gli altri Francesca Tanzi, figlia di Calisto, rimasta finora estranea alle misure disposte dalle Procure di Milano e Parma. La nuova ondata di probabili provvedimenti giudiziari confermerebbe l’esistenza di nuove prove acquisite dagli inquirenti. L’imprenditore accusato di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere ha già ammesso distrazioni di denaro per 500 milioni di euro. Tuttavia l’importo, in base agli elementi acquisiti, sarebbe più elevato. Una fonte consultata dal «Sole-24 Ore» ha riferito che da Parmalat sarebbero risaliti in Parmatour, mensilmente, 10-12 milioni.
      Il sistema di malversazioni collaudato in Parmalat Finanziaria sarebbe stato in sostanza replicato nell’arcipelago delle aziende di famiglia, dove il ruolo di Fausto Tonna, mente finanziaria del gruppo alimentare, sarebbe stato svolto in questo caso da Claudio Baratta, ex presidente e amministratore delegato di Hit Spa, la società da cui dipendevano le compagnie di viaggi conferite a Parmatour nel 2003. Baratta ha poi lasciato l’azienda in luglio per passare alla Ventura, una società dell’Aci. Nel pozzo senza fondo del turismo made in Collecchio sono stati dirottati milioni di euro destinati all’acquisto di obbligazioni ma spariti nel nulla, e un villaggio turistico ufficialmente acquistato per 12 milioni, in realtà pagato 7. Gli altri 5 non sono stati mai erogati al venditore. In pratica, gli inquirenti hanno scoperto due contratti paralleli: uno finto, da 12 milioni, e uno vero, da 7. A fine 2001, il complesso delle attività turistiche della famiglia Tanzi era di fatto in default, con una perdita di 80-85 milioni e un patrimonio netto pesantemente negativo. La piramide di controllo che dalla Agis conduceva alla Hit Spa, passando per la Horus e la Hit International, era pericolante. I debiti bancari concessi dai maggiori gruppi creditizi italiani alla Hit Spa e alla Hit International avevano raggiunto, a fine 2001, i 330 milioni a fronte d’un patrimonio immobiliare (i villaggi) stimato in 150 milioni sulla base di perizie dello studio Zini. Nel bilancio della Hit, inoltre, figuravano operazioni infragruppo di difficile lettura, per un centinaio di milioni. E l’intero castello di debiti era per di più garantito da fidejussioni personali di Tanzi, che impegnavano l’imprenditore a risarcire le banche, in caso di dissesto, attingendo al suo patrimonio. Se dunque la Hit fosse stata abbandonata al suo destino, gli istituti di credito avrebbero dovuto rivalersi sulla Coloniale – la società della famiglia Tanzi che possedeva la maggioranza assoluta della Parmalat – diventando i principali azionisti del gruppo. Il turismo andava pertanto salvato, a ogni costo, e con esso ciò che la Centrale dei rischi definisce «Gruppo d’interesse economico Calisto Tanzi». In questo direzione operò il comitato consultivo dei creditori formato da Mediocredito Centrale (del gruppo Capitalia), Monte dei Paschi di Siena e Banca Intesa, la quale si dice vantasse a quel tempo verso la Parmalat un credito di 550 milioni. E in questa direzione operarono anche Capitalia e Banca Popolare di Lodi, che nei sei mesi a cavallo tra il 2002 e il 2003 sarebbero stati, secondo la medesima fonte, i principali finanziatori del gruppo Parmalat. Con 100 milioni di crediti, Mcc fu nominata banca agente della ristrutturazione del turismo, e il 29 aprile 2003 nella sua sede romana, alla presenza del suo amministratore delegato, Matteo Arpe, le 38 banche che aderirono al salvataggio e Calisto Tanzi firmarono il piano che dava forma e sostanza alla Parmatour. Nella stato patrimoniale della nuova società figuravano all’attivo i villaggi e le compagnie di viaggio coi loro marchi e i loro dipendenti, e al passivo i 310 milioni di debiti ristrutturati, più un aumento di capitale da 101 milioni che avrebbe dovuto sottoscrivere la famiglia Tanzi. Con questa iniezione di mezzi, la Parmatour avrebbe dovuto rimettersi in sesto e ritornare in pareggio entro la metà del 2004. L’operazione avvenne in tre tranche: 46 milioni furono versati nell’ottobre 2002, 19 nel marzo 2003 e i rimanenti 36 all’atto della firma del piano, a fine aprile 2003. I Tanzi versarono il capitale, ma qualche mese dopo l’amministratore delegato della Parmatour, Roberto Tedesco, era di nuovo a battere cassa presso gli istituti di credito.
      È stato così scoperto, di recente, che nei bilanci Parmatour erano stati annegati – non si sa come né perché – alcune decine di milioni di crediti verso società della famiglia Tanzi. E che i 101 milioni da questa utilizzati per ricapitalizzare la Parmatour sono andati (in parte o in toto) a rimborsare quei crediti. Con una mano hanno messo il deanro, probabilmente preso a debito dalle banche, e con l’altra se lo sono ripreso.

      ANGELO MINCUZZI GIUSEPPE ODDO