Parmalat, Marzano vende a pezzettoni

24/02/2004




 
   
24 Febbraio 2004
ECONOMIA







 

Parmalat, Marzano vende a pezzettoni
Il ministro prepara lo spezzatino della multinazionale: «Si comincia da Parmatour e dal calcio». Poi toccherà agli altri rami, dai succhi di frutta ai prodotti da forno. Si salverebbero solo latte e yogurt. Contrario il suo collega Alemanno. Cgil, Cisl e Uil chiedono un tavolo di crisi e minacciano uno sciopero nazionale. Le segreterie e i delegati di tutta Italia: no alle dismissioni, il gruppo deve restare integro

ANTONIO SCIOTTO


Parmalat sarà fatta a spezzatino o resterà integra? I sindacati sono preoccupati, soprattutto dopo la sortita del ministro delle attività produttive Marzano, che ieri ha parlato chiaramente di dismissioni. Si comincia innanzitutto da Parmatour e dal Parma calcio – è l’idea di Marzano – per poi passare a tutte quelle attività che non rientrano, sia all’Italia che all’estero, nel core (nucleo, cuore produttivo) del gruppo. Dall’altro lato, e qui il governo non pare affatto in armonia, c’è la proposta del ministro delle risorse agricole Alemanno, che dice no allo spezzatino e ritiene ipotizzabile solo la cessione delle centrali del latte, perché ritornino ai produttori e allevatori locali. I due ministri hanno esposto le proprie idee nel corso dell’assemblea delle Rsu Parmalat convocata a Roma da Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil. Da parte dei delegati, dei vertici delle categorie e dei segretari delle confederazioni Epifani, Pezzotta e Angeletti sono arrivate richieste precise: niente dismissioni senza che sia fatta chiarezza sul piano industriale, tutela dell’integrità del gruppo, istituzione immediata di un tavolo dove i sindacati possano partecipare e dire la loro sul futuro del colosso agroalimentare. Quello che per il momento sembra assodato, almeno dagli imput che vengono dall’esecutivo, è che la Parmalat non dovrebbe perdere completamente gli asset internazionali, diventando tutta e soltanto italiana. Marzano, che ha annunciato entro il mese prossimo le linee guida del nuovo piano industriale, dice di pensare a una «multinazionale più piccola e snella», che si sia liberata di quanto non appartiene al suo core e di tutti quei rami che rendono poco o appesantiscono i conti con i loro debiti eccessivi. Paragonando il caso Parmalat a quello Cirio, il ministro ha spiegato che allo stesso modo il governo è del parere che la multinazionale del pomodoro deve tenere solo il nucleo Cirio-De Rica, ma liberarsi di Del Monte Foods e Del Monte Pacifics. Secondo Marzano, una Parmalat così «ristrutturata» e concentrata su latte e derivati (principalmente yogurt) potrebbe puntare a superare i target di Danone e Nestlè, con un incremento del 3,5% del rapporto Ebitda/fatturato, inferiore solo a quello della Unilever.

Dati tecnici e proiezioni che non hanno però convinto i sindacati, allarmati da eloquenti «dimenticanze» del ministro. Franco Chiriaco, segretario generale della Flai Cgil ha infatti chiesto a Marzano cosa ne sarà dei «succhi di frutta, dei prodotti di pomodoro e di quelli da forno». Marzano ha glissato, rispondendo sibillino: «bisogna tenere i piedi per terra». Evidentemente il rischio spezzatino è davvero forte.
I primi ad essere travolti potrebbero essere lavoratori di cui si parla poco, quelli della turistica Parmatour: «Sono settecento dipendenti, senza contare gli oltre mille stagionali», spiega Gabriele Guglielmi, della segreteria nazionale Filcams Cgil. Un allarme lanciato anche dal segretario generale Cgil Guglielmo Epifani: «E’ possibile che Parmatour finisca per chiudere prima delle altre».

Sia Pezzotta che lo stesso Epifani hanno posto l’accento sulla tutela della produzione industriale e del lavoro: si è parlato tanto di risparmiatori ed è giusto che vengano difesi dalle truffe – hanno ripetuto sostanzialmente in due diversi interventi – ma adesso è il momento di dare la parola ai sindacati e ai lavoratori, perché senza industria e senza occupazione non ci può essere sviluppo, investimenti, risparmio. Per il leader della Cisl «non si può parlare di dismissioni se prima non è stato presentato un piano industriale: bisogna che il governo convochi al più presto un tavolo di crisi». Secondo il segretario generale Cgil è assurdo pensare di vendere divisioni che hanno un valore aggiunto più elevato di quello del latte, come è sbagliato liberarsi subito dei rami in difficoltà: «Per il momento conserviamo l’integrità del gruppo, valutiamo tra due o tre anni se diversificare». Quanto a un eventuale sciopero, si farà se il governo tarderà ancora ad aprire un tavolo, se Bondi continuerà a scriversi il piano industriale da solo.

Alla fine dell’assemblea i delegati dei tre sindacati dell’agroalimentare hanno approvato all’unanimità un documento che chiede al governo di «salvaguardare l’integrità del gruppo e l’occupazione». In particolare, le Rsu Fai, Flai e Uila chiedono la definizione da parte dell’esecutivo di un «progetto strategico di salvataggio e rilancio», coinvolgendo forze economiche (imprenditori, cooperazione, Sviluppo Italia, banche, creditori, amministratori Parmalat, sindacati), attraverso l’istituzione immediata di un tavolo di concertazione». Si chiede anche che Fai, Flai e Uila acquistino azioni delle imprese agroalimentari quotate in Borsa, in modo da dare la delega ad esperti di fiducia per la partecipazione alle assemblee degli azionisti ed esercitare un ruolo di controllo e di informazione sul reale stato dell’impresa. Come hanno sottolineato più interventi, infatti, l’informazione è mancata del tutto: la via dell’acquisto di parte delle azioni sembra essere dunque il mezzo più immediato per non venire esclusi dalla gestione dell’impresa. Il sindacato, infine, potrà ricorrere alla mobilitazione: lo sciopero di cui si è parlato, ma che non è ancora stato indetto.