Parmalat: due fratelli dietro le sbarre

18/02/2004


18 Febbraio 2004

personaggi
Pierangelo Sapegno

UNA SAGA FAMILIARE, CARATTERI OPPOSTI CON UN DESTINO COMUNE
I due fratelli dietro le sbarre
Lui piange, lei non s’arrende
Stefano rinnega il padre: «Ora so di aver vissuto con un folle»
Invece Francesca lo difenderebbe «anche se fosse colpevole»

inviato a PARMA
NON ci credo. Se mi dicono che mi arrestano, non ci credo. E’ tutto un incubo».
Francesca Tanzi diceva così. Con il vento che tira, in fondo è successo solo quello che s’aspettavano tutti. I figli hanno raggiunto il padre in carcere. Quanto servano questi arresti, non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che in questa discesa agli inferi della famiglia Tanzi continua a compiersi una tragedia senza fine. Francesca e Stefano ci hanno confessato il terrore di questo giorno, in maniera opposta, come diverso e lontano era il loro rapporto con questa storia e l’unico, vero padrone dei loro destini. Francesca aveva la rabbia di una donna: «Io voglio che mio papà esca. Questo solo».
D’altro canto, è proprio attraverso il rapporto con il padre che Stefano e Francesca marcano i loro territori, i loro sbagli se ci sono stati, e la loro vita. Se uno chiede ai due figli un giudizio su papà Calisto non ha solo risposte diverse, ma anche toni e sentimenti opposti. Francesca non s’incrina mai, «io sono sua figlia» ripete, «e ho per mio papà l’amore e l’affetto che tutti i figli hanno per il padre. La mia speranza è una sola: che esca al più presto». Stefano, all’inizio, conferma tutto, quasi diplomaticamente: «Quello che dice mia sorella è giusto. Lo sottoscrivo interamente».
Ma poi nelle pieghe del colloquio comincia a dar fiducia e a piegarsi, a tirar fuori tutto quello che non capisce e che non ha mai capito. Piange davanti a una tazza di caffè con un cronista: «Giuro che non sapevo niente. Mi sembra di aver vissuto con un folle». Si sfoga con Domenico Barili, il vecchio uomo Parmalat dei tempi buoni, l’amico di famiglia: «Ma è possibile che a noi insegnasse delle cose e poi si comportasse in maniera opposta?». Cede pure con il cronista: «E’ questo che non capisco, che non mi fa dormire. Se io avessi un’azienda che va allo sfascio, ci metterei a capo mio figlio senza spiegargli i rischi che corre? E’ solo questo che mi chiedo». Io gli dico di no, che non lo farei. E lui mi guarda come se volesse piangere.
Che diversità dalla durezza di Francesca: «Difenderei mio padre anche fosse colpevole». E se ha paura del carcere, e lo confessa, sa bene che non lo deve al babbo: «Non mi fido di quello che leggo in questi giorni. Mio padre non è quello che descrivete voi. E se ha sbagliato lui è in carcere. C’è gente che forse ha più colpe di lui, e che non paga e non pagherà niente». Uno crolla, e finisce in clinica per un esaurimento nervoso, a ottobre, perché non ce la fa più. L’altra non molla mai, e quando arrestano il babbo, corre a San Vittore a portargli i medicinali. La verità, però, è che non c’è un prediletto nella tragedia dei Tanzi, ma ci sono un figlio e una figlia e un vecchio patriarca emiliano che ha diviso i ruoli, non gli affetti, anche secondo concetti antichi.
Francesca è una dipendente di Parmatour. Poi conta e decide perché è la figlia del padrone, non perché comanda. E’ lei che supera il suo ruolo di figlia femmina. Stefano è presidente, ma tutto passa sopra la sua testa. E’ lui che subisce, che soccombe al ruolo di figlio maschio. Stefano mi dice: «Hanno assunto Arrigo Sacchi e io manco lo sapevo. Non capivo a cosa ci servisse. Ma papà adorava Sacchi. Non si discute». Invece Francesca, quando le chiedo delle sue responsabilità nei conti della Parmatour, alla fine sbotta con rabbia: «Ma basta con queste assurdità! La verità è che io dovevo chiedere la firma delle banche anche solo per ordinare la carta igienica! Io sui soldi non contavo niente».
Stefano è responsabile del Parma calcio, ma poi nella realtà dei fatti era il papà che faceva e disfaceva, che assumeva e licenziava, e quel che diceva il figlio non contava. Il cavaliere prese Malesani che stava mettendosi d’accordo con il Bologna. Chiamò Gazzoni Frascara: «Ha già firmato con te?» «No, ma è come se l’avesse fatto. Abbiamo già preparato la campagna acquisti». «Se è così non importa. Lo prendo io». Poi Stefano si affezionò all’allenatore, e il padre invece si stancò in fretta. Lo chiamava «l’albanese», e ci fece effetto, quel giorno che incontrammo Stefano confinato nella sua stanza sgabuzzino di Collecchio, sentirlo difendere quel signore un po’ strano che andava a far festa come un pazzo sotto le tribune a ogni gol del Parma: «A mio padre non piaceva. Diceva che non aveva classe, non gli andavano troppo le sue esultanze esagerate e il suo modo di vestire, sempre in tuta, trasandato, con quell’aria poco elegante. Non fui io a licenziarlo. Anzi, ci rimasi molto male quando accadde. Malesani lo sa bene questo, e con me è rimasto in ottimi rapporti. Mi ha chiamato anche l’altro giorno, mi ha fatto coraggio».
Allo stesso modo cerca di difendere fino all’ultimo Carlo Ancelotti («è così triste»), un altro tecnico al quale Stefano si è molto legato. Niente da fare: licenziato. Due anni fa, però, sembra quasi convincere il padre a farlo ritornare nel Parma: «Lui mi disse di sì. Ma in realtà, da quel che so io, non l’ha mai chiamato. Per questo alla fine Ancelotti è andato al Milan». Padre e figlio non vanno d’accordo su niente. Arrigo Sacchi glielo impone, senza neanche avvertirlo. Prendono Ulivieri e bisticciano: «Mio padre non ne voleva sapere.

E’ comunista, mi diceva. Non sta bene da noi». Sui giocatori è lo stesso, dice Stefano. Quelli preferiti da Stefano «erano Cannavaro, Buffon e Thuram, oltre a Bennarivo, che rappresentava la vecchia guardia». A parte l’ex capitano, tutti venduti.
Poi c’è Tonna, un altro capitolo. Nelle riunioni del Parma calcio, l’onnipotente ragioniere era l’unico che non solo si permetteva di contraddire il cavaliere, ma che addirittura, a volte, «lo metteva proprio a tacere». Di fronte a lui, dice Stefano, in qualche occasione suo padre «non sembrava più un padrone». Però, il figlio presidente ha nei confronti dell’amministratore della Parmalat quasi il rispetto e la deferenza che un dipendente può nutrire verso il suo capo. Quando gli chiediamo un giudizio su Tonna non tira fuori mai una parola cattiva, dice solo che non riesce a spiegarsi neanche quello, che «a leggere i giornali e ad ascoltare le tv, le persone sembrano tutte molto diverse da quelle che conoscevo io». E prima come lo conosceva? «Come uno che era davvero legato a noi e che si dannava l’anima per l’azienda».
Francesca, invece, non ha dubbi e tentennamenti, «di Tonna non parliamo» chiarisce subito, perché, probabilmente, se dovesse farlo sarebbero solo altri guai. Anche se lei non lo dice, dovevano già aver avuto duri scontri prima, e adesso teme davvero che lui possa far di tutto per mandarla in galera.
La Parmatour crolla sotto i debiti, e Francesca combatte. Il Parma calcio cercano di risanarlo da qualche anno, ma Stefano sembra quasi un estraneo, vive come un ectoplasma questa grande crisi che lo travolge: nella saga dei Buddenbroock di Thomas Mann sarebbe come il figlio artista, che subisce il declino rovinoso della famiglia. Verso metà ottobre, ha raccontato l’ex direttore finanziario Alberto Ferraris, «il debito complessivo della Parmalat che accertai era di 13,5 milioni di euro contro i 6 a bilancio. Informai Stefano, che non si mostrò sorpreso nell’apprenderlo, ma mi portò dal padre. Tanzi disse che la cifra era esagerata, che non superava gli 8 milioni di euro». Ferraris si dimise. Stefano finì con l’esaurimento nervoso.
La Parmatour, invece, oggi è un bel cumulo di debiti da sola, forse sui 400 milioni di euro: 310 di esposizione verso le banche e 50 verso i fornitori, cioè i voli charter e gli alberghi. Francesca è accusata da Tonna, ma soprattutto dall’ex amministratore delegato Roberto Tedesco: «Noi Parmatour potevamo salvarla, ma c’era la continua interferenza di Francesca. Calisto difendeva la figlia a ogni costo». Tonna parla di «acquisizioni gonfiate di società e villaggi turistici usate per frodare il fisco e ottenere dalle banche amiche fidi più elevati utilizzandoli come garanzie reali». Alla fine del 2001, il turismo della famiglia Tanzi era già in fallimento con una esposizione nei confronti delle banche di 330 milioni di euro a fronte di un patrimonio immobiliare stimato in 150 milioni sulla base di perizie dello studio Zini. Però, anche dal carcere, il cavaliere è riuscito una volta tanto ad alzare la voce, confermando la difesa di Francesca: «Mia figlia non decideva niente alla Parmatour. Non era lei che firmava, non era lei che chiedeva soldi».
Dai verbali non è mai uscito niente di così forte nei confronti di Stefano. Forse, papà Calisto doveva pensare che non ce ne fosse bisogno. Se ne sarebbero accorti anche gli altri che Stefano non contava niente, che non aveva mai fatto una cosa perché l’aveva decisa lui. Quella volta che lo incontrammo, ci disse che continuava a piangere perché era stato costretto a lasciare il calcio. E pensare che non voleva saperne, ci disse: «Fin dall’inizio io e mio padre l’abbiamo pensata in maniera opposta. Io non volevo occuparmi del Parma, e pensavo di riuscire a non farmi convincere. Non mi interessa, gli dicevo. Non ho mai fatto una partita a pallone in vita mia. Mi ha obbligato. Lo fai e basta».
A Francesca, il cavaliere non avrebbe mai detto così. Quando lei si innamorò di Salvatore Scaglia, lui non era affatto contento, e cercò pure di farglielo capire. Siccome non c’era verso di farle cambiare idea, si arrese e accettò il matrimonio. Poi portò il genero in azienda per dargli un lavoro e un buon posto. «Fategli un contratto», disse. «A tempo indeterminato?». «Ma siete cretini?!», sbuffò. Il vecchio padrone doveva essersi arreso solo per finta. E difatti fu lui alla fine a far crollare il matrimonio. Ci avrebbe pensato la Sacra Rota a cancellarlo del tutto, come se fosse soltanto un errore da dimenticare. Però, diceva Francesca, forse aveva ragione lui. Se no, mica la convincevi una così.