“Parla come se volesse andar via scaricando le colpe sugli operai”

25/10/2010

Questa è una prova di forza. E Marchionne è un grandissimo negoziatore
Come si può pensare che dagli stabilimenti italiani provengano gli utili quando sono fermi?

ROMA – «La verità è che Marchionne vorrebbe andarsene dall´Italia. D´altra parte è lui stesso che continua a dirlo. Non a caso sostiene di non avere più debiti con il nostro paese. E´ come se si sentisse obbligato a stare qui da noi, mentre il gruppo è sempre più americano, forte in Brasile e negli Stati Uniti».
Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ha appena visto la «prima» di Sergio Marchionne in televisione. E conferma, a caldo, che non gli piace più il manager italo-canadese che per un po´ agli occhi della sinistra era apparso come l´incarnazione di una nuova borghesia illuminata. Storia passata, archiviata. Oggi, agli occhi della Cgil, che insieme alla Fiom poco più di una settimana fa ha portato in piazza centinaia di migliaia di metalmeccanici proprio contro il «modello Pomigliano», Marchionne è il prototipo dell´imprenditore che scarica sui lavoratori colpe che non hanno. Un vecchio schema abusato, pre-globalizzazione, non proprio innovativo. Perché, al contrario – secondo Epifani – «il problema ormai è il Lingotto», o Marchionne, ma non gli operai.
Così la «vertenza Fiat» torna ad essere, come tante volte nel passato, uno spartiacque per le relazioni industriali. C´è un prima e ci sarà un dopo, ma saranno diversi, senza continuità. E – come sempre – ci saranno vincitori e sconfitti. Questa è la posta in gioco tra Torino e i sindacati. Per questo è una prova di forza. «E Marchionne – sostiene Epifani – è un grandissimo negoziatore».
«Avevamo capito da tempo – ragiona il leader della Cgil – che Marchionne fosse molto scettico sul futuro della Fiat in Italia. Lo avevamo capito dopo la decisione di chiudere lo stabilimento siciliano di Termini Imerese e poi dall´ipotesi per molto tempo in ballo di chiudere anche Pomigliano d´Arco. E ancora dal fatto che a Mirafiori non sono arrivati nuovi modelli mentre a Torino continua ad esserci un problema di sovraccapacità produttiva. Ecco perché eravamo scettici. Abbiamo assistito a una sorta di roulette russa. Davvero c´è qualcosa che non torna».
L´obiezione a Epifani è scontata: le fabbriche italiane non sono efficienti, tanto Marchionne ha detto che il gruppo andrebbe meglio senza i nostri impianti. «Ma come si può pensare che dagli stabilimenti italiani provengano anche degli utili quando sono praticamente fermi. Si fa cassa integrazione dappertutto. E si ricorre alla cassa integrazione perché il mercato europeo non va bene in particolare per i marchi Fiat. Sulle fasce medio alte, quelle che fanno guadagnare, la Fiat è praticamente assente, e su quelle medio piccole la concorrenza è agguerritissima. Non ci sono i modelli: questa è la realtà».
Il segretario della Cgil prova a prenderla da lontano. Ricorda che siamo il secondo paese manifatturiero d´Europa, il quinto nel mondo. E che dunque il problema non riguarda l´insieme dell´industria italiana, ma, semmai, il comparto dell´auto, dove, peraltro, proprio la Fiat insieme ai vari governi ha impedito che arrivasse la concorrenza con altri produttori. «Non sarà – dice Epifani – che c´è qualcosa che non funziona alla Fiat?». Oppure che le rigidità sindacali, come sostiene Marchionne, sono incompatibili con i modelli produttivi di quest´epoca? «E perché – replica Epifani – alla Ferrari si preparano a chiudere il 2010 come l´anno record? Non siamo sempre in Italia? Il fatto è che nessuno ha applicato lo schema Marchionne: prima si decide come si produce e poi cosa si produce. Ma non è mai stato così. E´ un atteggiamento sbagliato. Si è sempre fatto il contrario. Ma davvero si può pensare che tutto dipenda da un turno in più o in meno? Marchionne sta soltanto cercando di prendere tempo per poi decidere cosa fare. Dico di più: nominiamo una commissione neutrale, può anche istituirla il Parlamento, per verificare se sui turni ha ragione la Fiat oppure gli operai che dicono di non farcela. Ma non si può accettare la posizione di Marchionne: o si fa alle mie condizioni oppure nulla».
Resta il fatto che l´ad del Lingotto farà vedere le sue carte solo quando sarà assicurata la «governabilità» delle fabbriche. «Allo stato – dice Epifani – non c´è niente di niente. Non c´è un progetto industriale per l´Italia».