Parisi (Confindustria): si tratta di un grave messaggio lassista

09/12/2002





8 dicembre 2002

LE IMPRESE

Parisi (Confindustria): si tratta di un grave messaggio lassista

«La lotta al sommerso è stata uno dei principali impegni dell’associazione degli imprenditori»

      ROMA – Stefano Parisi non nasconde la sorpresa per le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Un grave messaggio di lassismo quando il governo dovrebbe dare un messaggio di rigore», le definisce. «Tanto più – insiste – che con il Patto per l’Italia abbiamo cercato di sostituire il lavoro nero con le politiche attive per il lavoro, coinvolgendo sindacati e imprese attraverso gli enti bilaterali». Per il direttore generale della Confindustria «la lotta al lavoro nero è anche culturale, bisogna affermare con forza che è vietato». E Parisi non rinuncia a un riferimento al caso specifico che ha originato la polemica, quello dei cassintegrati Fiat: «I lavoratori di Termini Imerese non avranno certo il tempo per fare il lavoro nero, visto che saranno impegnati con la formazione in vista della riapertura dello stabilimento». La prima iniziativa concreta contro il lavoro nero risale al governo di Romano Prodi, che varò i cosiddetti contratti di emersione. Formula che tuttavia, al di là delle intenzioni, non ha dato risultati clamorosi. L’offensiva è quindi ripartita con il governo di Silvio Berlusconi, anche sotto la forte pressione del nuovo presidente della Confindustria, che fin dalla sua elezione, nel 2000, ha dichiarato guerra al sommerso, da lui considerato anche un fattore di concorrenza sleale fra le imprese. Due anni fa Antonio D’Amato ha proposto un piano triennale per l’emersione dell’economia «nera», che secondo statistiche autorevoli come quelle del Fondo monetario internazionale, rappresenta il 27% del Prodotto interno lordo, con l’obiettivo di far recuperare al fisco 120 mila miliardi di lire di imposte. Intanto il governo di Silvio Berlusconi aveva approvato il cosiddetto pacchetto dei primi cento giorni, che conteneva appunto misure per l’emersione. «Metterà il turbo all’economia», commentò entusiasta D’Amato.
      La relazione al provvedimento stimava «prudenzialmente» l’emersione di 900 mila lavoratori con un aumento di gettito per l’erario di oltre 7 mila miliardi di lire. A pochi giorni dalla scadenza della legge, tuttavia, soltanto 159 aziende avevano chiesto di emergere, per un totale di 430 lavoratori. Il fisco aveva incassato 415 mila euro.
      Così il governo ha deciso di rilanciare. Nel mese di giugno è partita una campagna straordinaria di accertamenti che sta investendo 30 mila aziende, insieme a una campagna di informazione costata qualche milione di euro. A luglio è stato quindi sottoscritto dal governo, dalle organizzazioni imprenditoriali e dai sindacati, tranne la Cgil, il patto per l’Italia, che ha spianato la strada con un successivo «avviso comune» alla costituzione dei cosiddetti Cles, i comitati locali per l’emersione del sommerso, composti da rappresentanti delle istituzioni locali, delle imprese e dei sindacati, che hanno il compito di approvare i programmi di emersione graduale. La Cgil, che non ha firmato il Patto, partecipa però ai Cles. Nel provvedimento che ha tradotto in legge questa parte del Patto sono stati fissati altri paletti, come l’obbligo per le imprese appaltatrici della pubblica amministrazione di produrre un certificato di regolarità contributiva.
      Un ulteriore giro di vite è previsto con la riforma degli ammortizzatori sociali. L’indennità di disoccupazione sarà maggiormente collegata all’effettiva disponibilità ad accettare un lavoro o a frequentare corsi di formazione: proprio allo scopo di evitare il rischio che il disoccupato lavori in nero continuando a percepire l’indennità. E anche la futura legge sulla mobilità lunga, che dovrà essere approvata per tener fede agli impegni presi sulla Fiat, dovrebbe contenere criteri particolarmente rigidi.
Sergio Rizzo