Panzeri: «Il contratto nazionale si salva se è duttile»

14/01/2004




14 Gennaio 2004
RIFORMISTI CGIL
Panzeri: «Il contratto nazionale si salva se è duttile»

No alla gabbie salariali, ma guidare un autobus a Milano non è la stessa cosa che a Matera
M. CA.
«Nella vicenda dei tranvieri si mescolano tanti interessi», dice Antonio Panzeri, leader dei «riformisti» della Cgil, momentaneamente parcheggiato in Europa. C’è chi vuole approfittarne per dare un altro giro di vite al diritto di sciopero, chi per dare la botta definitiva al contratto nazionale e riesumare le gabbie salariali attualizzate come federalismo salariale. Nonostante quel che si dice sul suo conto, l’ex segretario della Camera del lavoro di Milano nega di militare tra i secondi. Giudicate voi, dopo aver letto come Panzeri argomenta la sua posizione. «Ci sono due modi per suicidare il contratto nazionale: non rispettarne la scadenza o rinnovarlo senza tener conto di quel che è cambiato in una categoria». L’accordo del 20 dicembre degli autoferrotranvieri è stato un doppio suicidio. Firmato con due anni di ritardo, ignora che è «diversissimo» guidare un autobus a Milano o a Sondrio, a Roma o a Matera. «La differenza non è tra Nord e Sud, ma tra città grandi e piccole». Differenze oggettive che solo un contratto «duttile» può registrare. Altrimenti «pezzi di categoria sfuggono di mano, salta tutto, compreso il contratto nazionale». Le differenze, insiste Panzeri, vanno riconosciute «dentro» il contratto nazionale, non «dopo». In che modo? «Come si è sempre fatto da quando si contratta. Per i lavori nocivi gli accordi prevedono un trattamento diverso». Il caso Milano è scoppiato perché il contratto nazionale è logoro, non perché la situazione è scappata di mano a «qualche sindacalista».

Il Foglio di ieri autorizza un’interpretazione diversa. Il segretario della Fit Cisl lombarda Dario Balotta svela al quotidiano di Ferrara un segreto di pulcinella: «Lo sciopero selvaggio del primo dicembre l’abbiamo organizzato noi della Cisl con Uil e Cgil. C’erano 95 nostri delegati a gestire il passaparola». Con la clamorosa protesta i «milanesi» volevano sottolineare che il contratto nazionale «non tiene più» perché «la vita a Milano costa di più». Il messaggio era rivolto ai vertici confederali. L’accordo al ribasso, siglato da questi ultimi per «salvare» il contratto nazionale, ha avuto l’esito opposto. Ha irrobustito la posizione di chi – governo, Confindustria, ma anche una parte del sindacato – vuole ridisegnare l’intera struttura contrattuale: per tutti un contratto nazionale magro, sotto l’inflazione; da integrare dove si può con accordi territoriali o aziendali.

Le difficoltà dell’accordo tra Atm e confedarali dimostrano che anche questa è una strada tutta in salita. Ma da tentare, secondo Panzeri, «visto che azienda e Palazzo Marino si erano allargati offrendo aumenti anche superiori ai 106 euro». Dopo il 20 dicembre Cgil, Cisl e Uil milanesi avevano solo due possibilità: o fare le barricate contro l’accordo nazionale o cercare di portare a casa qualcosa a livello aziendale. «Suppongo che anche Epifani preferisca la seconda».

Le stoccate di Panzeri al vertice Cgil non si fermano qui. «La democrazia non può essere invocata a giorni alterni. Non ci si mette d’accordo con la Cisl per fare il referendum tra i tranvieri? Si facciano almeno delle assemblee. A tutti i sindacalisti può capitare di firmare un brutto contratto. Poi però devi andare a spiegare ai lavoratori perché non sei riuscito a fare di meglio». Invece i giorni passano, i tranvieri «non si fidano più di nessuno», la crisi di rappresentanza del sindacato si approfondisce. Un crisi che si misura con la forbice sempre più larga tra aspettative e risultati. «Al sindacato non mancano le tessere, manca l’efficacia».