Pannella non cede: Romano, segui Craxi

18/07/2007
    mercoledì 18 luglio 2007

      Pagina 3 -Primo Piano

      IL RETROSCENA

        Pannella non cede: Romano, segui Craxi

          Il «regista» dello strappo: pensi alla scala mobile, il nemico resta a sinistra

            Francesco Verderami

              ROMA — «Romano Prodi deve muoversi come Bettino Craxi ai tempi della scala mobile, perché per Craxi allora come per Prodi oggi, gli avversari restano la sinistra comunista e i sindacati». Marco Pannella chiede «un atto di chiarezza » al premier sulle pensioni, il suo appello non segue la decisione del ministro Emma Bonino di rimettere il mandato nelle mani del presidente del Consiglio. È da un mese che esorta il capo del governo «a non smentire se stesso», attraverso i microfoni di Radio Radicale: «Da un mese gli ricordo quanto annunciò all’inizio della legislatura. "Dovremo stupire", ci disse: "E stupiremo con le riforme" ». Ma quelle intenzioni sono rimaste finora lettera morta, così sostengono i radicali. A partire dalla Bonino: «In Consiglio dei ministri ho ripetutamente sollevato la questione. Però se non ricordo male, e non ricordo male, nessuno ha solidarizzato con me in quelle occasioni. Ora vedo che spuntano riformisti dappertutto…

              ». La stilettata ha un destinatario: è il vicepremier Francesco Rutelli, e il documento dei «coraggiosi» per il Partito democratico. Ma non c’è dubbio che sia stato il silenzio di Prodi a indurla a rendere nota la sua ostilità al compromesso sulle pensioni, che il premier sta tentando di trovare con la «sinistra comunista» e con «i sindacati», accusati dalla titolare per gli Affari europei di «posizioni reazionarie ». Perciò Pannella chiede a Prodi di calarsi nei panni di Craxi, perché «se Rutelli avanza la possibilità di cambiare le alleanze di governo, noi chiediamo al premier di non cambiare, cioè di non smentire se stesso». Il paragone con il leader socialista e il ricordo del referendum sulla scala mobile sono il modo in cui Pannella vuole sottolineare al capo del governo che «su quella linea si vince».

              Il fatto è che «quella linea» riporta alla memoria lo scontro del centrosinistra di allora con il Pci e la Cgil, riproponendo il nodo irrisolto dell’alleanza tra due aree politiche che non sembrano compatibili. E così rischia di destabilizzare la fragile coalizione unionista, mandando in crisi l’esecutivo. «Tocca a Prodi prendere una decisione e farci sapere se riduce alla ragione la sinistra comunista e i sindacati », prosegue Pannella: «Noi lo aiutiamo ad ascoltare l’Europa, la Corte dei conti e il governatore di Bankitalia. Mario Draghi ha avuto il merito di rimettere il problema del debito pubblico al centro dell’attenzione, ha messo la parola fine alla telenovela sul tesoretto, ha spazzato via le ambiguità. Ora Prodi scelga. È impensabile che mentre noi ci battiamo per lui nella giungla, nei panni degli ultimi giapponesi, lui si accorda con i suoi nemici».

              Il punto non è (solo) se il ministro per gli Affari europei sia davvero pronta a lasciare la poltrona qualora l’accordo sulle pensioni non fosse convincente. Enrico Boselli ha già avvertito che in quel caso passerebbe all’appoggio esterno del governo. Il vero punto politico è che la mossa della Bonino innesca un meccanismo che può essere pericoloso per il centrosinistra.

              Nel Prc ieri si avvertiva «la tenaglia ostile» all’intesa, «l’azione concentrica » guidata da «poteri forti, giornali, Banca d’Italia e Radicali», e sottovoce s’imprecava contro l’attendismo del premier: «Se avesse chiuso con qualche giorno d’anticipo…». La trattativa è in corso, si discute anche sulla famosa «quota pensionistica», il mix tra anni di contributi ed età del lavoratore. Palazzo Chigi punta a «quota 97», Rifondazione è ferma a «quota 95». È evidente che ci sarebbe lo spazio per un’intesa.

              Ma l’accelerazione dei Radicali potrebbe armare la mano dei centristi. Ecco il timore che serpeggia nel Prc, e se il governo decidesse di inserire il tema delle pensioni nel Dpef, al Senato — dove il Documento di programmazione economica arriverà la prossima settimana — Dini potrebbe presentare un emendamento alla risoluzione. Il Polo sarebbe pronto ad appoggiarlo, e l’Unione verrebbe battuta in Aula, stavolta senza possibilità di appello. Per Prodi sarebbe un venticinque luglio da ricordare. Nessuno però nel centrosinistra auspica ora un simile scenario apocalittico, nemmeno chi nel Pd lavora al cambio della guardia a palazzo Chigi. Anche perché — conoscendo le reazioni del premier — sanno che una crisi adesso metterebbe a repentaglio la stessa nascita del nuovo partito.

              Si naviga a vista, e la mossa della Bonino — per quanto possa essere considerata tattica e strumentale — ha reso più insidiosa la rotta per il governo. Quanto possa durare ancora, è un altro discorso. Certo, come ha detto il leader dello Sdi Boselli alla Costituente socialista, «i ripetuti incidenti di percorso, la timidezza riformistica, il tono di bassissimo profilo tenuto sui diritti civili, l’arrendevolezza verso i magistrati sulla giustizia sono esempi che dimostrano come il governo Prodi ha perso la sua spinta propulsiva e non riesce ad avere quel colpo d’ala che potrebbe riaccreditarlo nell’opinione pubblica. Questo stato di cose non potrà durare a lungo. Ma non si devono maturare eccessive illusioni sulla possibilità di evitare le elezioni anticipate, se si arriverà alla crisi».