Palermo. Sicilia terra di disoccupati

25/06/2004
       
      VENERDÌ, 25 GIUGNO 2004
       
      Pagina VII – Palermo
       
      Il gap rispetto al resto del Paese sale al 13,9 per cento
       
      Sindacati preoccupati per l´impennata del sommerso
       
      Sicilia terra di disoccupati
      aumenta la distanza dall´Italia
       
       
       
      Istat e Cgil rivelano "Solo a Palermo centomila posti in meno rispetto alla media nazionale"
      In città sei giovani su dieci sono ancora in cerca del primo lavoro
      Il paradosso: cresce il numero delle imprese ma diminuisce quello degli occupati
       
      MARCO NUZZO

      Centomila posti di lavoro in meno rispetto alla media nazionale. Si potrebbe tradurre così il gap occupazionale che nel 2003 ha fatto registrare Palermo rispetto alla media del resto del Paese. In percentuale, un siderale -13,9 per cento. Ma il paradosso lo rivelano i dati Istat relativi al sistema produttivo del capoluogo, elaborati dal centro studi della Cgil siciliana: è cresciuto il numero delle imprese nei settori dell´industria e dei servizi ma, contemporaneamente, si è impennato anche il numero di posti di lavoro svaniti nel nulla.
      Gli studi Istat relativi al 2003 mostrano un calo del tasso di occupazione a Palermo dello 0,7 per cento rispetto all´anno precedente e dell´1,5 per cento rispetto al dato registrato dieci anni fa. Tra il 2002 e il 2003 l´indice in Sicilia è rimasto invariato, mentre è sceso dello 0,2 per cento rispetto al 1993. Su tutto il territorio nazionale, invece, nel 2003 si è avuta una crescita dello 0,4 per cento sul 2002, e dell´1,7 per cento sul dato del ?93. È paragonando le cifre del capoluogo siciliano e dell´intera Isola con la media nazionale che appare in tutta evidenza il baratro da colmare: nel 2003 in Italia il tasso di occupazione è del 44,8 per cento, in Sicilia del 34 per cento (meno 10,8 per cento) e a Palermo addirittura del 30,9 per cento (meno 13,9). « «In Sicilia si può stimare un gap occupazionale di 500 mila posti di lavoro rispetto al dato medio italiano, che a Palermo si traduce in circa 100 mila posti in meno – denuncia Beppe Citarrella, presidente del Centro studi della Cgil – Come s´intende colmare questa distanza con il resto del Paese?». Se si guarda poi al tasso di disoccupazione giovanile, le cifre restano allarmanti: mentre in Italia complessivamente è sceso dal 30,4 per cento del ?93 al 27,1 per cento del 2003, a Palermo negli ultimi dieci anni è lievitato dal 55,3 al 61,8 per cento e in Sicilia dal 50,4 al 53,5 per cento.
      I dati del 2003 sull´occupazione si possono affiancare a quelli dell´ultimo capillare censimento del mondo dell´industria e dei servizi effettuato dall´Istat nel 2001. L´Istituto di statistica contava tre anni fa in città ben 38.968 unità locali, cioè luoghi in cui avviene il processo produttivo. Dieci anni prima, invece, ne erano state registrate 29.995. Il saldo in positivo era del 29,9 per cento, pari a 8.973 nuove strutture. Parallelamente però, dal ?91 al 2001, gli addetti erano complessivamente passati da 176.906 a 174.490, con un calo del 1,4 per cento, cioè 2.416 lavoratori occupati in meno.
      Per provare a cogliere meglio, tuttavia, quanto sta avvenendo in quella parte di città che produce, occorre andare oltre il dato globale e guardare alle cifre dei singoli settori. Tra questi si segnalava il crollo del 34,1 per cento degli addetti nelle attività manifatturiere, che costituiscono una voce importante del tessuto economico palermitano; la diminuzione del 37,4 per cento dei lavoratori del settore "Intermediazione monetaria e finanziaria" (dove hanno pesato i vari esodi della Sicilcassa e del Banco di Sicilia); del 25,2 per cento nella "Produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua"; del 17,3 per cento nelle "Costruzioni"; del 19 per cento nei "Trasporti, magazzinaggio e comunicazione"; del 15,6 per cento nel "Commercio all´ingrosso e al dettaglio di beni per la persona e la casa".
      A conti fatti, in questi settori, a distanza di dieci anni, a fronte di un numero di unità locali in netta crescita o rimasto sostanzialmente immutato, sono stati registrati migliaia di addetti in meno: 6.060 nelle manifatture, 5.576 nel commercio, 3.736 nelle intermediazioni finanziarie 3.491 nei trasporti, 1.667 nelle costruzioni, 942 nelle produzioni e distribuzioni energetiche. Il presidente del Centro studi della Cgil ne è convinto: «Il dato testimonia non tanto il calo degli occupati in generale, quanto l´aumento preoccupante del lavoro sommerso». In poche parole le imprese hanno denunciato un numero inferiore di addetti rispetto a quelli realmente utilizzati. «Gli imprenditori – osserva Citarrella – non potevano nascondere le unità locali al censimento, ma i lavoratori realmente impiegati sì».
      Stando alle cifre già in mano alla Cgil del resto, è in Sicilia che si nasconde il numero più alto di lavoratori in nero rispetto all´intero Mezzogiorno. In tutta la regione, a fronte di un milione e 400 mila occupati regolari, sarebbero 675 mila gli irregolari, praticamente un lavoratore su tre, di cui l´82 per cento (circa 553 mila persone) risulta formalmente disoccupato. Sono 486.000 uomini, 189.000 donne. Il settore più colpito è quello dell´Agricoltura (270.000 lavoratori irregolari), seguito dal comparto Costruzioni (210.000), dai Servizi (96.000) e dall´Industria in senso stretto (99.000). Tutta gente senza diritti, senza tutele sindacali, mal pagata e priva di sicurezza riguardo agli incerti del futuro e del mestiere.