Palazzo Chigi vuole usare il voto del Parlamento come arma di pressione nella trattativa coi sindacati

04/02/2002
La Stampa web




retroscena
Roberto Giovannini

(Del 3/2/2002 Sezione: Economia Pag. 5)
�Prima si approvano le deleghe, poi si torna a trattare�
Palazzo Chigi vuole usare il voto del Parlamento come arma di pressione nella trattativa coi sindacati

DICHIARAZIONI, prese di posizione, offerte, aperture, chiusure repentine. Il governo, sull�articolo 18 e sul braccio di ferro con i sindacati, in queste settimane sta facendo molto �movimento�. C�� chi vede nella compagine ministeriale e di maggioranza le avvisaglie di una divisione tra �anima sociale� e �anima liberista�. La prima – a questo punto capitanata da Gianfranco Fini e sostenuta da Pierferdinando Casini – intenzionata a cercare un�intesa generale con Cgil-Cisl-Uil, e la seconda – in testa Giulio Tremonti e Roberto Maroni – ormai convinta di dover andare a uno scontro finale. Non c�� dubbio che la escalation della mobilitazione sindacale, all�insegna di scioperi e manifestazioni, qualche preoccupazione la stia ingenerando. E non c�� dubbio che in Alleanza Nazionale e nei centristi neodemocristiani si guarda con allarme a una fase di scontro prolungato. A cominciare dalla vertenza del pubblico impiego, importante serbatoio di consenso. Ma di qui a prevedere radicali cambi di strategia ce ne corre. Le divergenze tra i ministri sono meno sostanziali di quel che appare. E Palazzo Chigi intende �far ragionare� i sindacati, una volta approvate le deleghe, utilizzando come strumento di pressione la possibilit� di far cadere la riforma dell�articolo 18. Ieri Fini e Maroni – pur confermando sensibilit� e approcci forse differenti – hanno sostanzialmente ribadito il medesimo intento. Tramontate le speranze di giungere a un accordo separato con Cisl e Uil in grado di tagliare fuori la Cgil di Cofferati, a questo punto tutto l�Esecutivo scommette su una strategia di contenimento del conflitto: riaprire in qualche modo il dialogo con le confederazioni, affrontando una alla volta i temi in discussione – contratti pubblici, Mezzogiorno, pensioni, fisco, lavoro – per depotenziare il dissenso globale del sindacato sull�articolo 18. Tanto pi�, si ragiona a Palazzo Chigi, che il tempo lavora a favore del governo: nel giro di poche settimane le deleghe su lavoro e pensioni faranno passi avanti decisivi in Parlamento, e quel che conta � che il governo possa presentarsi al vertice europeo di Barcellona con almeno un �s� da parte di uno dei due rami delle Camere. A quel punto il sindacato potrebbe fare ben poco. Esaurita questa tornata di scioperi, conclusa l�azione di �raffreddamento� da parte del Presidente Ciampi, giunto l�avallo del Governatore Antonio Fazio (un duro colpo per Cgil-Cisl-Uil, anche se previsto e atteso) a disposizione c�� solo lo sciopero generale, pure se variamente articolato. Lo scenario pi� favorevole e accarezzato dal vicepremier Gianfranco Fini e dai collaboratori del ministro del Welfare Maroni – e invece fortemente temuto da Sergio Cofferati – � proprio questo. Anche perch� se il dialogo col sindacato riprendesse – sia pure precario e pencolante – con le deleghe gi� approvate in Parlamento, il governo disporrebbe di un potente ed efficace strumento di pressione nei confronti di Cgil-Cisl-Uil. Una volta varata, l�Esecutivo avr� infatti dodici mesi per esercitare la delega, emanando i relativi provvedimenti legislativi. Se il �dialogo sociale� marcer� in modo soddisfacente per il governo, sar� possibile far balenare ai sindacalisti modifiche sostanziali delle norme sui licenziamenti. Se non addirittura la possibilit� di far cadere la riforma non esercitando nei tempi prefissati la delega sull�articolo 18, su cui pure non si intende affatto per ora fare marcia indietro. Se le confederazioni invece alzeranno il livello dello scontro, le nuove e pi� flessibili regole sui licenziamenti diventeranno ben presto operative. Un bel rebus per il sindacato. In casa Cisl, ad esempio, si vorrebbe allo stesso tempo evitare che il macigno dell�articolo 18 impedisca ogni altra possibilit� di confronto. Il segretario confederale Pier Paolo Baretta per� ammonisce: �Se non ritira la norma sull�articolo 18, il governo si assume di fronte al paese una grave responsabilit�, e dovr� fare i conti col nostro dissenso�. Pi� pessimista � il numero due della Cgil Guglielmo Epifani. �Tutte queste giravolte dei ministri – commenta – nasconde la volont� di non fare nessun passo in avanti nel rapporto col sindacato�.