Palazzo Chigi sotto assedio, ma nessuno può rompere

27/09/2007
    giovedì 27 settembre 2007

    Pagina 5 – Primo piano

    LA NOTA

      Palazzo Chigi sotto assedio
      Ma nessuno può rompere

        Tregua apparente con Di Pietro che sul caso Visco si smarca dalla Cdl

        di Massimo Franco

          L’ immagine della «rissa continua» è difficile da smentire. Ma osservando la pletora e l’eterogeneità degli alleati che compongono l’Unione, sarebbe sorprendente il contrario. La domanda è se Romano Prodi riuscirà a tenere sotto controllo le liti, giocando sulle convenienze di potere del centrosinistra; oppure se qualcuno si sta davvero preparando alla rottura. Le grida che hanno accompagnato la vigilia del vertice a palazzo Chigi di ieri sera, ripropongono l’ipotesi di una crisi ravvicinata. L’assenza dalla riunione del ministro della Giustizia, Clemente Ma-stella, furioso con la sinistra, ha fatto parlare per l’ennesima volta di governo al capolinea. Eppure non è scontato sia così.

          Il colloquio avuto ieri mattina dal presidente del Consiglio con Antonio Di Pietro ha rallentato la rotta di collisione sul caso Visco-Speciale in vista della seduta del 3 ottobre al Senato; e, almeno in apparenza, ridotto le possibilità di un voto del partitino del ministro insieme con l’opposizione. Di Pietro appare disposto a non creare altre tensioni, se Palazzo Chigi congelerà le deleghe del viceministro Visco: vuole che vengano lasciate nelle mani del titolare dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. Per il resto, il modo in cui l’Italia dei valori asseconda le offensive antipolitiche «alla Grillo» risponde più alla voglia di ritagliarsi una rendita di consenso, che di far cadere Prodi.

          Nessuno è in grado di garantire che su un simile sfondo il presidente del Consiglio uscirà indenne dalle prossime settimane in Parlamento: l’incidente può sempre verificarsi, in Senato. Per questo non si può dar torto al socialista Enrico Boselli quando esprime scetticismo sulla possibilità che il vertice notturno chiuda lo scontro nell’Unione. Il «no» preventivo alla finanziaria arrivato dall’estrema sinistra, Pdci escluso, suona come un ulteriore annuncio di scasso.

          Ma nelle ultime ore, il premier sembrava convinto di poter riassorbire le spinte più destabilizzanti; e di recuperare un margine di manovra rispetto agli alleati. L’unica arma che per il momento è in grado di sfoggiare, però, è quella di prendere tempo. Non a caso, palazzo Chigi ha comunicato che occorreranno altre quarantotto ore per mettere a punto i provvedimenti. Significa che non c’è ancora l’accordo; ma anche che nessuno può e vuole arrivare alla rottura. D’altronde, i vertici di solito sono convocati per trovare un’intesa, per quanto pasticciata. E quello notturno dell’Unione non fa eccezione: veleni, tensioni e ambiguità compresi.

          Colpisce il degrado dei rapporti interni. Prodi ha dovuto iniziare il vertice avvertendo che «non è l’occasione per regolare i conti fra noi»; e solidarizzando con Mastella, assente. Sia nell’estrema sinistra che fra i partitini moderati, si assiste ad una competizione nervosa per non essere scavalcati dal concorrente elettorale più diretto. Non bastasse, pesano sul centrosinistra la sensazione di un’erosione progressiva dei consensi; e la certezza di un malessere contro i partiti, che si scarica in primo luogo sulle forze di governo. Così, più che il leader di una maggioranza, Prodi è sempre più il generale di un fortino assediato e di un esercito tentato di rompere le righe.