Palazzo Chigi apre a Confindustria

18/10/2007
    giovedì 18 ottobre 2007

      Pagina 7 – Economia

      il retroscena

        Il compromesso sui contratti a termine disinnesca possibili maggioranze variabili in Parlamento

          "Rischiavamo un blitz centrista"
          e Palazzo Chigi apre a Confindustria

            Un pasticcio nato dal timore che il testo portasse a nuovi esborsi per il Tesoro

              ROBERTO MANIA

                ROMA – «Non potevamo affrontare il Parlamento bersagliati dal fuoco della Confindustria». Dopo quarantotto ore quasi ininterrotte di negoziato e poco prima che iniziasse il Consiglio dei ministri quasi lampo, a Palazzo Chigi spiegavano così il "cedimento" sui contratti a termine, con la stesura di un testo che accoglie molte delle richieste degli industriali, a cominciare dall´esclusione degli stagionali per proseguire con l´introduzione di un periodo transitorio di 15 mesi per alcuni lavoratori a tempo. Ma non c´erano alternative per il governo.

                Mantenere la versione più hard per i contratti a tempo determinato, quella che piaceva di più alla sinistra della maggioranza, avrebbe esposto l´esecutivo agli emendamenti preparati dal centro della coalizione (diniani in testa) in grado di raccogliere anche il consenso di qualche settore dell´opposizione (l´Udc di Pier Ferdinando Casini, per esempio). Insomma lo spettro di maggioranze variabili (sempre che alla fine non si risolva tutto con il voto di fiducia) su un tema politicamente infiammabile come il welfare. Tanto delicato che sempre gli uomini del Professore ieri sera parafrasavano il generale Charles De Gaulle, per spiegare quella che appare di fatto una nuova mini-intesa sulle pensioni e il mercato del lavoro: «Il welfare – dicevano – è una faccenda troppo seria per essere lasciata ai tecnici». Perché, appunto, «non c´è nulla di più politico come il welfare, nel quale tutti hanno le proprie "bandierine" da difendere». Come conferma la manifestazione di sabato prossimo promossa dalla sinistra comunista (Rifondazione e Pdci) e che sta pesando non poco in questa fase della vicenda.

                E così i convitati di pietra nella due-giorni di appendice negoziale sono stati i tecnici della Ragioneria generale dello Stato, gli uomini della bollinatura, del timbro definitivo sulle leggi che comportano un esborso di risorse finanziarie. Perché mentre si preparavano le primarie del Partito democratico e i sindacati sondavano con il referendum i lavoratori e pensionati sulla bontà del protocollo, i tecnici (non solo quelli della Ragioneria) scrivevano le norme perdendo, però, lo spirito politico dell´accordo. Colmando – come sempre accade proprio in politica – uno spazio lasciato libero. O così pare. Colpa di quella che ormai nel circuito politico-sindacale si chiama la "sindrome del pubblico impiego" che avrebbe colpito il ministro dell´Economia, Tommaso Padoa-Schioppa e, a cascata, soprattutto i tecnici di Via XX settembre. Il ministro è stato scottato dall´ultima vicenda dei contratti pubblici, quando i sindacati sono riusciti a strappare un incremento superiore a quanto era stato precedentemente concordato. Da allora è diventato inflessibile: nessuna concessione ai sindacati (dei quali non si fida più), basta con la "logica del più uno". E così – nella zelante interpretazione dei tecnici – va ricercata in parte (ma non in tutto) la genesi del "pasticciaccio" che ha rischiato di far saltare il protocollo firmato a luglio.

                Poi è "tornata" la politica, anche per venire incontro alle richieste di Cgil, Cisl e Uil. E le quattro finestre per l´uscita in pensione di anzianità dopo 40 anni di versamenti contributivi sono state tolte dalla legge delega e inserite nel testo che dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio prossimo. Così l´aumento dei contributi dello 0,09 per cento a carico dei lavoratori dipendenti scatterà solo se non si otterranno i risparmi attesi dalle sinergie tra gli enti previdenziali. Mentre, nella prima versione, scattavano subito salvo successivo rimborso. E c´è nella versione definitiva anche l´obiettivo di raggiungere un tasso di sostituzione (rapporto tra l´ultima retribuzione e pensione) del 60 per cento per le pensioni dei lavoratori più giovani. Una forzatura in un sistema contributivo nel quale è certa la contribuzione ma non la prestazione futura. Il Tesoro ha dovuto accettare questa soluzione seppure in una versione programmatica: si metteranno in campo politiche per conseguire quel risultato. Ma è chiaro che tale obiettivo condizionerà il prossimo negoziato sull´aggiornamento dei coefficienti di trasformazione delle pensioni. Un punto a favore dei sindacati che mai, comunque, sarebbero ricorsi allo sciopero. Perché in questa commedia degli equivoci avrebbero finito per dare ragione agli oppositori dell´intesa. Troppo.