Pagella a rischio per l’Italia

29/09/2003




28 Settembre 2003

ENTRO DICEMBRE IL GIUDIZIO DI S&P «A PRESCINDERE DALLA PREVIDENZA»

retroscena
Stefano Lepri

Pagella a rischio per l’Italia
Un’eventuale «bocciatura» potrebbe costarci cara

ROMA
SONO ideali per costruirci sopra teorie del complotto, le agenzie internazionali di
rating dei crediti: come tutte le istituzioni che amano la riservatezza e di cui è complicato capire il funzionamento. Sono davvero importanti, tanto che il presidente francese Jacques Chirac ha voluto discuterne al G8 di Evian nel giugno scorso, nel timore che esercitino un potere non trasparente sulla finanza mondiale e sulle scelte degli Stati sovrani. Il G8 le ha invitate ad agire con «integrità».
Standard&Poor, Moody’s, Fitch sono i loro nomi. In passato hanno fatto passare all’Italia dei guai, come quando Moody’s con un notevole ritardo sul momento del rischio di insolvenza vero, ottobre del 1992, degradò il debito pubblico dell’Italia nel maggio 1993. I loro
rating influenzano le propensioni dei grandi investitori che acquistano Bot, Cct, Btp. Peggiore il giudizio (nell’area euro Grecia, Italia e Portogallo risultano i Paesi meno affidabili) più alte le cedole, dunque più alta la spesa pubblica.
Secondo Umberto Bossi, se S&P come viene indicata la più importante delle tre declassasse il debito dell’Italia (potrebbe avvenire a dicembre), la novità «ci costerebbe 30 mila miliardi di lire» ovvero 15 miliardi di euro, una bella botta di tasse in più per tutti. Da dove viene al capo della Lega Nord questa competenza finanziaria? Dal suo amico Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, insinua il quotidiano
il riformista, allo scopo di mettere le mani avanti in caso la botta arrivi.
Che S&P abbia in corso una revisione con prospettiva di segno negativo, si sa dal 15 gennaio. A quel tempo il governo minimizzò. S&P – 1250 economisti che vagliano anche i conti dei Comuni di Alessandria, Lucca e Jesi, di chiunque nel mondo emetta titoli sul mercato – si è distinta per impassibilità dalle altre due agenzie, perché il suo giudizio sull’Italia è stabile da molti anni. Quando il 12 luglio l’economista Francesco Giavazzi scrisse sul
Corriere della sera che si rischiava addirittura una crisi di ferragosto, il professor Giuseppe Vitaletti, consigliere di Tremonti, gli dette del «moralista bacchettone» e dell’allarmista.
Tremonti ebbe buon gioco a rispondere indicando i dati di mercato: la differenza di interesse tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi era insignificante, anzi con le cattive notizie sulla finanza pubblica tedesca si è in certi momenti ridotta a zero. Il
Financial Times lo avvertì che i mercati spesso si accorgono delle novità tutto d’un colpo e in modo rovinoso. Può accadere? Dopo tutte le risse sulla legge finanziaria, nei dati di venerdì lo spread (differenza di interesse) tra titoli italiani e tedeschi è restata insignificante: 10 punti base, ossa uno 0,1% (4,03% il titolo tedesco, 4,13 l’italiano).
Da quando c’è l’euro gli
spread sono rimasti minimi. Mentre con la lira si sapeva quali disastri potevano accadere, ora non si sa, perché mancano i precedenti. Parlando con gli esperti, compare uno scenario-catastrofe in cui in una fase di ascesa dei tassi si produce una crisi di credibilità del «patto di stabilità» che si ripercuote soprattutto sull’Italia. Ma non è affatto scontato che una degradazione accresca il costo del debito in misura devastante.
Davvero una riforma delle pensioni come quella che si discute può evitare che S&P abbassi il
rating? Dalla sede di Londra si ricorda che il direttore esecutivo Konrad Reuss ha dichiarato l’altro giorno che «questa riforma non avrà un impatto benefico sul bilancio dello Stato nel breve termine» e che «il governo deve mettere sul tavolo qualche fatto concreto in più» per «ridurre il debito in maniera continuativa e sostenibile». Colpa dell’eredità del passato, come dice Bossi? Gli analisti fanno notare che il Belgio, con un debito accumulato poco inferiore all’Italia, ha rating migliori, e al momento paga interessi più bassi della Germania.