Pagano sempre i lavoratori

28/07/2003

      sabato 26 luglio 2003

      Il potere d’acquisto è costantemente eroso dai prezzi al consumo che in luglio sono saliti del 2,6% I sindacati mettono sotto accusa le previsioni e gli obiettivi del governo, sempre sbagliati

      Pagano sempre i lavoratori
      L’inflazione si mangia i salari. Le retribuzioni crescono solo dell’1,7%

      Felicia Masocco

      ROMA Il costo della vita galoppa, i salari arrancano. È quanto fa sapere l’Istat con i dati di giugno: le retribuzioni sono aumentate dell’1,7% rispetto a un anno prima mentre nello
      stesso periodo l’inflazione è cresciuta del 2,6%, quasi un punto in più.
      A livello congiunturale, cioè giugno su maggio, i salari hanno spuntato il risibile aumento dello 0,1%.
      L’ultimo bollettino dell’Istituto centrale di statistica conferma così la tendenza in atto da almeno dodici mesi, ovvero che le retribuzioni contrattuali sono costantemente consumate dall’inflazione, bisogna risalire all’agosto 2002 per trovare un aumento medio dei salari al 2,3%. Pesa in questa partita il mancato rinnovo di numerosi contratti nazionali che riguardano circa 5 milioni e 900 mila lavoratori, vale a dire il 48% del
      monte retributivo complessivo, e a mancare all’appello sono innanzitutto i contratti del pubblico impiego, enti locali, sanità, agenzie fiscali, presidenza del consiglio, scaduti da oltre diciotto mesi e fermi al palo causa latitanza del governo.
      Rinnovarli è la prima cosa da fare per i sindacati che puntano il dito anche contro il tasso di inflazione programmata fissato dal governo a livelli troppo bassi. «È stato così nel 2003 e l’errore si ripete quest’anno», denuncia per la Cgil Marigia Maulucci, segretaria confederale, il risultato è che «a pagare la crisi sono sempre i lavoratori dipendenti». E ci
      va giù dura anche la Cisl, Raffaele Bonanni accusa il governo «di far finta di niente sull’altare di conti virtuali. Senza consumi e senza sviluppo i paese andrà in tilt». Per il segretario confederale della Uil Paolo Pirani è necessario «chiudere rapidamente i contratti aperti» oltre a prevedere richieste per i rinnovi contrattuali non legati all’inflazione programmata dal governo ma al tasso di inflazione europea.
      Ma se i sindacati incalzano perché gira e rigira pagano lavoratori e pensionati, getta acqua sul fuoco la Confindustria, «nessun allarme» per Giorgio Usai, direttore Lavoro e Relazioni industriali che prende in considerazione il periodo 1993-2002 per dire che gli aumenti reali delle retribuzioni «sono stati di quattro punti superiori all’inflazione». Ciò
      non toglie, tuttavia, che ora siano un punto sotto.
      La difesa del potere d’acquisto degli stipendi, e più in generale i rinnovi contrattuali sono materia di conflitto. Sempre l’Istat ieri ha comunicato l’andamento delle ore di sciopero nei primi sei mesi di quest’anno:
      sono aumentate del 62,1% rispetto allo stesso semestre di un anno fa, se si considera gli scioperi legati al «rapporto di lavoro»; se invece si prendono a riferimento anche le altre cause per l’Istat «non legate al rapporto di lavoro», allora si ha una diminuzione del 73,7% (in totale 6,1 milioni di ore) e in questo secondo gruppo di motivazioni che
      hanno portato alle proteste l’Istat ricomprende anche gli scioperi contro le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (come se, la libertà di licenziamento non sia correlata al rapporto di lavoro). Distinzione che non è sfuggita alla Cgil: «Nel caso in cui con la Finanziaria si operino tagli al sistema previdenziale e sanitario – avverte Maulucci – la reazione di mobilitazioni e scioperi da parte del sindacato sarà inevitabile.
      Starà poi all’Istat decidere se sono scioperi politici o sindacali. Per la Cgil non esistono scioperi politici esistono lotte per la difesa dei diritti dei lavoratori».
      Tornando alle retribuzioni, a giugno, gli aumenti tendenziali inferiori alla media si riscontrano nei settori trasporti e comunicazione (+1,3%), servizi privati alle famiglie
      (+1,2%), poste e telecomunicazioni e pubblici esercizi ed alberghi (+0,8%), assicurazioni e attività della pubblica amministrazione (+0,6%. Ultimi i metalmeccanici, solo lo 0,4% in più.