Padoa-Schioppa e il futuro del sindacato

11/06/2007
    domenica 10 giugno 2007

    Pagina 11 – Politica

    IL MINISTRO DELL’ECONOMIA

    Padoa-Schioppa e il futuro del sindacato
    «L’alternativa è rinnovarsi o estinguersi»

      Intervista al Tg1: i dubbi sul caso Speciale? Legittimi, non era mia l’idea della Corte dei conti

        Sergio Rizzo

          ROMA — Politici dell’opposizione. Esponenti della maggioranza. Perfino economisti: compresi quelli che si definiscono suoi «amici». A Tommaso Padoa-Schioppa le critiche arrivano da tutte le parti. Non taglia abbastanza la spesa pubblica, la taglia troppo, aumenta le tasse, non le aumenta abbastanza. E lui, rivela il direttore del Tg1 Gianni Riotta, reagisce ogni volta imperturbabile, raccontando una storia dello scrittore umorista Achille Campanile. Eccola: «In tempo di guerra era stato costituito un corpo specialissimo disposto a impegnarsi in azioni in cui non c’era il rischio, ma la certezza di morire. La prima volta che i comandi pensano che ci sia un’azione importante in cui impegnare questa compagnia, il suo comandante dice: "siamo pronti, però se impiegate noi non avrete più la squadriglia della morte e quindi avrete impoverito il dispositivo militare". I comandanti rispondono: "Avete ragione, anzi, riguardatevi perché uno strumento tanto essenziale non venga sciupato". E così questa squadriglia della morte trascorre tutto il tempo della guerra in condizioni di straordinario comfort… »

            Il ministro dell’Economia ripete la storia durante una lunga intervista con Riotta per lo Speciale Tg1 registrato prima della sua partenza per il Giappone e che va in onda questa sera. L’occasione è il libro di Padoa- Schioppa L’Italia, un’ambizione timida, appena pubblicato da Rizzoli. Ma è un colloquio che non ha nulla di letterario.

              Per esempio. All’ex ministro di Forza Italia Antonio Martino, da sempre critico dell’eccessiva imposizione fiscale, che gli suggerisce «di dimettersi perché con questa maggioranza non riuscirebbe mai a fare quello che si dovrebbe fare», risponde rivendicando di aver scritto nel 2004 sul Corriere un articolo intitolato Elogio delle tasse. «E io confermo l’elogio», dice. «Il bello delle tasse è che sono un modo civilissimo ed efficiente di far fronte alle spese comuni. Sono tra le migliori espressioni di una pacifica convivenza tra le persone: che non le si paghino volentieri è ovvio ma chi non preferirebbe prendersi gratuitamente anche cibo nei negozi? Parlar male delle tasse secondo me è al limite incivile».

              Conferma il giudizio dato in Senato circa l’operato del generale della Finanza Roberto Speciale, ma quando Riotta gli chiede conto dei dubbi avanzati da molti sulla proposta di trasferirlo alla Corte dei conti, dice di considerarli «perfettamente leciti». E rivela: «L’idea è nata in Consiglio dei ministri all’ultimo momento, non per proposta mia e capisco che possa essere criticata».

              Senza risparmiare, più avanti, il sindacato. Che deve rinnovarsi o estinguersi. «Penso che questa alternativa esista e se osserviamo le esperienze degli altri Paesi vediamo esempi dell’una o dell’altra cosa. Abbiamo un esempio britannico, in parte l’esempio francese dove il peso del sindacato è infinitamente minore rispetto a quello che era venti o trent’anni fa, abbiamo l’esempio della Danimarca, della Svezia dove le riforme sono state sospinte dal sindacato stesso». Chiosa Riotta: «Regaleremo una copia del suo libro ai sindacalisti Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Guglielmo Epifani. Li vede più sulla strada dell’evolversi o dell’estinguersi?» Replica: «Nella storia del sindacato abbiamo pagine straordinarie di capacità di accettare cambiamenti nell’interesse del paese e momenti di grande chiusura».

              Mentre a Giorgio Cremaschi, della sinistra Cgil, che lo accusa di non aver cambiato «le ragioni sociali del bilancio», indirizza una stilettata: «Purtroppo nessuno, nemmeno il più bravo ministro di questo mondo, è capace di moltiplicare i pani e i pesci». Sottolineando con queste parole un difetto del Dna di tutto il Paese. «Noi facciamo come i ciclisti che scattano a 50 all’ora per raggiungere il gruppo che li stacca, ma che non sono capaci di fare una corsa di testa». Questo, sottolinea il ministro, «è l’elemento che manca, e non manca alla politica in particolare ma alla classe dirigente in generale».

              E allora, il prossimo scatto. «Tra pochi giorni dovremo prendere una decisione sulla Tav. Faremo come la città di St. Louis, da dove partì l’aereo di Lindbergh per Parigi, che dopo quell’impresa non costruì le infrastrutture necessarie, che vennero invece costruite a Chicago, con il risultato che St. Louis decadde e Chicago diventò una grande metropoli?». Padoa-Schioppa è categorico: «Sono convinto che la decisione sulla Tav sarà presa, che sarà presa in giugno e che la Tav passerà al di qua delle Alpi e che quindi noi saremo Chicago e non St. Louis».

              Il ministro dell’Economia non vuole svelare le carte sul prossimo Dpef, limitandosi a dire che si continuerà «a lavorare sulle tre direttrici della crescita, del risanamento e dell’equità, con il grande dato nuovo che sul risanamento abbiamo una priorità molto meno forte». Conferma che sul cosiddetto «tesoretto» non ci sarà da scialare («le risorse aggiuntive sono una frazione soltanto delle richieste che tutte le sere sentiamo anche al Telegiornale»). Poi si chiede anche lui, come un pensionato intervistato per l’occasione, perché «deputati e senatori vanno in pensione con soli cinque anni mentre i pensionati dal ’93 a oggi ancora non beneficiano di nessuna rivalutazione». Ma precisa che «rivedere il sistema pensionistico dei parlamentari non è nella potestà del governo», che comunque «interverrà per migliorare le pensioni basse». E separare, già che c’è, la Rai dalla politica, «con una o due stanze di raffreddamento». A patto di non prendersi una bella polmonite.