Over 55, operazione recupero

23/09/2003



      Martedí 23 Settembre 2003

      ITALIA-LAVORO


      Over 55, operazione recupero

      Mercato del lavoro – Allarme per la graduatoria Ocse che vede l’Italia ultima per il tasso di attività


      MILANO – Un futuro grigio. Almeno nei colori dei capelli dei lavoratori. L’invecchiamento della popolazione impone, non solo per ragioni economiche, l’ampliamento delle schiere di persone che lavorano nella fascia di età che un tempo veniva considerata anziana, oltre i 55 anni. L’ampliamento è già in atto da un decennio, anche se siamo lontani dai livelli di inzio anni 70. E l’Italia, uno dei Paesi in cui maggiore sarà l’incanutimento degli abitanti, registra un forte balzo del tasso di occupazione degli anziani ma resta lo stesso fanalino di coda dell’area Ocse. I dati contenuti nell’ultimo Employment Outlook dell’Ocse illustrano il forte mutamento già avvenuto. Nel 2002, il tasso di occupazione delle persone con 55-64 anni è stato pari al 49,4%, in lieve rialzo rispetto al 48,7% del 1990. Tra i principali Paesi, il balzo più forte è stato registrato dall’Italia (+7 punti percentuali), seguita dagli Stati Uniti (+5,5 punti). Altri aumenti marcati si sono avuti in Belgio (+4,4), Svezia (+4,3), Canada e Regno Unito (+4,1 entrambi). Nell’altro emisfero c’è stato l’incremento notevole dell’Australia (+6,5 punti) e soprattutto quello stratosferico della Nuova Zelanda: +21,6 punti, dal 41,8% del ’90 al 63,4% del 2002. Il progresso neozelandese dimostra che, pur partendo da valori contenuti, si possono ottenere in tempi relativamente brevi considerevoli aumenti assoluti. Messo in questa luce, l’avanzamento italiano sbiadisce notevolmente. Infatti, l’Italia partiva nel 1990 con uno dei tassi di occupazione (cioè il rapporto tra numero di occupati e persone in quella fascia di età) più bassi dei Paesi industriali: 21,9%, contro una media Ocse del 48,7% e una europea del 38,1%. E nel 2002 rimaneva molto indietro rispetto sia alle medie (49,4% Ocse, 40,6% Ue), che rispetto a singole nazioni: la Svezia è al 68,3%, la Spagna al 39,7%, il Regno Unito al 53,3% e gli Usa al 59,5%. Francia e Germania, che pure soffrono di gravi sbilanci nei conti previdenziali e che hanno introdotto nuove misure per innalzare l’età pensionabile, sono già comunque molto più avanti dell’Italia nell’unica soluzione logica della questione: lavorare più a lungo. Infatti, il 34,2% dei francesi con 55-64 anni lavora e altrettanto fanno il 38,4% dei coetanei tedeschi. La tendenza all’aumento dell’attività delle coorti più anziane è proseguita anche nel 2003. I dati più recenti dell’Istat indicano un tasso di attività (che comprede occupati e persone in cerca di occupazione e quindi è più alto) al 31,3% nell’aprile scorso, contro il 30,4% di gennaio e il 29,9% dell’aprile 2002. Il numero di occupati in quella fascia di età è stato di due milioni e 33mila ad aprile, 58mila in più rispetto a gennaio 2003 e 91mila in più su aprile 2002. Questo incremento annuo è stato del 4,7%, che si confronta con il +1,4% dell’insieme degli occupati. La "carica" dei 91mila ha infatti rappresentato quasi un terzo dei 301mila nuovi impieghi creati dall’aprile 2002 all’aprile 2003. L’inoccupazione in quella fascia di età riguarda soprattutto le persone con minor istruzione (meno del diploma di scuola media secondaria superiore). In Italia l’82,5% degli inoccupati sono poco istruiti, contro il 55,8% Ocse (dati del 2001). D’altronde anche tra gli occupati è alta la percentuale di chi ha ricevuto poca istruzione (61,3%, 40,7% nell’Ocse), riflesso di una popolazione che si è scolarizzata solo negli ultimi lustri. Ma ancora più netti, e con profonde radici nella storia economica-sociale e nelle carenze del welfare italiani, sono i divari di occupazione tra gli anziani distinti per genere. In quello maschile, infatti, il tasso di occupazione (41,2%) dista solo 9,3 punti da quello medio europeo e 19,2 punti da quello medio Ocse. Per il genere femminile il livello 2002 (17,3%, dal 9,9% del 1990) si confronta con il 31% Ue (-14,2 punti) e con il 38,9% dell’Ocse (-21,7 punti). Un divario che appare molto difficile, ma non meno indispensabile, da colmare.

      L.P.