“Otto Marzo” La festa «alle» donne dura 364 giorni (M.Ainis)

09/03/2005
    mercoledì 9 marzo 2005

    VIOLENZE, MENO SOLDI, DISCRIMINAZIONI: IN ITALIA E NEL MONDO I MASCHI NON CEDONO IL POTERE
    La festa «alle» donne dura 364 giorni

    Michele Ainis

      OTTO MARZO. Ieri è stata celbrata la festa delle donne. Negli altri 364 giorni dell’anno va invece in onda la festa alle donne. Eccone infatti qualche prova. L’ultimo rapporto annuale sull’Aids attesta che i soggetti a maggior rischio non sono più gli uomini bianchi omosessuali, bensì le donne africane; un lugubre primato. Nel frattempo la tratta delle donne è diventata il business più redditizio al mondo per le mafie, dopo il traffico d’armi e di droga: secondo un dossier Fides le sue vittime sono 4 milioni l’anno, e una su 3 è ancora una bambina. In base a dati Istat un’italiana su 2 viene molestata, 520 mila donne hanno subito almeno una violenza tentata o consumata, 373 mila hanno fatto esperienza di ricatti sessuali sul lavoro. E a proposito di lavoro. In Francia la parità salariale è una chimera, tant’è che il 4 gennaio Chirac ha lanciato un appello per raggiungerla nel 2010; insomma, non c’è fretta. In Italia a dicembre il Csm ha diffuso una ricerca da cui risulta che solo il 5% delle donne magistrato occupa ruoli direttivi. Del resto anche trovare lavoro è una fatica: secondo l’indagine di AlmaLaurea resa nota il 25 febbraio, a un anno dalla laurea ci riescono 51 donne (ma 59 uomini). Sarà che i cervelli femminili sono biologicamente ritardati, come dice il rettore di Harvard. Sarà che la gestione del potere non è mestiere da donna, come ritengono 300 top manager maschi intervistati dalla Fondazione Bellisario. O forse sarà che a noi maschietti conviene teorizzarlo, perché altrimenti dovremmo rassegnare le nostre dimissioni; e quando mai si è visto qualcuno scendere di sella mentre è in corsa?

        (IL)LEGALITÀ. Significa primato della legge, e significa altresì rispetto della legge. Peccato tuttavia che in Italia 3 aziende su 4 siano in nero: lo ha rivelato l’Inps il 4 febbraio. In precedenza un dossier Cisl stimava che il lavoro sommerso copra il 16% del Pil, coinvolgendo 4 milioni di lavoratori. Peccato inoltre che a sua volta la giustizia sia ormai incapace di rendere giustizia. Un po’ a causa della nostra intolleranza, che sommerge di zuffe i tribunali: per dirne una, il 30 gennaio l’Anaci ha diffuso il primo censimento dei condomini, raccontando che il 60% delle cause civili nasce sulle scale di casa. Un po’ a causa della cronica penuria di risorse: e infatti il libro bianco dell’Anm racconta di pulci che invadono il palazzo di giustizia a Lecce, di bagni allagati a Firenze, di cavi elettrici pencolanti a Napoli. Un po’ a causa della proverbiale lentezza dei nostri processi, la cui durata media è di 116 mesi (lo standard europeo è 69 mesi), col corollario che per riscuotere un assegno a vuoto in Italia servono 630 giorni (negli Usa 49), mentre per sfrattare un inquilino di giorni ne passano 645 (contro i 181 della Francia). Un po’ a causa di normative sempre più spietate con i deboli, e viceversa cieche con i forti; e così a Milano capita che un marocchino venga processato per una truffa da 28 centesimi, impegnando da mesi (la vicenda non si è ancora conclusa) magistrati, cancellieri, traduttori. Sicché infine l’illegalità s’è impadronita della stessa cittadella giudiziaria, se è vero che il 29 gennaio perfino il papa ha puntato l’indice contro i troppi falsi alla Sacra Rota, e se è vero che in definitiva «la giustizia è solo una roulette». Lo ha detto il mese scorso Salvatore Grasso, 53 anni, 11 dei quali trascorsi in carcere per un delitto che non aveva mai commesso.

          PREPOTENZE. Le più odiose sono quelle a danno dei più deboli, di chi non ha unghie per difendersi. Ma sono, ahimè, le più frequenti, come ogni giorno attestano le cronache. Novembre: salta fuori la notizia che nel carcere di Vigevano i secondini rubavano i risparmi ai detenuti. Sempre in novembre, la polizia britannica comunica che i crimini contro gli omosessuali sono aumentati del 23% rispetto all’anno prima. Dicembre: lo sportello telefonico della Lav tocca il record di denunce per angherie sugli animali (cani bastonati, gattini avvelenati, perfino il caso d’un signore che recinta col filo elettrico il balcone per proteggersi dal micio del vicino). Gennaio: il pg Favara dichiara che nel 2004 i maltrattamenti di bambini sono cresciuti del 5% (4.873 casi denunciati); ma del resto fra il 1988 e il 2000 sono stati 115 i neonati gettati nel cassonetto dei rifiuti dalle loro (si fa per dire) madri. Febbraio: un dossier del Consiglio d’Europa documenta la crescita dell’antisemitismo in Austria e Francia, della separazione interetnica in Turchia, Bosnia e Macedonia. Anche il 50,6% degli italiani, però, pensa che gli immigrati siano altrettanti criminali (38° rapporto Censis).

            QUATTRINI E DIRITTI. Senza denaro, come suol dirsi, non si canta messa. Lo sanno bene i parroci di Siena, Pisa, Verona, Ravenna e varie altre città, dove si paga un biglietto per entrare in chiesa. Per forza: la manutenzione costa, e costa cara. Ma in generale tutti i diritti costano, anche se per lo più non ci facciamo caso. Costa il diritto a non subire pene inumane e degradanti, tant’è che il 9 febbraio un detenuto del carcere di Iglesias (struttura vecchia e fatiscente) si è cucito gli occhi e la bocca per protesta. Costa il diritto all’eguaglianza, tradito al punto che ogni anno 900 mila meridionali salgono su un treno per curarsi negli ospedali del nord. Costa, giustappunto, il diritto alla salute: secondo Cittadinanzattiva 30 milioni di euro l’anno, scuciti dalle tasche degli italiani. Sarà per questo, sarà perché la finanza pubblica è ormai dovunque al lumicino, che i nostri governanti sono costretti a un bel po’ di fantasia per racimolare qualche soldo. E così in America il senatore Karen Keiser ha proposto la tassa sulla vanità: un’imposta del 6,5% su ogni intervento di chirurgia estetica. Mentre il presidente della provincia di Treviso, Luca Zaia, ha acquistato 6 asini per la manutenzione delle aiuole. Altri invece, giunti sul lastrico, hanno smesso di pagare gli stipendi. Sicché un dipendente della regione indiana del Bihar, disperato perché non riceve la busta paga da 27 anni, ha chiesto al tribunale il diritto a suicidarsi. Sta a vedere che è l’ultimo diritto che ci resta.

              micheleainis@tin.it