Ordini, gli steccati vanno abbattuti

17/12/2001

Il Sole 24 ORE.com






    Ordini, gli steccati vanno abbattuti
    di Maria Pia Camusi*
    C’è un forte vento di professionalizzazione che spira nel mercato del lavoro: le conoscenze di ciascun operatore diventano la sua risorsa produttiva e al tempo stesso elemento di competitività per le organizzazioni che se ne servono. L’autonomia e il sapere sono quindi gli elementi che caratterizzano il lavoro emergente, sempre più individualizzato e sempre più vissuto come un’opportunità di apprendimento personale. Questo processo è analizzato nel capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 35° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, che ne mette in risalto le ricadute sul piano economico e sociale. Il concetto di professione, una volta legato soltanto all’esercizio del lavoro professionale che in termini europei definiamo regolamentato, si è esteso a molte altre posizioni che fino a oggi non venivano classificate sulla base dell’autonomia che rivestono o della propensione alla responsabilizzazione nei confronti del cittadino/utente. La classificazione avveniva cioè in relazione ad altri parametri, come la qualifica contrattuale o più semplicemente alla posizione nella condizione professionale. Ciò che oggi definisce una professione, invece, sono elementi condivisi dai sistemi di scambio internazionali, che, peraltro, coincidono con quelli ritenuti basilari dal nostro ordinamento per individuare una professione liberale: un sapere dai confini definiti, un sistema di controllo della qualità, un corpus di norme etiche, funzioni di customer oriented imputate ai singoli operatori, infine la capacità di stabilire e di mantenere legami di tipo associativo. Ma se tutto il lavoro è professionale, in cosa le professioni tradizionali e anche quelle emergenti possono trarne uno stimolo di crescita e quali sono, viceversa, gli effetti di questo processo che ne minano in modo incisivo l’identità e il ruolo sociale finora rivestito? Le risposte a questi quesiti sono soprattutto due e coincidono con gli effetti più macroscopici che l’individualizzazione del lavoro sta producendo sulle professioni liberali. Intanto, c’è da dire che il lavoro dipendente rientra prepotentemente fra le modalità di esercizio delle attività professionali, sebbene fino a ora non abbia ricevuto un riconoscimento adeguato, soprattutto da parte delle categorie protette. Anzi, se si coglie questa evidenza, unitamente al processo strisciante di internalizzazione delle attività professionali nelle aziende medio-grandi, se ne può dedurre che è in atto una trasformazione strutturale delle professioni che ha riflessi di non poco conto sul loro governo e sulle stesse prospettive del loro sviluppo. Inoltre, il trasferimento sulla gran parte del mercato del lavoro delle specificità riferite alle attività liberali, porta a un inevitabile confronto aperto di queste ultime con le economie locali in quanto luoghi di convergenza effettiva per le occupazioni che, in diversa forma, partecipano allo sviluppo. In sostanza, accade che la distinzione fra le professioni liberali e le attività professionali prestate in altre organizzazioni sta diventando sempre più solo nominalistica, mentre si sta rafforzando il fenomeno opposto: quello per cui le conoscenze e i "mestieri" che ne rappresentano il risvolto applicativo diventano centrali nell’economia, a prescindere dalle modalità operative con cui sono prestati. È professione intellettuale quella dei liberi professionisti iscritti agli Albi (pari a circa 510mila persone), come quella degli iscritti agli stessi Albi che fanno lavoro dipendente (pari a circa 1 milione e 200mila persone), come quella dei professionisti non regolamentati autonomi (circa 1 milione e 50mila) e dipendenti (pari a 1 milione e 450mila), come quella dei professionisti parasubordinati pari a 157mila persone circa. La supremazia del sapere sul fare – ovvero del sapere per fare e, in definitiva, del saper fare – è ormai una realtà molto concreta e non uno scenario di medio periodo, abbastanza lontano da consentire sospensioni di impegno. Ciò che può evitare alle professioni liberali di essere semplicemente omologate al contesto di sviluppo del mercato del lavoro – già ad alta autonomia e ad alta specializzazione professionale – non è solo una semplice rivendicazione di identità, che pure dice molto, visto che alle professioni liberali si deve comunque il modello di sviluppo che il sistema produttivo ha adottato, ma la presa d’atto di quanto sia importante gestire secondo criteri manageriali le categorie. Se i professionisti sono una risorsa produttiva, come tale devono essere considerati, attraverso politiche di sviluppo, locali e nazionali, che insieme ne delineino linee di valorizzazione e di integrazione strategica con le altre componenti del sistema professionale italiano.
    *Direttore di ricerca Censis
    Sabato 15 Dicembre 2001
 
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