Orario selvaggio nelle piccole imprese

24/01/2003



24 gennaio 2003

        Orario selvaggio nelle piccole imprese
        E dolori per le grandi. Il governo vuole cancellare le tutele su straordinari, festività e riposi


        ANTONIO SCIOTTO


        Il decreto è pronto, e il presidente Berlusconi vuole farlo approvare al più presto: un bel favore alle imprese, dato che toglierà molte tutele ai lavoratori sugli orari, i riposi giornalieri e domenicali, il lavoro notturno e straordinario. Uno scardinamento delle conquiste sindacali del passato, denuncia la Cgil: il testo prevede infatti la cancellazione di tutte le norme contrattuali nazionali e di secondo livello in materia. Il progetto verrà sottoposto nei prossimi giorni alla conferenza Stato-Regioni e alle commissioni parlamentari. Uno dei punti che può fare intuire subito l’impianto generale del decreto è quello riguardante il lavoro straordinario nelle piccole imprese. Un ambiente «selvaggio», dove già i diritti dei lavoratori sono pochi, dato che (referendum docet) non solo manca l’articolo 18, ma non c’è neanche la possibilità di avere una rappresentanza sindacale. Ebbene, il Cavaliere ora si è messo in testa di sancire per legge la liberalizzazione degli straordinari: se l’ultimo accordo firmato da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria (1997) prevedeva l’obbligo per il titolare di segnalare all’ispettorato del lavoro il superamento delle 48 ore settimanali da parte di un dipendente, il progetto Berlusconi va addirittura oltre lo stesso avviso comune delle parti e dispone l’obbligo soltanto per le imprese sopra i 10 dipendenti. «Una decisione – sostiene il sindacato – in netto contrasto con le direttive dell’Unione europea, che in materia di orario di lavoro sono basate sul principio di garanzia di tutela della sicurezza per tutti i lavoratori».

        Ma la cosa più preoccupante e che riguarda la generalità del mondo del lavoro è l’azzeramento di tutto ciò che dispongono i contratti collettivi: «Dopo la scadenza dei contratti attuali – spiega Elisa Castellano, coordinatrice del dipartimento Reti, terziario e cooperazione della Cgil – tutto quello che riguarda gli orari, i riposi, gli straordinari, le maggiorazioni di retribuzione e le riduzioni di orario nel lavoro notturno dovrà ripartire da capo». Vediamo ad esempio quest’ultimo capitolo. La legge attuale dà piena titolarità alla contrattazione collettiva per la «definizione di riduzioni di orario di lavoro e maggiorazioni retributive per l’orario notturno»; il decreto proposto dal governo è molto più vago, sopprime quella titolarità e parla solo di «eventuali riduzioni di orario o maggiorazioni», indicandole dunque, oltretutto, come alternative le une rispetto alle altre. Ancora, secondo la legge oggi il datore di lavoro è obbligato ad assegnare un turno diurno a un lavoratore che dimostra la propria inidoneità al notturno: il decreto punta ad attenuare l’obbligo ponendo diverse condizioni.

        Un’altro danno? Ponendo che il proprio contratto fissi 36 ore settimanali, un lavoratore ha la possibilità – regolata sempre dagli accordi collettivi – di lavorare una settimana 32 ore e un’altra 38 (basta che in un arco di tempo definito venga rispettata la media settimanale). Ebbene, fino a oggi nel computo della media venivano conteggiate anche le ferie e i giorni di malattia, possibilità che il decreto nega: «Con il nuovo conteggio ipotizzato dall’esecutivo – denuncia Castellano – si allunga nettamente l’orario di lavoro. Mentre la cancellazione delle norme contrattuali di primo e secondo livello – conclude – mette in discussione lo stesso diritto al riposo domenicale».