“Orario” Chi ha paura del sabato del miraggio

23/12/2005
      22 dicembre 2005 – Anno XLIII – N.51

    Pagina 40/46 – Storia di copertina

    ORARIO LAVORATIVO
    dietro la proposta di accorciare il weekend

    Chi ha paura del sabato del miraggio

      La Confindustria lancia l’idea, gli imprenditori applaudono e i sindacati battono cassa. Allungare la settimana lavorativa? Solo se arrivano i soldi. Intanto, il tema entra nelle trattative dei metalmeccanici

        di Roberto Seghetti

          Gli industriali hanno fatto scoppiare la bomba alla vigilia del rush di dicembre sul contratto dei metalmeccanici, oltre 1 milione e mezzo di lavoratori, da decenni un pilastro dello schieramento sindacale.
          La bomba è rappresentata dal «sabato del miraggio», come lo hanno soprannominato alcuni imprenditori parafrasando il titolo di una celebre poesia di Giacomo Leopardi, cioè il lavoro nel fine settimana. Secondo gli industriali è troppo difficile ottenerlo, in azienda bisogna intavolare ogni volta una trattativa sindacale, anche se il lavoro di sabato è previsto dagli accordi nazionali.

            Ma il problema dei finesettimana nelle imprese metalmeccaniche è solo la punta visibile del problema. Obiettivo della Confindustria è un aumento generalizzato della flessibilità del lavoro. Il tema dell’orario rappresenta infatti una parte del programma e verrà posto in ogni vertenza, per tutte le categorie di dipendenti, compresi quelli che di sabato già lavorano.

            Eh sì, perché non sono pochi i dipendenti già impegnati nei finesettimana. A parte la pubblica amministrazione, dove molte attività comportano l’apertura di sabato (scuole, ospedali, polizia e così via), nell’industria e nei servizi privati un addetto su tre lavora durante il weekend (vedere la tabella in questa pagina). Nel settore dei servizi privati è un fenomeno usuale. «Dobbiamo servire i clienti e i turisti nel finesettimana» ricorda Alessandro Vecchietti della Confcommercio «dunque abbiamo concordato da tempo orari flessibili e diverse opzioni per i weekend».

              Dov’è il problema, allora? Eccolo: se si considera la sola industria, la percentuale di quanti lavorano al sabato scende al 15,3 per cento.

                Da qui l’affondo della Confindustria, soprattutto dopo la firma di un accordo sulla flessibilità degli orari, oltre che sulle regole di applicazione della legge Biagi, per i dipendenti delle telecomunicazioni.
                «È evidente che chi si vede ordinare di lavorare di sabato, e non lo aveva previsto, non gradisce. Il sabato libero è una conquista sociale, lo capisco, e nessuno lo vuole cancellare» ha riconosciuto in un’intervista al Sole 24 Ore Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria, lanciando la proposta di rendere più facile il ricorso al lavoro nei finesettimana. Subito ha aggiunto: «Però non deve essere nemmeno un tabù».

                  Una parola chiave che lo stesso presidente degli imprenditori, Luca Cordero di Montezemolo, ha rilanciato nelle ultime settimane nell’ambito della più generale offensiva diplomatico-contrattuale della Confindustria: «Bisogna superare i tabù e fare una scelta tra anacronismo e agilità. Dobbiamo riprendere il dialogo con i sindacati per avere più flessibilità e produttività».

                    Per quanto riguarda l’orario, la flessibilità si misura sulla quantità e sulla diversa distribuzione. Il termine di paragone per la quantità di ore lavorate non è la Cina, esempio non proponibile per un paese già sviluppato. Per gli imprenditori non è un vero punto di riferimento nemmeno il resto d’Europa: in molti paesi gli orari complessivi sono più corti rispetto all’Italia, a cominciare da Francia e Germania. Il confronto che vale per la Confindustria è quello con gli Stati Uniti. Considerando la differenza dell’orario annuo, è come se gli italiani riposassero un anno ogni cinque rispetto agli americani» hanno ricordato più volte Bombassei e Montezemolo.

                      Per ridurre la rigidità nella distribusione dell’orario la Confindustria vorrebbe allungare da quattro a sei mesi o addirittura a un anno il periodo di riferimento che serve per verificare la media dell’orario settimanale. Sembra una questione astrusa, tecnica. Invece è un obiettivo di fondo: in questo modo le aziende potrebbero lavorare liberamente qualche volta di più e qualche volta di meno, a seconda delle necessità, pur rispettando le medie settimanali concordate nei contratti.

                        I sindacati che cosa dicono? Vista dalla parte della Cgil, della Cisl e della Uil la realtà è tutta diversa. Carla Cantone, segretaria confederale della Cgil, punta il dito: «Qui non è in discussione la flessibilità, ma il desiderio degli industriali di fare ciò che vogliono. Si discute del tempo di lavoro di donne e di uomini, genere umano per intenderci; quindi potrà pure portare via tempo, ma gli imprenditori devono fare una trattativa per il lavoro di sabato, non possono alzarsi una mattina e decidere da soli».

                          Quanto al confronto internazionale, secondo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, il paragone con gli Usa è sbagliato: come punto di riferimento l’Italia non può che avere l’Europa.

                            La Cisl e la Uil, invece, mettono l’accento, oltre che sul negoziato, sulla remunerazione di un eventuale aumento della flessibilità. Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, nutre in particolare due sospetti.
                            Il primo: «Ci sono già molti contratti che prevedono il 6 per 6, sei giorni su sei. Per questo abbiamo l’impressione che il problema non sia tanto il lavoro di sabato, quanto il desiderio di ottenerlo senza versare un euro in più per gli straordinari». Il secondo: «Sperano che accettiamo di liberalizzare il sabato senza straordinario. Così si aprirebbero spazi per i contratti. Solo che sarebbe ridicolo, una partita di giro».

                            Ma è Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl, a mettere, come si suol dire, i piedi nel piatto. «La flessibilità va contrattata e pagata» dice il sindacalista, ricordando che gli italiani lavorano di sabato già più di francesi, tedeschi, inglesi. «La flessibilità è prevista in molti contratti. Il caso più evidente riguarda gli edili» spiega Bonanni a Panorama: «Hanno un trattamento tutto loro, perché un giorno lavorano qua, un giorno là, cambiano impresa. E allora sono state previste formule di flessibilità.
                            Però attenzione: a conti fatti il loro salario reale è del 25-30 per cento più alto della media dell’industria. Questo è possibile perché abbiamo trattato la flessibilità con gli imprenditori e le istituzioni. Insomma la flessibilità deve avere più tutele e più salario».

                              Che cosa accadrà, allora? Intanto il ciclone sabato è entrato nelle trattative per i metalmeccanici, con i sindacati pronti a discutere di flessibilità sull’orario solo se prima viene messo un tetto ai contratti cosiddetti atipici. Massimo Calearo, presidente della Federmeccanica, non ha perso l’occasione per ripetere che «in Europa ci sono aziende dove oggi si lavora di più a parità di salario, come Siemens e Bosch» e per invocare accordi «sempre più europei e sempre meno italiani».
                              I sindacati però non hanno mollato. E non sono rimasti soli. «In Germania i sindacati hanno accettato la flessibilità in cambio dell’impegno nero su bianco delle imprese di mantenere gli stabilimenti fino al 2011-2012. Qui non ho visto mettere nero su bianco impegni di questo tipo» ha dichiarato in un’intervista il sociologo Luciano Gallino.

                              Una cosa è già chiara. Il documento sulla competitività presentato in autunno dalla Confindustria parlava di tre tipi di flessibilità: «da contratto» come è l’orario; «di contratto», cioè il tipo di assunzione e di norme (per esempio apprendistato); e flessibilità del salario.
                              L’orario, insomma, è solo il primo punto.