Orari più lunghi e saldi liberi

20/09/2004


            sabato 18 settembre 2004

            Dopo l’accordo siglato dal governo con la grande distribuzione

            Orari più lunghi e saldi liberi
            «Solo l’efficienza ridurrà i prezzi». Il nodo delle tariffe

                MILANO – Difficile dire fin da subito se si rivelerà efficace. Ma il blocco dei prezzi al consumo annunciato dalla grande distribuzione per alcuni prodotti ha già creato una reazione a catena: lo stesso impegno, il congelamento dei listini da ottobre fino a fine anno, lo ha annunciato ieri anche l’associazione dell’industria di marca. Alla categoria aderiscono produttori di tutti i campi, da Barilla a Microsoft, da Cadbury a Nestlé fino a Fiorucci, per i quali l’adesione si farà «su base volontaria».

                MOSSA FRANCESE – Ma la maggior parte delle 205 società di marca presenti in Italia avrebbe dato l’assenso, e non è un caso: la lezione francese sembra essere nella testa di molti, politici e imprenditori, dopo l’estate dello scontento delle famiglie italiane. A Parigi il ministro dell’Economia Nicolas Sarkozy ha scelto il rilancio dei consumi come priorità e ha di fatto costretto i supermercati a ridurre gran parte dei prezzi del 2-3%. Vero che non è stata la sua sola mossa, ma le famiglie francesi hanno iniziato a spendere come non facevano dal ’96: a luglio il 2% più di un anno prima, mentre a giugno in Italia (ultimi dati disponibili) gli acquisti calavano di un altro 0,8% persino rispetto ai tempi della mini-recessione del 2003. Intanto, in Gran Bretagna, l’impennata era del 6%.
                «Il 2004 è stato un anno orribile – ammette Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia -: dobbiamo reagire». La scelta di bloccare i prezzi, rincara Anna Tuteur di Auchan – Gruppo Rinascente, «vuol contribuire a una ripresa generalizzata dei consumi delle famiglie: senza non viviamo». Anche perché «il retroterra del tentativo in atto – osserva Luigi Campiglio, ordinario di economia politica all’Università Cattolica di Milano – è la redistribuzione di ricchezza degli ultimi anni dai lavoratori dipendenti agli autonomi, negozianti in particolare».

                LO SCAMBIO - Scatta così l’ingranaggio che per Daniela Primicerio, direttore generale al ministero per le Attività produttive, punta soprattutto a impedire i tradizionali aumenti di fine anno. Primicerio ha spiegato ieri alle associazioni dei consumatori che cercherà di prolungare l’accordo anche dopo dicembre. Intanto per supermercati e ipermercati il vincolo «politico», dice Tassinari, (cioè non di legge) è di bloccare i rincari sui prodotti di marca propria e su quelli più bassi dei listini. In contropartita il governo promette che gli orari di apertura e le durate dei saldi si potranno allungare. Uno scambio che può cambiare qualcosa, non tutto: in Italia, l’intesa sui prezzi riguarda il 10-11% degli articoli negli scaffali della grande distribuzione. Per Coop, che vende beni di marca propria per due miliardi di euro ogni anno, sono 1.300 prodotti su circa 6 mila nell’alimentare; per Auchan, Rinascente, Sma e Cityper (1.450 punti-vendita in Italia) sono 3.500 articoli su un totale stimato più vicino ai 20 mila che ai 10.

                POCHI IPERMERCATI – «Questo tipo di accordi può contare per le famiglie se abbraccia almeno il 50-70% del fatturato dei commercianti», frena Campiglio, fra i massimi esperti di prezzi e redditi nel Paese. Ma anche altri dubbi possono affiorare. Il primo nasce dal peso ridotto della grande distribuzione nel Paese, rispetto all’80% del totale delle vendite in Francia o Germania: gli ipermercati in Italia fatturano tanto quanto gli ambulanti; e in molte regioni del Centro-Sud (ma anche in Veneto, accusa Paolo Landi di Adiconsum) per tutelare i negozi al dettaglio, i regolamenti delle giunte ostacolano di fatto l’apertura di supermercati. La conseguenza è che le famiglie italiane fanno ancora più di metà della spesa in piccoli commerci e qui, dati Istat alla mano, l’inflazione nei prodotti alimentari nel 2004 corre al 3,3%. Ben di più del livello, sotto l’1%, di cui si vantano i supermercati.
                Ed è proprio qui che emergono nuove perplessità sull’impatto dell’intesa annunciata. Accordo o non accordo, con i borsellini delle massaie sempre più chiusi da tempo certi prezzi sono comunque paralizzati. Carrefour fa scuola. La Coop ha addirittura scelto 150 prodotti di base e ha fatto in un colpo sconti del 10%. Altroconsumo stima che i prodotti a prezzo più basso sono già scesi del 4% dal 2002 e sostiene che bloccare la caduta ora «equivale a far perdere al consumatore occasioni di risparmio».

                COSTI DI FILIERA - Vero o no, a Campiglio la ricetta non sembra duratura. E non tanto per i rischi di «effetto-fionda» sui prezzi il primo gennaio 2005. Piuttosto, fa scuola il caso dell’uva pugliese di qualità riferito da Landi: i coltivatori la vendono a 50-70 centesimi al chilo, nei supermercati compare a 2-2,5 euro. «Ci sono troppe inefficienze nell’itinerario dal produttore al distributore», ammette Tassinari di Coop. Secondo lui, questi «costi di filiera» sono almeno il 18% del prezzo di un pacco di pasta nei suoi scaffali contro il 13 o 14% di Francia e Germania. C’è insomma spazio per tagli dei listini del 5%. Margine potrebbe esserci anche per portare le società dei servizi pubblici, dall’acqua al gas all’elettricità, a prendere impegni sulle tariffe come la grande distribuzione. Adiconsum ne ha parlato con Confservizi: ma ora l’associazione di categoria in cambio chiede più margini per effettuare fusioni fra ex municipalizzate e più libertà di acquistare energia all’estero, fuori dall’abbraccio a volte esoso di Eni ed Enel. Una partita su più campi dove tutti, in nome dei consumatori, cercano almeno di soddisfare vecchie rivendicazioni.

            Federico Fubini