“Orari e Salari” Lavorare il sabato? Sì

22/12/2005
    N.49/50 anno LI – 22 dicembre 2005

    Attualità – pagina 64-67

      ORARI, CONSUMI, SALARI / COSA STA CAMBIANDO

      Lavorare il sabato? Sì

      La maggioranza degli italiani è disponibile alla settimana lunga. Lo rivela un sondaggio Swg. Per gli economisti è indispensabile. Fissando dei paletti

      di Paolo Forcellini

        Dal "lavorare meno per lavorare tutti" al "lavorare di più per guadagnare di più". A prima vista il senso comune dei lavoratori italiani starebbe evolvendo lungo questa traiettoria. Il sondaggio realizzato dalla Swg per ‘L’espresso’ indica infatti un’ampia disponibilità al lavoro di sabato: fra coloro che attualmente santificano i prefestivi, infatti, ben l’81 per cento sarebbe disposto a sacrificarne uno o più sull’altare della produttività, della flessibilità, della difesa del posto di lavoro, della busta paga più gonfia o di un mix fra queste e altre motivazioni. Addirittura il 23 per cento sarebbe disposto a lavorarli tutti e il 34 due al mese. Il sasso nello stagno è stato gettato di recente da Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria, che ha legato la possibile conclusione della vertenza dei metalmeccanici, con un aumento retributivo più consistente di quello fino ad allora offerto, alla disponibilità a ‘faticare’ il sabato.

        Ma dalla rilevazione Swg-L’espresso emergono anche altre realtà sorprendenti, prima fra tutte il fatto che già oggi il 56 per cento degli interpellati, o sempre o a turnazione, il sabato si rimbocca le maniche, e non per zappettare il giardino. La quota scende di poco per i soli occupati dipendenti: 49 per cento. Accettare o rifiutare l’avance di Bombassei? Il 59 per cento degli italiani consiglia ai metalmeccanici la prima alternativa, percentuale che sale al 72 fra gli autonomi e scende al 54 fra i dipendenti e ancor più giù tra le tute blu. I più (56 per cento) sono convinti che la richiesta ai cipputi di Fiom, Fim e Uilm sia solo l’inizio di una reazione a catena e che presto, dopo i ‘metallo’, anche altre categorie dovranno rinunciare al classico week-end, da molti conquistato solo alla fine degli anni Sessanta.

        Un po’ contraddittoria con quanto precede è la risposta a un altro quesito: l’84 per cento (88 fra i dipendenti) considera importante avere giorni consecutivi di riposo . Allora, delle due l’una: o si rivendicano due qualsivoglia giornate consecutive oppure si è disposti a un’estrema rinuncia. Ma forse c’è una terza ipotesi: "La disponibilità a lavorare il sabato riguarda tutto il sabato o solo una parte? Il sondaggio non lo approfondisce", precisa Aris Accornero, ex operaio, docente di Sociologia industriale e collaboratore del Cnel. "Già oggi molti lavorano una metà del sabato, quota ritenuta da molti accettabile e che non contraddice che in parte la larghissima aspirazione a un week-end", osserva il sociologo: "inoltre sarebbe interessante sapere che differenza vi è fra uomini e donne quanto a mettere il sabato sul piatto della contrattazione. Molti operai maschi già lavorano quel giorno. Sono invece convinto che le donne siano assai più ostili a questa prospettiva". Ma Accornero aggiunge un’altra notazione inaspettata: "Già oggi gli italiani lavorano il sabato più sensibilmente che negli altri paesi europei. D’altra parte, però, lavorano meno sensibilmente degli altri la domenica: forse in Italia c’è una maggiore apertura verso il sabato lavorativo proprio perché la domenica è considerata intangibile".

        Prima di procedere a una dolorosa asportazione del sabato va comunque chiarita una questione: quale ricompensa per il sacrificio? Più soldi o meno ore di lavoro in altri giorni? Oppure si tratterebbe di un aumento secco dell’orario settimanale, senza risarcimenti? Il principale consigliere economico di Silvio Berlusconi, Renato Brunetta, oggi europarlamentare ma prima docente di Economia del lavoro, non ha dubbi: "Ormai non viviamo più in un’era di standardizzazione ma in una di flessibilizzazione: il sabato festivo, la sirena che dà il segnale d’inizio e di fine della giornata uguale per tutti, sono reperti archeologici. In una società post-industriale il sistema produttivo richiede adattabilità. È giusto che gli sia data. Ma non ci si può limitare a sollecitare una nuova cultura dei sindacati. Anche il sistema delle imprese deve fare la sua parte: ottenga tutta la flessibilità del mondo ma la paghi, sia in termini di quattrini che di potere, di partecipazione dei lavoratori al governo delle aziende".

        "Ben venga la disponibilità, già manifestata da alcune categorie, a rinunciare al sabato di riposo quando vi sono punte di domanda", plaude il senatore della Margherita Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro: "lo scambio tra tempi più flessibili e maggior salario è oggi opportuno e spero si possa proseguire in questa direzione, malgrado le resistenze della Fiom-Cgil. Con un’avvertenza: sarebbe meglio se fosse regolato a livello aziendale piuttosto che in un contratto nazionale. Da molto si parla di una riforma della contrattazione per dare più peso a quella aziendale: il terreno degli orari sarebbe il più adatto per realizzare lo spostamento del baricentro negoziale sulle vertenze d’impresa".

        Rimane un dubbio: rompere il tabù del sabato significa incrementare l’orario settimanale oppure spalmarlo diversamente, su sei giorni anziché su cinque? "Penso che di norma la prestazione di lavoro al sabato debba avere il suo corrispettivo in un miglioramento retributivo oltre che in un riposo compensativo", sostiene Treu: "solo in casi di particolari difficoltà può essere necessario un incremento netto dell’orario complessivo. Comunque bisogna essere consapevoli che i problemi di competitività della nostra economia mai potranno risolversi solo lavorando di più. Ci vogliono più innovazioni nel ciclo produttivo e nella qualità dei prodotti".

        Ha osservato Cesare Damiano, responsabile ds per il Lavoro ed ex vicesegretario Fiom: già "il contratto del ’99 prevedeva fino a otto sabati a disposizione delle imprese per forme di flessibilità contrattata in azienda". Nulla di nuovo sotto il sole, dunque? Non proprio. Oltre che ad aumentare la quantità di sabati ‘disponibili’, la Confindustria punta a ottenere "un po’ più di mano libera", dice Accornero, nella loro gestione. In altre parole: stabilito il limite quantitativo della disponibilità, le imprese vorrebbero gestirselo secondo le loro esigenze, senza sottoporsi volta per volta a estenuanti contrattazioni. "Quando finalmente otteniamo il via libera", ha mugugnato un imprenditore, "capita che nel frattempo si sia persa la commessa". Un possibile compromesso sarebbe la definizione trimestre per trimestre dei sabati lavorativi: soluzione insieme flessibile e negoziata.

        Quello del sabato ‘inglese’ da noi è ormai un mito e per giunta sempre più usurato: "Buona parte dei dipendenti pubblici (trasporti, poste, anche parte dei ministeriali) non hanno mai smesso di lavorare il sabato", demistifica Accornero, "in generale la sacralità del prefestivo non è mai esistita per gli statali ed è durata pochi anni per i privati. Negli anni Ottanta alla Fiat si arrivò a scioperare per non lavorare qualche sabato in concomitanza di punte di domanda. Il riposo veniva difeso con le unghie e con i denti: oggi i sindacati sono meno rigidi, tendono a gestire quantità di lavoro su base annua piuttosto che limiti fissi giornalieri o settimanali". Il lavoro al sabato e domani, chissà, anche alla domenica, può essere un fattore disgregante per le famiglie, o quantomeno una grossa complicazione nell’organizzazione familiare del tempo libero? Per Accornero si riduce la possibilità di un dialogo intenso fra genitori e figli che spesso si vedono solo sabato e domenica. Per Brunetta, invece, "è ora di finirla con la preistorica ideologia della famiglia che vuole riuniti nel week-end babbut, mammut e figliut: la società moderna inevitabilmente desincronizza i tempi di lavoro dei diversi soggetti e cambia pure il modo di leggere la famiglia".