“Orari e Salari” Com’è magra la busta paga

22/12/2005
    N.49/50 anno LI – 22 dicembre 2005

    Attualità – pagina 67-72

      ORARI, CONSUMI, SALARI / COSA STA CAMBIANDO


      Com’è magra la busta paga

      Retribuzioni che crescono meno che negli altri paesi di Eurolandia. Prezzi che salgono di più. Una ricerca del Movimento Consumatori spiega il malessere italiano

      di Antonio Marini

        Abitare a Lisbona e guadagnarsi lo stipendio nel Lussemburgo. Certo, sarebbe una vita piuttosto scomoda, ma si avrebbe il portafoglio sempre gonfio. Perché tra le capitali di Eurolandia, quella del Portogallo ha il livello dei prezzi più basso mentre le aziende che offrono gli stipendi più generosi si trovano proprio nel Granducato. Un gioco, naturalmente, che però farebbe diventare i fortunati pendolari i lavoratori con il più alto potere d’acquisto tra tutti gli abitanti dei 12 paesi che adottano l’euro.

        Chi invece vive, mangia, dorme e lavora in Italia da quando è stata adottata la moneta unica non solo, come ha fatto emergere una recente indagine Istat, ha la netta percezione di essere più povero, ma – e questo l’indagine non l’ha registrato – più povero lo è diventato davvero. E la colpa non è dell’euro. Basta fare il confronto tra paesi in cui è stata introdotta la moneta unica per rendersi conto che in Italia la forbice tra il livello di prezzi e tariffe e quello dei salari si è allargata molto più che altrove. Risultato: secondo l’inchiesta condotta da ‘L’espresso’ con l’ausilio di diverse fonti, alcune delle quali inedite, la responsabilità di questa situazione è da imputare a chi non ha effettuato i dovuti controlli di prezzi e tariffe, ma anche a chi non ha adeguato stipendi e pensioni all’effettivo costo della vita. Del resto, le notizie che arrivano in questi giorni dal fronte degli acquisti natalizi non fanno che confermare quanto segnalano le aride statistiche. Negozi semivuoti e consumatori sul chi va là.

        ‘Progetto Operae’, un nuovo osservatorio creato dal Movimento Consumatori guidato da Lorenzo Miozzi, ha focalizzato l’attenzione proprio sul rapporto tra gli stipendi e il costo medio dei prodotti e dei servizi in Eurolandia. I risultati della ricerca, consegnati alla Camera di Commercio di Milano e mai diffusi, portano a quello che già gli italiani, in cuor loro, sapevano: con l’entrata in vigore della nuova moneta il potere d’acquisto si è drasticamente ridotto. Ma è la considerazione successiva che sorprende, anzi fa davvero rabbia: la stessa cosa non è successa negli altri grandi paesi europei, quali Francia, Spagna e Germania.

        Effettuate rilevazioni sul campo, spulciata la valanga di dati messi a disposizione da fonti quali Istat, Eurostat, Ocse, Ubs, Eurofund e Ires, l’osservatorio Operae è arrivato al seguente e inequivocabile risultato: fatto 100 il rapporto salari/prezzi nel 1991, da noi si scende a 98 nel 2002 mentre in Germania, per esempio, si sale a 140. E se è vero che, rimanendo in Germania, in alcuni settori i prezzi restano più alti, è altrettanto vero che un insegnante di Francoforte percepisce in media 2.500 euro mensili mentre, dice lo studio del Movimento Consumatori, l’omologo lavoratore italiano non supera mediamente 1.400 euro.

        Paolo Graziano, docente universitario e autore del rapporto, sottolinea come "nel 1950 un chilo di pane era pari all’1,1 per cento dello stipendio giornaliero di un operaio di un mese standard composto da 30 giorni, mentre nel 2004 un chilo di pane era pari al 10,6 per cento. In altri termini, il costo del pane è decuplicato nel giro di 50 anni". Facciamo un conto più vicino ai nostri tempi: nel 2001 un chilo di pane costava in Italia l’equivalente di 1,25 euro contro l’euro della Francia e lo 0,9 della Spagna. Alla vigilia del quarto compleanno di moneta unica, siamo passati a 3,5 euro, i francesi a 1,5 e gli spagnoli a 1,4. Risulta così con tutta evidenza, commenta Graziano, "che i lavoratori italiani sono diventati consumatori sempre più deboli: rispetto agli altri paesi europei, se confrontiamo alcuni dati relativi alle città italiane emerge chiaramente come negli anni più recenti vi sia stata una crescita verso l’alto dei costi". Milano, per esempio, è tra le città più care d’Europa – più di Parigi, Berlino, Francoforte, Barcellona, Madrid, Lione. E a ciò non corrisponde, per Graziano, un adeguamento salariale pari a quello che si verifica altrove.

        "In realtà Cipputi non aveva bisogno di conferme statistiche", dice a ‘L’espresso’ Gustavo Ghidini, fondatore e presidente del Movimento Consumatori. "L’operaio e l’impiegato a basso reddito da tempo hanno tirato la cinghia all’ultimo buco. Tutto aumenta. Solo la loro busta paga ha il passo della tartaruga. E se i tapini volessero conservare il tenore di vita pur modestissimo cui erano abituati non resta loro altro che indebitarsi". D’altronde del Comitato nazionale di controllo voluto dal governo Prodi, che avrebbe dovuto tenere sotto attenta osservazione il passaggio lira-euro, si è avuta solo una fugace apparizione. Istituito nel 1996 è stato attivato nel settembre del 2001 con la nomina, voluta da Giulio Tremonti, del sottosegretario Vito Tanzi alla presidenza, per essere poi svuotato delle sue funzioni il 31 luglio del 2002. E a chiedere spiegazioni al governo attraverso un’interpellanza urgente è stata nientemeno che l’Udc, nel gennaio 2004.

        D’accordo che i controlli pubblici sul livello dei prezzi sono demodè, ironizza Ghidini, il quale si chiede come mai la concorrenza, la vera amica dei consumatori, non funzioni. "Forse occorrerebbe armare il ‘vigilante istituzionale’ (l’Antitrust, ndr.) con più mezzi e personale, più poteri di indagine, più strumenti sanzionatori. E forse anche alleggerire le tasse sulle buste paga di operai e impiegati, facendole pagare ai tanti che lavorano in nero", conclude il presidente del Movimento Consumatori. Secondo la banca svizzera Ubs, i lavoratori italiani sono diventati, dopo quelli portoghesi, gli eurocittadini con il minore potere d’acquisto, cioè con il rapporto tra i salari e il livello dei prezzi più basso. Tanto che per comprarsi un hamburger, un Big Mac, hanno bisogno di lavorare in media 26 minuti contro i 14 necessari in Lussemburgo. Mentre tutte le altre euro-capitali, fatta eccezione di Lisbona, per comprarsi il panino possono permettersi di lavorare meno. E il Big Mac resta identico ovunque.

        Per sottolineare la differenza tra quanto si guadagna e quanto invece costa la vita nei diversi paesi europei, basta prendere un unico riferimento sia per i redditi che per un paniere di prodotti e calcolare l’ampiezza della forbice. Fatto 100 il livello dei prezzi di Zurigo, dice l’Ubs che nella sua indagine sul potere d’acquisto ha coinvolto 71 città di tutto il mondo, quello di Roma è pari a 79,6, mentre fatto 100 il livello dei salari, la città eterna riesce a mettere insieme un misero 40,2: la differenza tra la città più cara e la capitale italiana è minima mentre diventa enorme quando si parla di salari.

        "Con la politica economica e fiscale attuata da questo governo gli italiani hanno perso potere d’acquisto – dice Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil (Istituto di ricerche economiche e sociali). Nei primi sei mesi del 2002 l’euro ha pesato sulle nostre tasche per lo 0,5 per cento, effetto che c’è stato anche in tutti gli altri paesi europei. Quel che è successo in Italia a differenza che altrove, è che nel 2002, 2003 e 2004 il governo ha programmato tassi di inflazione che erano la metà di quelli reali. E in più non ha restituito il drenaggio fiscale ai lavoratori dipendenti e ai pensionati".

        Megale, coautore di un volume, da pochi giorni in libreria, intitolato ‘I salari nei primi anni 2000′, il quale da gennaio verrà aggiornato con i dati del 2005 che ‘L’espresso’ è in grado di anticipare, sottolinea come questi due elementi, sommati ai ritardi dei rinnovi contrattuali soprattutto dei pubblici dipendenti e degli autoferrotranvieri, hanno prodotto una situazione ‘anomala’ in cui si è realizzata una perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni del lavoratore italiano di oltre 1.500 euro. E questo su uno stipendio lordo medio di 23.000 euro che per un lavoratore nel settore manifatturiero single e senza figli diventa 16.377 euro netti all’anno (elaborazione Ires su dati Bankitalia e Istat).

        "Il danno è stato poi arginato dalla decisione del sindacato di non prendere più in considerazione i tassi d’inflazione programmati come base per i rinnovi contrattuali ma quelli ufficiali. Ma ormai il guaio era stato fatto", sostiene il presidente dell’Ires-Cgil secondo cui una politica economica e fiscale che premi i redditi bassi è la sola via d’uscita da questa anomalia tutta italiana. Per fare questo, dice Megale, è necessario che la politica del prossimo governo "si concentri sui redditi, sulla concertazione e sul sostegno al lavoro e all’impresa".

        Secondo Confindustria, però, gli italiani hanno percepito un’inflazione più alta che non rispecchia quella reale, e per diversi motivi. Tra questi, dice in una relazione l’Ufficio studi, con il passaggio verso l’euro, ci sono stati alcuni "arrotondamenti" che hanno avuto un impatto elevato in termini percentuali. Poi c’è il problema della "volatilità delle variazioni degli indici generali di prezzo", da attribuire sempre ai successivi "arrotondamenti" da parte di altri operatori economici. Infine "probabilmente i consumatori non si rendono bene conto di quanto pesino effettivamente i beni e i servizi nei consumi totali delle famiglie italiane e quindi nel paniere dell’Istat".

        Sarà, ma intanto i prezzi che aumentano davvero e la differenza con quello che accade negli altri paesi europei si vedono nitidamente nelle tavole diffuse da Eurostat. Si prenda come esempio il settore delle costruzioni che ha vissuto in tutto il Vecchio continente una seconda giovinezza con le aziende che hanno macinato utili record. Bene, il livello dei salari in questo comparto, fatto 100 quello del 2000, è diventato nel secondo trimestre del 2005 114,51 in Italia, 127,8 in Francia e ben 129,37 in Spagna. Gli stipendi, dunque, da noi sono cresciuti meno che negli altri principali paesi dell’area euro. Forse la stessa sorte è capitata anche ai prezzi medi? Macché, quando si tratta di aumentare il costo delle merci diventiamo imbattibili. Sempre secondo l’istituto europeo di statistica, fatto 100 il livello medio dei prezzi del 1996, in Italia a ottobre del 2005 è diventato 129, in Spagna 128,5, mentre in Francia si è portato a 115,8 e in Germania a 115,5.

        E che non si tratti di un problema legato direttamente all’euro o agli "arrotondamenti" gli italiani hanno dimostrato di saperlo bene, tanto che in un sondaggio di Eurobarometro, pubblicato un paio di settimane fa a Bruxelles, il 67 per cento del campione intervistato si è detto favorevole alla moneta unica mentre solo il 26 è contrario. Ma quando si parla della situazione personale i problemi che si stanno affrontando da qualche anno con il carrello della spesa vengono fuori tutti. Solo il 40 per cento del campione riesce a vedere per la propria famiglia un futuro migliore, mentre in Francia l’ottimismo sale al 44 e in Spagna al 57. Che ci consideriamo i più poveri lo dimostra infine il fatto che, dopo la Germania (reduce però da una costosissima riunificazione), l’Italia è il paese con la più spiccata tendenza ad acquistare meno. Perchè? Per la paura di spendere troppo.