ORARI COMMERCIALI, da IL SOLE24ORE del 4 ottobre 1999

Lunedì 4 Ottobre 1999 In_primo_piano

Gli enti locali stanno rimodulando le aperture, mentre gli esercenti sono spaccati: i piccoli dicono no, i grandi sì Orari flessibili, cadono gli ultimi ostacoli Le delibere in metà dei Comuni

Riforma del commercio, atto terzo. Dopo il varo per tranche del Dlgs 114/1998 e il lavoro di adeguamento in carico alle Regioni, tocca ora ai Comuni dire la loro in fatto di orari di apertura: gli enti locali possono rimodulare quanto previsto dal "decreto Bersani" e molti di loro vi hanno già provveduto. Ecco una panoramica di quanto hanno fatto i capoluoghi di provincia e in che modo i commercianti hanno recepito la novità.
Piemonte. A Torino (la delibera esecutiva è del 31 maggio), l’apertura e la chiusura dei negozi sono rimesse alla determinazione degli esercenti. Fino alla fine dell’anno sarà mantenuto l’attuale sistema di libera scelta da parte dell’esercente sulla chiusura infrasettimanale. Tuttavia il Comune cercherà di monitorare la situazione anche con la collaborazione dei sindacati di categoria e delle associazioni di consumatori, prevedendo, nel caso in cui il servizio non risultasse rispondente alle esigenze degli utenti, una delega alla Circoscrizioni per l’organizzazione di un sistema di alternanza delle chiusure infrasettimanali, ad esempio per zona o per settore merceologico. Lo shopping nel week end sarà sempre legato a feste di quartiere organizzate da Comune, commercianti e associazioni di via. L’obiettivo «è quello di legare l’opportunità di libero shopping domenicale alle feste di quartiere — dice l’assessore al Commercio, Fiorenzo Alfieri — per ottenere un calendario certo delle circoscrizioni che aderiscono all’iniziativa di apertura domenicale: nella misura di almeno due giorni domenica in modo tale da poter offrire al cittadino una discreta possibilità di scelta anche durante questo giorno festivo, ma soprattutto con la scusa degli acquisti vivacizzare queste zone cittadine».
A Biella, l’ordinanza del sindaco è esecutiva dal 16 giugno. Viene mantenuta la mezza giornata di chiusura infrasettimanale: il lunedì o il mercoledì (mattino o pomeriggio, a scelta del commerciante) per il settore alimentare il lunedì o il mercoledì o il sabato (mattino o pomeriggio) per il settore non commerciale.
Ad Asti, l’ordinanza del sindaco è dell’l1 maggio e lascia la facoltà di apertura anche nel mese di settembre in occasione del «Palio di Asti» e delle «Manifestazioni del settore astigiano». Deroghe da individuare con apposite ordinanze sindacali possano essere emesse in occasione di particolari manifestazioni.
Ad Alessandria, così come a Verbania e a Cuneo, il Consiglio comunale non ha ancora adottato la delibera; probabilmente lo farà entro gennaio del 2000. L’indicazione di massima è di liberalizzare il più possibile. È aperto il confronto con le associazioni di categoria.

A Novara, la delibera ha seguito le indicazioni della "Bersani".
A Vercelli stanno discutendo il "pacchetto Bersani" in questi giorni e la delibera dovrebbe essere presentata in Consiglio questa settimana.
Valle d’Aosta. La mozione approvata dal Consiglio sulla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali è entrata in vigore l’11 marzo. Tra le particolarità, quella che deve essere rispettata l’apertura antimeridiana non posteriore alle ore 9.00 e la chiusura non anteriore alle ore 19.30.
Trentino. La situazione degli orari dei negozi in Trentino, è al momento "ingessata" in attesa dell’approvazione del disegno di legge di recepimento della "Bersani": la Provincia autonoma ha competenze legislative secondarie in materia e per ora sono ancora in vigore le disposizioni dettate dalla legge provinciale n. 46/1983 e successive modifiche nonché dalla connessa deliberazione della giunta provinciale n. 14544/1991. Secondo queste disposizioni, la definizione degli orari di apertura dei negozi spetta alla stessa giunta provinciale e non ai singoli comuni. Il sindaco ha soltanto la facoltà di decidere proroghe per determinate attività. In questo contesto gli orari sono determinati in modo piuttosto rigido entro la fascia unica 9.00-19.30 con pausa obbligatoria di almeno 2 ore, un’apertura effettiva giornaliera di 8 ore e settimanale di 40 ore. Quest’anno, peraltro, è stata introdotta la facoltà di prolungare l’apertura fino alle 22.00 il venerdì nel periodo 15 giugno - 31 ottobre. Margini più ampi, che comprendono l’apertura domenicale (solo al mattino per gli alimentari), sono concessi ai comuni classificati come turistici. Il comune di Trento non rientra, per ora, in questa classifica.
Bolzano, anche la Provincia autonoma di Bolzano, in materia di commercio, ha competenza secondaria; pertanto legifera autonomamente. Il Disegno di legge di recepimento della riforma Bersani, varato dalla Giunta provinciale, è stato approvato in questi giorni dalla 3ª Commissione legislativa provinciale e verrà portato alla discussione del Consiglio nei prossimi giorni; dovrebbe venire approvato entro la fine di ottobre; quindi, dovrebbe ottenere il visto del Commissario del Governo e, a meno di sorprese, dovrebbe entrare in vigore entro la fine dell’anno. Dopo di che i singoli comuni dovrebbero emanare i rispettivi regolamenti di attuazione. Secondo quanto si presume, la normativa provinciale dovrebbe assicurare una tutela del commercio minore; verrebbero recepite le norme di liberalizzazione nei comuni sopra i 10.000 abitanti, per ciò che riguarda le misure dei locali; riserve resterebbero per le 8 domeniche all’anno di apertura; anche per le difficoltà di reperimento del personale, essendoci piena occupaz

ione. Per gli orari, già una fascia di orario che prevede la facoltà di apertura tra le 6.00 del mattino e le 22.00.
Friuli-Venezia Giulia. Già varato da circa sei mesi la legge regionale che ha ridotto a 10 il numero delle ore massime di attività consentite e ampliato la fascia oraria di apertura, portandola dalle 5.00 del mattino alle 22.00 della sera. Con una peculiarità, che riguarda Trieste. I commercianti del capoluogo giuliano possono infatti godere della facoltà di determinare gli orari senza alcun tipo di vincolo regolamentare (domeniche, festività, fasce orarie...).
Veneto. In attesa che la regione individui le nuove aree a economia prevalentemente turistica che potranno avvalersi delle deroghe alla chiusura domenicale, tutti i Comuni capoluogo hanno emanato le ordinanze basandosi sulle indicazioni del Dlgs 114/98. Uniche a usufruire delle deroghe consentite alle città "turistiche" rimangono Venezia, Padova e Verona, in base a uno status riconosciuto dalle normative regionali precedenti. I commercianti veneziani — centro storico e isole (con esclusione quindi della terraferma) — possono usufruire della deroga alla chiusura domenicale tutto l’anno; i veronesi, dal 1º maggio al 30 settembre. Per i padovani, invece, apertura tutto l’anno con esclusione di febbraio e della prima quindicina di marzo. Al pollice verso dei piccoli esercenti contro l’apertura lunga ribadito dal segretario regionale della Confcommercio del Veneto, Alberto Curti, si contrappone il giudizio positivo della grande distribuzione. Una delle tante conferme arriva dal direttore del centro commerciale Giotto di Padova, Andrea Cervetto, che sottolinea come nel corso degli ultimi anni — seppure il giorno festivo non sia la giornata clou della settimana — il numero di ingressi domenicali abbia conosciuto un trend crescente.
Liguria. A Savona l’apertura domenicale (possibile solo nel periodo estivo) è stata limitata alla zona del centro storico, per dare modo ai negozi di fronteggiare l’offensiva lanciata dal vicino ipermercato. Mentre a Genova sembra che nessun commerciante sia interessato a sfruttare l’ampia facoltà di deroga all’apertura domenicale, tanto che le associazioni e il Comune stanno pensando di modificare la disciplina. E una situazione simile si riscontra a Imperia. Va ricordato che la Regione ha dichiarato tutti i Comuni della Liguria località turistiche, conferendo loro la più ampia libertà nel determinare gli orari di esercizio.


L’apertura domenicale paga

«È un esperimento assolutamente positivo». Così commenta sull’apertura domenicale Cesare Bertola, direttore del mega centro commerciale «I Gigli» di Campi Bisenzio (Firenze), uno dei più grandi d’Italia. I clienti quest’anno dovrebbero superare i 12 milioni, un record al quale contribuiscono le 17 domeniche di apertura (la prima di ogni mese oltre a quelle sotto Natale), che non richiamano mai meno di 70mila persone a volta, contro le 30mila medie dei giorni feriali e le 60mila del sabato. «Per molti, il nostro centro rappresenta ormai un’alternativa alla gita domenicale — afferma Bertola —: la clientela che non proviene dal nostro naturale bacino d’utenza, in media del 16%, la domenica arriva a toccare punte del 40 per cento. Magari non tutti comprano (le vendite domenicali sono inferiori rispetto al sabato) ma a noi questo interessa relativamente». Grazie all’inserimento di Campi Bisenzio tra i Comuni turistici, i Gigli resteranno aperti tutte le domeniche dell’anno, il che porterà ad almeno 50-60

nuovi posti di lavoro.
Marche. La legge 114/1998, bocciata al primo tentativo, è stata poi approvata il 14 settembre e inviata nuovamente al Commissario di Governo. In sua assenza, per la stagione turistica compresa tra il 15 giugno e il 15 settembre, la Regione aveva stabilito che tutti i Comuni avessero rilevanza turistica. Agli esercenti è stata lasciata la facoltà di scegliere l’orario tra le 7 e le 22, così come l’apertura domenicale e notturna. Hanno aderito tutte le città a vocazione fortemente turistica, praticamente tutte quelle della riviera adriatica e quelle delle zone montane dell’Appennino. Gli esperimenti di apertura notturna, prevalentemente condotti da centri commerciali e ipermercati, non sono poi stati così interessanti, visto che dopo le 22 l’afflusso a questi punti vendita sono stati minimi, mentre molto apprezzate dai consumatori sono state le aperture domenicali, tanto è vero che molti hanno deciso di prolungare quest’apertura anche successivamente al periodo turistico.
Umbria. La legge regionale 24/1999 ha per ora affrontato il tema degli orari ma non quello dei Comuni a vocazione turistica. I Comuni hanno adottato provvedimenti a propria discrezione in cui sono state adottate soluzioni diverse da località a località. Ad esempio, alcuni hanno previsto deroghe per i centri storici, altri hanno definito le cinque giornate di apertura domenicale durante l’anno e altri ancora le hanno definite aumentandole a otto.

Particolare l’esperienza di Perugia che, essendo centro storico e con attrattive particolari e di grande richiamo turistico quali Umbria Jazz, ha adottato durante la rassegna, sia le aperture domenicali sia le notturne fino all’una, nel rispetto dei limiti imposti dalla legge, con un ritorno elevato, in termini di presenze dei consumatori. In agosto, settembre e la prima metà di ottobre sono stati aperti in orario eccedente le 22, solo ristoranti e locali pubblici, mentre non hanno aderito i centri commerciali né i piccoli esercenti.
Lazio. La riforma non ha mutato le abitudini degli esercenti, nemmeno sul fronte degli orari. A sfruttare l’opzione dell’orario continuato sono sempre i grandi centri commerciali. A Frosinone le fasce orarie più "frequentate" dai titolari dei negozi al dettaglio sono quelle abituali, con una pausa pranzo di 3 ore circa e un orario di chiusura intorno alle 20. Lo stesso vale per Rieti, dove l’orario continuato è praticato da circa il 5% dei negozi, e Latina. Qui i grandi comparti del settore alimentare non superano, di norma, le 11 ore di lavoro; nel centro urbano la tendenza degli esercizi extralimentari è quella di una chiusura generalizzata all’ora di pranzo, a eccezione di un paio di centri alimentari che, grazie ai "buoni pasto", fungono da polo di attrazione per i lavoratori degli uffici circostanti. Il Comune di Latina ha stabilito un numero di circa 6 aperture domenicali ripartite, attraverso un processo di turnazione, fra le due fasce territoriali in cui è stata divisa la città.
Roma merita un discorso a parte: in attesa della legge regionale sfrutta le conquiste fatte in passato. Rimane in vigore, infatti, la delibera del ’95, che prevede una sospensione dell’obbligo di chiusura domenicale e nelle giornate feriali in tutte le circoscrizioni della città e, per il periodo compreso fra maggio e ottobre, l’apertura estiva secondo un turno di due circoscrizioni ogni domenica. Crescono, intanto, soprattutto nel centro storico, i negozi che esercitano l’orario continuato: più del 40%, contro il 20% di qualche anno fa. La possibilità per i Comuni di Latina, Rieti, Viterbo, di determinare liberamente gli orari di apertura e chiusura domenicale, festiva e nella mezza giornata infrasettimanale dei propri esercizi, per il periodo estivo è in una delibera della Giunta Lazio del giugno 1999.



A Milano dalle 19,30 alle 22 il 15% delle vendite in centro

A Milano, ben il 15% delle vendite effettuate dalla Rinascente Duomo avviene dalle 19.30 alle 22. Una quota giudicata "interessante" dal portavoce dell’azienda, Enrico Matti, che aggiunge: «Con gli orari allargati è più facile soddisfare i consumatori, specie chi lavora, i quali, potendo sfruttare le ore serali non sono più costretti a sacrificare la giornata di riposo per lo shopping».
Positiva anche l’esperienza di High tech, negozio d’accessori per la casa, aperto tutte le domeniche. «Gli stessi clienti — affermano — ci hanno suggerito questa scelta. E adesso abbiamo richieste di prolungare l’apertura e rinunciare alla chiusura settimanale».
Nei cinque centri commerciali di Bologna e dintorni si può girare col carrello della spesa tra scaffali pieni di vettovaglie e file di abiti appesi fino alle ore 21. E a esser contenti oltre ai clienti, e ai direttori sono anche commesse e impiegati.
«Abbiamo avuto riscontri molto positivi proprio nel periodo estivo quando per due giorni alla settimana abbiamo protratto l’orario di chiusura fino alle 22 — afferma Walter Dondi, responsabile comunicazioni e relazioni esterne della Coop Adriatica —. Dopo una prima fase di incertezza siamo riusciti a ingranare, ricorrendo anche al lavoro interinale e potenziando la vigilanza e l’illuminazione nei piazzali».

«All’inizio tutto è stato nell’abituare le persone a cercare nuovi orari da dedicare al momento degli acquisti — aggiunge Pier Francesco Montuschi, direttore del centro commerciale bolognese "Vialarga" —. I nostri negozi, seppur tra le piccole e grandi perplessità espresse dal personale, sono stati, infatti, contenti di poter concedere più tempo per gli acquisti ai loro clienti.
 


Anche grazie alle semplificazioni introdotte dal nuovo accordo, le previsioni per l’occupazione sono positive Assunzioni più facili, partono i «grandi» Per ora, comunque, si va avanti con contratti tradizionali di part time e di formazione

«Gli elementi innovativi introdotti dal contratto del commercio sono un primo passo verso le stressanti esigenze di flessibilità e competitività del settore, ma non bastano. Rigidità normative, crescita bloccata dalla riforma Bersani e dall’inadempienza delle Regioni, ritardo dimensionale rispetto ai colossi esteri e un basso livello di servizio. Sono le quattro questioni nodali della grande distribuzione italiana». Così Luca Pellegrini, docente alla Bocconi di distribuzione commerciale, fotografa un complesso sistema costituito da 5.500 supermercati, oltre mille grandi magazzini, 300 ipermercati e altrettanti cash & carry.

«Non è possibile gestire un business di servizi — continua — in cui l’offerta è strettamente dipendente dall’andamento della domanda, vincolati da formule contrattuali della realtà industriale, dove alle escursioni della clientela si può rispondere con lo stoccaggio delle merci».

Il part-time di otto ore al sabato per gli studenti e i lavoratori a tempo parziale, il job-sharing, l’estensione dell’apprendistato, la revisione del lavoro interinale, previsti nel contratto del terziario firmato due settimane fa (e pubblicato sul Sole-24 Ore del 30 settembre), sono strumenti che non hanno suscitato l’entusiasmo degli operatori.

Il giudizio complessivo sull’accordo, che rappresenta, secondo il direttore di Federcom Bruno Milani, «l’unico punto di equilibrio possibile tra le istanze retributive sindacali e quelle di produttività della Confcommercio», è, tutto sommato, positivo. Non altrettanto quello sui benefici concreti che deriveranno dal contratto. Il settore distributivo, che oggi ha di fronte una domanda fiacca e una concorrenza estera più che mai agguerrita, ha bisogno di interventi radicali di razionalizzazione e concentrazione.

La situazione è ancora più difficile per le cooperative della distribuzione moderna, come Coop, Conad e Crai, regolate da un contratto a sé, ancora in fase di discussione (la chiusura è prevista a giorni). «Stiamo lavorando su una piattaforma simile a quella del contratto collettivo del commercio – spiega il presidente della Coop, Giorgio Riccioni – per cercare di smorzare gli svantaggi che ci caratterizzano in quanto società cooperative. Il peso ancora più gravoso dei diritti sindacali significa per noi un incremento dei costi del 20-25% rispetto alle aziende private, cioè una minor competitività».

Quali sono i possibili cambiamenti che i nuovi contratti potranno portare in termini di flessibilità e di opportunità occupazionali? È ancora presto per delineare uno scenario. Il commercio, comunque, è già il settore che fa più largo uso del part-time (con picchi del 40% sul totale dei dipendenti contro una media nazionale del 7) e dei contratti di formazione lavoro. Apprendistato e lavoro interinale, invece, hanno giocato finora un ruolo del tutto marginale a causa della complessità normativa e degli alti costi.

I.Ve.


Gli imprenditori chiedono di estendere le facilitazioni contrattuali: alta soprattutto la necessità di tecnici Lavoro di sabato? Non solo per studenti

Le opportunità di ingrossare l’esercito del milione e mezzo di lavoratori attivi nel commercio non mancano. A fronte dei piccoli esercizi che chiudono, infatti, ci sono i gruppi della grande distribuzione organizzata impegnati in ambiziosi piani di sviluppo e una sostenuta domanda di "tecnici" quasi assenti sul mercato: banconieri di macelleria e di gastronomia, capi reparto e direttori di negozio.
Questo è quanto emerge dallo studio di alcune grandi realtà della distribuzione moderna. A dominare il mercato, in termini di quote, sono cooperative (Coop), gruppi di acquisto (Conad, Crai) e unioni volontarie (Selex, Interdis, Sigma).
La Coop (1.200 punti vendita, 36mila dipendenti, 15mila miliardi di fatturato) possiede la più alta quota di mercato, il 17%, e si trova in una fase di sviluppo delle grandi superfici (ipermercati e supermercati), ma di declino di superette e negozi di vicinato. L’8% del mercato è, invece, in mano alla Conad: 15mila dipendenti e 35mila addetti in proprio, 1.371 punti vendita a insegna Conad, 1.385 Margherita e 4 ipermercati Pianeta. Un giro d’affari in crescita che sfiora i 10mila miliardi l’anno. Quasi tutte le 17 cooperative che hanno costituito Ancd-Conad sono impegnate in piani di ristrutturazione e acquisizioni. Anche la Crai (54 cooperative associate, 4.286 punti vendita, il 3,5% del potenziale di mercato) sta vivendo un periodo di crescita e razionalizzazione. Ci sono, infine, le unioni volontarie, che complessivamente controllano oltre il 20% del canale distributivo moderno e la cosiddetta "grande distribuzione", ovvero i succursalisti.

Il più importante gruppo privato italiano a succursali è la Gs: 739 supermercati con insegna Supersconto, Dìperdì, Megafresco e Gs; 22 ipermercati tra Continente ed Euromercato; un fatturato ’98 di 8mila miliardi e un organico di 17mila dipendenti. In fase di continua espansione, anche grazie all’alleanza con il colosso francese Carrefour-Promodès, Gs assumerà entro l’anno, con un contratto di formazione lavoro, 600 ragazzi tra futuri manager, specialisti del fresco e ausiliari di vendita. Un programma di sviluppo che raddoppierà, da qui al 2001, il giro d’affari. «L’apprendistato e l’introduzione del part-time al sabato, previsti nel contratto — dichiara Giovanni Caruso, direttore risorse umane della Gs — sono due aperture interessanti, anche se non rivoluzionarie, perché offrono all’impresa la possibilità di conoscere e formare i giovani ad alto potenziale».
L’Esselunga è la catena di supermercati concentrata in Lombardia e Toscana. La società, che ha uno staff di 9mila dipendenti, 101 punti vendita e un giro d’affari di oltre 4.600 miliardi (dati ’98) sta crescendo a ritmi sostenuti ed è alla continua ricerca di personale, soprattutto banconieri specializzati. Il nuovo contratto nazionale, però, secondo la direzione dell’Esselunga, non è riuscito a rispondere alle reali esigenze di flessibilità del commercio: «L’unica novità che ci può interessare è il part-time al sabato. Perché limitarlo agli studenti?».

I piani di sviluppo per i prossimi tre anni del gruppo Rinascente, oggi controllato da Ifil e Auchan, sono ambiziosi: oltre 60 nuovi punti vendita diretti, acquisizioni, espansione della rete di affiliati, razionalizzazione e riqualificazione del personale e incremento dei margini. «Il rinnovo contrattuale, in particolare gli strumenti di job sharing, apprendistato e nuovi part-time — secondo la società — non fanno che favorire ulteriormente il già consistente sviluppo occupazionale».
La catena Coin, quotata in Borsa, è presente in tutta Italia con quattro marchi: Coin, Oviesse, Bimbus e magazzini Standa (la rete dell’ex società Fininvest, acquisita all’inizio dell’anno). La Coin è il più forte gruppo nel settore distributivo dell’abbigliamento italiano: oltre 300 negozi diretti e 200 in affiliazione, 8.500 dipendenti e un giro d’affari di circa 2.500 miliardi (dati ’98). I piani di sviluppo includono sia ristrutturazioni, (in particolare della Standa) che rafforzamento della rete di vendita. «In questo senso, l’estensione dei regimi di flessibilità dell’orario di lavoro, l’apprendistato e il lavoro interinale, contemplati nel contratto nazionale, rappresentano opportunità preziose da cogliere», sostiene Nicola Scattolin, direttore del personale.

Il gruppo veneto Pam, 375 punti vendita nell’Italia centro-settentrionale sotto le insegne Panorama, Pam, Superal, In’s e Metà (discount) e Brek (ristoranti), è una società consolidata con 10mila dipendenti, che non crede nelle decantate prospettive occupazionali aperte dal Ccnl. «Non è il contratto in sé — sostiene Vittorio Massagrande, responsabile sindacale del gruppo — ma i margini di gestione a decidere le possibili assunzioni». Nonostante la fase di stallo, sono previste entro gennaio 2000, tre nuove aperture: due supermercati a Bassano e a Perugia e un iper in provincia di Frosinone.
Un piccolo ma moderno gruppo che ha focalizzato lo sviluppo sulla qualità dei servizi e la fidelizzazione dei clienti è la Unes, presente in Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, con 71 punti vendita diretti, 19 discount e una sessantina tra affiliati e somministrati in franchising. Una società succursalista di 1.500 dipendenti e un fatturato consolidato di 755 miliardi, che ha in programma nei prossimi mesi tre nuove aperture, ma non vuole pubblicità perché è già sommersa da domande di lavoro.

Ilaria Vesentini


Il megastore punta sull’interinale

Il settore del commercio offre potenzialità immense e spazi ancora inesplorati per l’utilizzo del lavoro temporaneo. I numeri, inferiori a quelli di altri settori, vanno letti alla luce dell’estrema polverizzazione del settore, ancora contraddistinto da moltissime imprese a dimensione familiare. La grande distribuzione, che ha già incominciato a sperimentare l’utilizzo del lavoro interinale, potrebbe però fare da traino per l’intero comparto.
«Per il momento — spiega Enzo Mattina, presidente di Assointerim (l’associazione che raggruppa le società di fornitura) e amministratore delegato di Quanta — le qualifiche più richieste sono di profilo medio basso come commesse, cassiere, personale di magazzino. Richiestissimi poi, ma difficili da reperire sul mercato, macellai, addetti alle pescherie e banconisti. A questo proposito rimane aperto tutto il discorso relativo al fondo di formazione, non ancora attivato».
Sull’onda dell’entusiasmo per il successo del lavoro temporaneo registrato nell’industria, le prospettive sono comunque contraddistinte dall’ottimismo. «Le catene della grande distribuzione — afferma Giuseppe Deregibus, direttore generale di Kelly — stanno già apprezzando lo strumento del lavoro temporaneo, da noi si sconta però la dimensione generalmente piccola della distribuzione».

Il contratto del commercio è quello arrivato più tardi e questo forse ha frenato l’avvio, ma ora secondo Jerome Caille, direttore generale di Adecco, i numero sono interessanti: «Tutte le principali catene straniere e alcune italiane hanno capito i vantaggi che offre il lavoro temporaneo. Forniamo addetti ad Auchan, Carefour, Ikea, Decathlon, Euromercato, Continente e Habitat che puntano molto sull’interinale e con la nostra capillarità sul territorio possiamo offrire servizi anche alla distribuzione più piccola. Non dimentichiamo inoltre che numerose aziende, non strettamente riconducibili al commercio, utilizzano questo inquadramento».
Commercio dopo l’industria, ma con buone performance, quindi. «In tutta Europa l’industria tira più — dice Nicoletta Spina, amministratore delegato di Temporary —, ma il commercio è da non sottovalutare. Per noi, ad esempio, rappresenta più del 35% del fatturato. Le richieste più interessanti arrivano da Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana».
A frenare per il momento la diffusione negli esercizi meno grandi potrebbero essere stati i costi, ma, come spiega Mattina, i vantaggi del lavoro interinale vanno inquadrati in una visione strategica: «I commercianti sono stati forse influenzati dal costo unitario ora/lavoro, ma questo è un approccio limitato che nasconde gli immensi vantaggi offerti da questo contratto. Per arginare il problema costi si potrebbero introdurre sistemi innovativi come accordi e consorzi fra più commercianti che si "dividono" i lavoratori e le spese».

In questo comparto più che in altri, però, il lavoro temporaneo ha avversari agguerriti. «In generale, i negozianti più tradizionali sono ipersensibili ai costi e sottovalutano i rischi — dice Franco Villardi, amministratore delegato di Etjca — e per il momento preferiscono andare avanti utilizzando le forme di flessibilità costituite dal part time, dallo straordinario e dalle assunzioni a termine».
Luca Vitale