“Ora un’intesa con Cisl e Uil”

04/11/2010

Attorno al grande tavolo al quarto piano di Corso d’Italia, Susanna Camusso tormenta un piccolo mazzo di chiavi. Al collo ha un grande gioiello quadrato e rosso, simbolo della Cgil. Risponde con uno sguardo di abbagliante durezza. «Mi chiede se questo governo ha fatto qualcosa di buono? Non mi viene in mente proprio nulla. La verità è che più governa, più fa danni. Prima se ne va a casa, meglio è». Con 125 sì su 158, poco meno dell’80% dei consensi, da poche ore il direttivo del primo sindacato italiano l’ha eletta primo successore donna di Giuseppe Di Vittorio. Ha ricevuto un mazzo di rose rosse, la «cortesissima» telefonata di Gianni Letta, gli auguri di Emma Marcegaglia e Raffaele Bonanni. «Il premier? Al momento non pervenuto». Poco dopo riceverà il suo telegramma di auguri: «Operiamo insieme per il bene del Paese».
Lo stile di Susanna Camusso ricorda il vecchio adagio caro a Theodore Roosvelt: Speak softly and carry a big stick. «Dicono che in Cgil amiamo il conflitto. Chi lo dice dimentica che il conflitto è connaturato a qualunque relazione, serve a migliorare la condizione delle persone e delle coppie. Il problema del conflitto è come lo si governa. E’ uno strumento, non un fine». Il destino non poteva scegliere per lei momento più complicato: un governo alle prese con una crisi quasi irreversibile, le polemiche sulle abitudini sessuali del premier, l’irrisolta spaccatura con Cisl e Uil sul caso Fiat e non solo. «La Cgil in cui mi impegnerò è una organizzazione capace di indignarsi per quanto ci accade attorno. Penso allo stato di schiavitù cui sono costretti certi lavoratori di Rosarno, alle donne trattate come merce, all’arretramento culturale cui assistiamo: quel che accade è la negazione di tutto ciò per cui hanno lottato. C’è bisogno di esempi e moralità. Dicono che siamo un sindacato di pensionati. Non è vero: l’età media dei nostri iscritti alla Filcams è trent’anni. Certo, i troppi contratti a termine cui sono costretti i giovani non ci aiutano. Dobbiamo fare di più: a loro dedicheremo una delle nostre prime iniziative».
Il nuovo leader della Cgil appare cauto e sferzante, autonomo e radicale. Non riconosce al governo la messa in sicurezza dei conti pubblici. Trova «terribilmente propagandistico dire che la disoccupazione c’è anche perché nessuno vuol fare lavori manuali». Non è d’accordo con Emma Marcegaglia quando sostiene che le elezioni vanno evitate a tutti i costi. E però «il dopo non è compito mio: per quello ci sono le valutazioni del Presidente della Repubblica e la Costituzione. Fino a che il governo è in carica, tratto con lui. Credo alla distinzione dei ruoli: io sono il sindacato». L’unità sindacale? «E’ essenziale, dobbiamo riprendere il filo del dialogo. Ma oggi sono combattuta. Da un lato accadono cose mai viste e insopportabili, dall’altra conto 56 contratti firmati unitariamente. Poiché non credo che arriverà in fretta una legge che attui gli articoli 39 e 40 della Costituzione, stiamo mettendo a punto una proposta di accordo pattizio da presentare a Cisl e Uil. Il modello è l’accordo del 1993 sulle rappresentanze sindacali unitarie».
Camusso, che da quelle parti ha militato a lungo e non senza traumi, sa che la Fiom la attende al varco con i fucili metaforicamente puntati. «Non è un corpo estraneo alla Cgil, neanche per idea. Con loro c’è e ci sarà sempre una dialettica, hanno un forte profilo identitario. Voglio però dire con chiarezza alla Fiom che difendere quanto si ha non basta». Di sciopero generale per ora non vuol sentir parlare: «E’ nell’agenda di ogni sindacato per sostenere le proprie ragioni. Ma non è un rituale, lo si usa quando serve. Lo faremo se il direttivo riterrà opportuno proclamarlo».
Il pensiero corre velocemente al caso Pomigliano e alla polemica con Sergio Marchionne. Camusso scarta un cioccolatino. Si accende una sigaretta. «Voglio discutere anche con lui. Voglio discutere del piano industriale della Fiat, dei suoi investimenti, di cosa ha davvero in serbo per l’Italia. Sia chiaro però che resto fredda alla tesi che la crisi si affronta riducendo i diritti. Si parla tanto di produttività, ma quello che hanno dato in più ai lavoratori viene dalla monetizzazione di dieci minuti di pausa in meno e dal rispetto di un accordo del 1971. Non è vero che in Italia manca la cultura della partecipazione. I lavoratori, anche quelli della Fiat, sono affezionati e appassionati. Ben venga una maggiore partecipazione, siamo interessati a discuterne. Ma ricordo che nel tanto propagandato sistema tedesco i sindacati aziendali hanno un potere importante. Fino al veto».