Ora il dipendente cambia lavoro più spesso

22/05/2003




              Giovedí 22 Maggio 2003


              Ora il dipendente cambia lavoro più spesso

              Il tasso di rotazione degli occupati sale al 13,5%: in un anno 1,3 milioni di passaggi da un posto «fisso» a un altro

              ALESSANDRO BALISTRI


              MILANO – Il posto fisso è un po’ più mobile. Gli italiani si affezionano meno di un tempo alla poltrona, si guardano in giro e cambiano lavoro più spesso. La tendenza è cominciata timidamente una decina di anni fa ed è esplosa nella seconda metà degli anni 90. Secondo il rapporto Istat, tra il ’95 al 2001, la quota di lavoratori passata da un posto all’altro nell’arco di un anno è salita dall’11,1 al 13,5 per cento.
              Merito della maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, ma anche di un diverso atteggiamento dei dipendenti. Il peso dei contratti a termine è decisivo: più di metà degli impiegati e degli operai a tempo determinato è stata in almeno due posti di lavoro tra aprile 2001 e aprile 2002. La stessa cosa, e questo è il dato più significativo, è successa al 10,2% dei dipendenti a tempo indeterminato, che quindi hanno scelto di cambiare lavoro. Si tratta di oltre un milione e trecentomila occupati permanenti, mentre quelli a termine sono poco meno di 800mila. La mobilità riguarda anche il 10,7% degli autonomi, vale a dire 600mila persone.
              Anno dopo anno è aumentata la mobilità, sotto la spinta della crescita occupazionale. Tra aprile ’95 e lo stesso mese del 2002, le entrate nel mondo del lavoro sono state sempre superiori alle uscite: il picco è stato raggiunto nel 2001, quando per ogni cento uscite, gli ingressi sono stati 129, mentre un anno dopo si è toccato il punto più basso dei sei anni, con un indice di 108. Un mercato più dinamico e anche più sicuro, visto che si è rafforzata la quota delle persone che da un anno all’altro hanno mantenuto lo status di occupati (oggi è al 94,2%).
              Per misurare la mobilità dell’occupazione, l’altro indicatore dell’Istat è il tasso di turnover, che considera gli spostamenti «da e verso l’esterno della condizione», cioè gli scambi tra l’area degli occupati e quella dei senza lavoro. Il tasso netto è diminuito gradualmente, scendendo dal 14,2 al 12,1 per cento. E se si considera anche il dato sulla rotazione si ottiene il tasso lordo di turnover, molto elevato nel Nord-Est e al Sud. In assoluto, l’area più vivace è il Nord-Est (il tasso di rotazione è del 14,9%), dove la mobilità riflette il dinamismo dell’economia locale. Per trovare gli stessi livelli bisogna andare nel Mezzogiorno: la rotazione è al 14,5% e il turnover addirittura al 45,9. L’Istat spiega il primato meridionale con gli «elevati tassi di transizione tra l’occupazione e le altre condizioni professionali»: vale a dire le aree dei disoccupati e delle «non forze di lavoro». L’altro motivo è un tasso di rotazione superiore alle altre aree. Resta il fatto che al Sud il tasso di uscita dalla disoccupazione è tre volte più basso di quello del Nord-Est.
              Il sesso "mobile" è quello femminile: per le donne il tasso di rotazione è del 16,6% contro l’11,1% degli uomini. L’età mobile, invece, è quella più giovane. Chi ha meno di 25 anni pesa oltre il 18% sui movimenti complessivi nel mondo del lavoro, anche se rappresenta meno dell’8% degli occupati. Un primato inevitabile in una classe di età con un turnover del 90,9%, frutto del 52,4% di entrate e del 38,4% di uscite. L’Istat interpreta il dato con l’alto numero di ingressi e la flessibilità tipici dei più giovani e con il fatto che non è facile trovare subito il lavoro giusto. Il titolo di studio ha un effetto duplice: se è elevato, riduce il turnover e aumenta la rotazione. Chi ha studiato di più ha maggiori chance di cambiare: il tasso tra i laureati è del 14,7%, mentre i più statici sono i diplomati (12,9%). L’evoluzione degli ultimi anni ha reso più stabili anche i posti che per natura lo sono meno. Il tasso di permanenza nell’occupazione è ovviamente più alto per i contratti standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, ma è cresciuto anche per i dipendenti a termine: quelli che sono ancora occupati da un anno all’altro erano l’85% del totale nel 2002, cinque punti percentuali in più rispetto al ’96.