Ora comincia a traballare l’anzianità

30/01/2003



 
   

30 Gennaio 2003
ECONOMIA

 
Ora comincia a traballare l’anzianità
Il governo si prepara a scelte impopolari. Una delle ipotesi che comincia a circolare con insistenza è il possibile blocco delle pensioni d’anzianità. Contro la delega che sposta tutto il Tfr nei fondi pensione Cgil, Cisl, Uil sono unite

PAOLO ANDRUCCIOLI
La delega del governo Berlusconi sulle pensioni non piace ai sindacati. Ieri il giudizio negativo sulla nuova riforma è stato ribadito nel corso di una riunione tra Cgil, Cisl, Uil nella sede della Cgil nazionale. Nonostante punti di vista diversi sui singoli provvedimenti che la delega prevede (decontribuzione, trasferimento obbligatorio dei soldi del Tfr ai fondi pensione), i sindacati si mostrano uniti. «Sulla delega – ha dichiarato ieri il segretario confederale della Cisl, Pier Paolo Baretta – abbiamo un’opinione comune e sarebbe un errore rinunciare a questo percorso unitario». Baretta insiste sulla necessità di cominciare la trattativa con il governo conservando appunto l’unità sindacale, nonostante lo scontro sullo sciopero generale. Sul fronte delle pensioni, secondo il sindacalista della Cisl, «nessuna iniziativa è bandita, anche se nessuna iniziativa è ancora programmata». Cgil, Cisl e Uil continuano a sostenere un giudizio comune sulla parte della delega che prevede un taglio dei contributi per i lavoratori neoassunti (cioè proprio per quei giovani che Umberto Bossi dice di voler difendere). Giudizi critici sul resto della delega, anche se sulla questione forse più esplosiva, quella cioè del trasferimento obbligato delle liquidazioni ai fondi pensione, i giudizi appaiono diversificati. La maggior parte dei sindacalisti è contro l’obbligatorietà e propone di lasciare al lavoratore la scelta di trasferire la propria liquidazione nei fondi, oppure di lasciare le cose come stanno oggi e i soldi del Tfr al loro posto. Ieri le preccupazioni in questo senso durante la riunione in Cgil sono state espresse anche dal segretario confederale della Uil, Adriano Musi. Ci sono però anche sindacalisti che vorrebbero fare di questo tema (libera scelta contro obbligatorietà) un argomento della prossima trattativa. Certo non aiutano la ripresa di «un dialogo» con tutti i sindacati e in particolare di un vero e proprio confronto sulla delega, le recenti dichiarazioni del ministro del welfare, Roberto Maroni, sugli incentivi e disincentivi a rimanere a lavoro una volta raggiunti gli anni di contributi per andare in pensione. «Le dichiarazioni di Maroni – ha detto ieri Morena Piccinini, segretario confederale della Cgil – non ci tranquillizzano perché il ministro ha semplicemente rinviato al parlamento ogni decisione».

Ma quali sono le decisioni che si stanno per prendere? «L’esecutivo ci deve spiegare – ha detto ieri Baretta per conto della Cisl – cosa vuole fare e di che cosa stiamo discutendo». «Se stiamo discutendo di previdenza per contenere i conti pubblici o di altro», argomenta il sindacalista che chiede al governo – che si pronuncia a giorni alterni sulle pensioni – di chiarire finalmente l’argomento in ballo. «Gli incentivi – chiede per esempio Baretta – a cosa servono? A mantenere più lavoratori al posto di lavoro o ad avere più soldi per il riequilibrio dei conti pubblici di quest’anno?». Su questo regnano sovrane l’incertezza e la confusione, nonostante siamo ormai alla vigilia dell’avvio della discussione parlamentare sulle pensioni.

Nella nebbia delle intenzioni del governo (Berlusconi che parla a fine anno, le dichiarazioni di Maroni, quelle di Fini, ecc.) ci sono però dei nessi logici che portano a una conseguenza precisa. Il segretario confederale della Cgil, Beniamino Lapadula, ci spiega per esempio che non sono casuali gli annunci del governo in tema di intervento sulle pensioni. Si tratta probabilmente di annunci che servono per preparare il terreno a un intervento che sarà forte. Tra l’altro le dichiazioni di Maroni di questi giorni (faremo la riforma entro giugno), si legano sia alle pressioni che arrivano dall’Europa, ma soprattutto dal Fondo monetario internazionale. E si legano anche alle critiche di Solbes contro le manovre «una tantum» del governo italiano che si è affidato ai condoni e alla cartolarizzazioni, senza avere la capacità di affrontare i nodi strutturali. Legando logicamente tutte queste cose, è la convinzione di Lapadula, si arriva a una sola conclusione: il governo interverrà sulle pensioni d’anzianità. Ci si deve preparare dunque a un possibile intervento legislativo che blocca l’uscita dal mondo del lavoro attivo di tutti coloro che stavano per andare in pensione avendo maturato i requisiti previsti dall’anzianità.

L’altro obiettivo centrale del governo del Polo è il lancio della previdenza complementare. Su questo terreno si gioca una partita molto pesante con un giro di miliardi di euro dalle liquidazioni dei lavoratori che andrebbero a finanziare i fondi. E all’interno di questo gioco ce n’è un altro: lo scontro tra due modelli di previdenza complementare, i fondi chiusi (quelli negoziali dei sindacati) e i fondi aperti, quelli individuali in mano alle assicurazioni e alle Sgr, le società di gestione del risparmio.