“Opinioni” Un esercizio che non serve a tagliare i costi – di Giuliano Cazzola

11/04/2002





Un esercizio che non serve a tagliare i costi
di Giuliano Cazzola

Sulle pensioni il Governo ha deciso di dire la verità anche a costo di confessare la propria impotenza. Basta leggere la relazione tecnica al disegno di legge delega (l’atto Camera 2145 che riprende il "cammino del gambero" in commissione Lavoro): il provvedimento è privo di adeguata copertura, tanto che toccherà alla Finanziaria reperire le risorse necessarie a fronteggiare il solo elemento di carattere strutturale contenuto nella delega e cioè la decontribuzione a favore dei nuovi assunti quale corrispettivo dello smobilizzo generalizzato e "obbligatorio" del Tfr. In sostanza, il Governo conferma che l’elevazione graduale dell’aliquota della gestione dei parasubordinati – la sola maggior entrata certa – non è sufficiente a compensare, nel tempo, il venir meno del gettito relativo al taglio del prelievo sui nuovi assunti. Del resto, la stessa relazione pone sotto tiro – con esiti non proprio lusinghieri – anche le misure riguardanti i trattamenti obbligatori. Così, si stima che la cosiddetta certificazione dei diritti (pensata per scoraggiare gli esodi dettati dal timore di imminenti "giri di vite" sui requisiti e le regole) dovrebbe convincere solo il 4% degli aventi diritto a posticipare il pensionamento (per un periodo medio di un anno), mentre il "pacchetto" degli incentivi al proseguimento volontario in regime di novazione del rapporto (a termine) viene giudicato "neutrale" ai fini della finanza pubblica (la relazione dà esplicita testimonianza dei risultati scadenti – 300 aderenti a tutto febbraio 2002 – realizzati con la vigente normativa introdotta dalla legge 388/2000). Per quanto riguarda, invece, la totale abolizione del divieto di cumulo tra pensione di anzianità e reddito, viene suggerito un marchingegno volto a evitare che la misura si traduca in un’ulteriore perdita: il beneficio sarebbe riconosciuto soltanto a coloro che accettano di pensionarsi con requisiti di età e anzianità maggiori di quelli di volta in volta stabiliti. Ma l’aspetto più problematico è un altro. È noto che i sindacati hanno criticato (promuovendo scioperi e manifestazioni) la delega su di un punto specifico. A loro avviso, la riduzione di alcuni punti di aliquota per i nuovi assunti provocherebbe, nell’ambito del modello contributivo, un abbattimento del montante; da ciò deriverebbe, per le giovani generazioni, una prestazione ancora più modesta di quella già mortificata dalle riforme. All’obiezione veniva naturale rispondere che la minore protezione pubblica sarebbe stata surrogata da una più consistente copertura privata, mediante una solida quota di previdenza complementare, finanziata dal Tfr. In tal senso sembrava logico interpretare l’inciso (contenuto nella delega), in forza del quale la riduzione da 3 a 5 punti degli oneri contributivi, a carico del datore, dovesse avvenire «senza effetti negativi sulla determinazione dell’importo pensionistico del lavoratore». La relazione tecnica ha invece saltato il fosso, affermando esplicitamente che l’assenza di "effetti negativi" riguarderà il trattamento pensionistico obbligatorio e che alla riduzione dell’aliquota di finanziamento non corrisponderà, pertanto, la riduzione di quella di computo. In soldoni: sui nuovi assunti il prelievo sarà del 28% ma l’accredito resterà pari al 33% della retribuzione. La scelta ha suscitato le preoccupazioni della ragioneria dello Stato, la quale si è affrettata a ricordare che non devono esserci oneri aggiuntivi per la fiscalità generale. Sarebbe il caso, dunque, che si adottassero misure rigorose, idonee a garantire sicuri contenimenti di spesa. Solo così si potrà salvaguardare il solo profilo riformatore della delega: decontribuzione versus smobilizzo del Tfr. Il resto è impastato di quella esile sostanza di cui sono fatti i sogni.

Giovedí 11 Aprile 2002