“Opinioni” Trappole e veleni nel partito del padrone – di Franco Cordero

09/07/2002


MARTEDÌ, 09 LUGLIO 2002
 
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LE IDEE
 
Trappole e veleni nel partito del padrone
 
Il ministro Scajola cade in un lapsus suicida, ma la "polpetta avvelenata" proverrebbe dal suo stesso schieramento Una vendetta di corte
La nascita del partito è troppo fulminea perché tutto riesca perfetto: così l´unico connettivo del movimento forzaitaliota è la furiosa difesa degli interessi padronali
 
FRANCO CORDERO

ANEDDOTI del mondo berlusconiano illustrano categorie elaborate da Alexis Tocqueville, Hippolyte Taine, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Max Weber, senza contare Freud: come circolino le élites; legami feudali; ufficio burocratico, microfisica del potere; criteri selettivi nel gruppo dominante, ascendente del capo, conflitti endogeni. La storia comincia da alcune lettere a varie persone, anche pubbliche. Le manda Marco Biagi, consulente ministeriale su temi sindacali: gli hanno tolto le scorte; avverte pericoli; protesta a futura memoria, se mai subisse la sorte del collega Massimo D´Antona. Martedì sera 19 marzo, cade sotto casa, dove l´aspettavano i sicari, una morte annunciata. Le indagini sulla mano omicida languono. Fumisterie burocratiche velano responsabilità omissive. Il Viminale s´è chiamato fuori. Le missive galeotte riaccendono un caso quasi spento: qualche vespillone pescava nel computer della vittima, inspiegabilmente trascurato; saltano fuori quando il governo discute riforme del lavoro con due sindacati, assente la Cgil; e la cosa appare déja vue nel costume italiano dei fondali bui. Guerra tra servizi segreti? Se lo domanda il vice-premier. L´apparente bersaglio è il segretario della Cgil: de auditu, da fonte ignota, due lettere lo indicano ostile (stanno agli antipodi nel merito della questione sul famoso art. 18); ugole stridule battono sull´argomento, ma il ministro degl´Interni fiuta una resa dei conti.
I colpi vengono dal partito blu, diretti a lui.

Molto verosimile. Sappiamo come sia nata Forza Italia, da neomorfismi troppo fulminei nella galassia Fininvest perché tutto riuscisse perfetto: il tycoon era orfano dei protettori; forse gli sarebbe convenuto scegliersene altri, né a sinistra mancavano. Ha preferito giocare da solo, chiamando alle urne quel suo malleabile pubblico televisivo, con una strepitosa fortuna elettorale dissipata nei 6 mesi al governo: al secondo tentativo perde; sarebbe un magnate alla deriva se qualche dio benevolo non gli mandasse l´avversario giusto, ex-comunista, pasticheur rampante in pose da cardinal Mazarino; ed essendo lesto nel cogliere le occasioni, rivince. Era debole il partito. Glielo rifonda un oscuro ex-democristiano, burocrate hard boiled, alieno dalle escursioni intellettuali, autentico boss: non frequenta Proust né Debussy; dev´essere "caduto da una tasca" berlusconiana, commentano gli spiritosi; tesse la rete; vaglia i candidati. Davanti al Capo sta genuflesso: «Mi ha folgorato», esclama; «è un sole». Grato dell´ottimo lavoro, l´astro lo manda al Viminale. Inutile dire quanta invidia mieta. Non ha carisma e porta lo stigma del parvenu (Josef Vissarionovic Stalin forzaitaliota, se cose minuscole sono lecitamente paragonabili alle terribili): escluso dalla conventicola esoterica d´Arcore (una Tavola rotonda con intuibili varianti dal cielo bretone: B. non è Artù; né i suoi intimi reincarnano Galaad, Lancillotto, Parsifal, Galvano, Bohort); e aborrito nelle sfere alte, dove planano inquieti ministri, ma dispone dei quadri; i gruppi parlamentari sono creature sue; agl´Interni, posto chiave, molti gli riconoscono le physique du rôle.
L´ordine era un rintocco ossessivo nella cantata elettorale. Promosso, lascia vacanti i gangli del cosiddetto coordinamento: il bibliofilo della Tavola rotonda vuol collocarvi M., suo conterraneo; lui oppone T.; alla fine il Sole sceglie un terzo. Nella faida ministeriale sferra colpi spavaldi. Gli Esteri, a esempio, erano e sono concupiti da vari ministri, con o senza portafoglio (Difesa, Beni culturali, Politiche comunitarie, ecc): pare predestinato quello della funzione pubblica, poi orafo d´uno strabiliante testo sul conflitto d´interessi, disciplinatamente votato a Montecitorio, indi dal Senato, che lo infiora d´emendamenti tartufeschi; e l´inesorabile selettore oppone un veto, d´accordo col mago della finanza creativa (altro che Agostino Magliani, 8 volte ministro illusionista, 1877-88); nemici giurati, stavolta lavorano in solido. Capita nelle corti, dove ognuno sbarra la via all´altro. Insomma, deve aspettarsi puntuali vendette, ma la pratica del potere ispessisce le cotenne. Fouché navigava meglio, duttile, sottile, ingegnoso, pronto a riassicurarsi. I berlusconidi discendono da ceppi rudi.
Le lettere buttate sul tavolo lo colpiscono all´ipocondrio. Sia detto en passant: guida i servizi segreti quel ministro della funzione pubblica al quale ha interdetto gli Esteri; e inseguiva anche gl´Interni. Sa d´avere punti deboli: l´omicidio ha uno o più mandanti e degli esecutori, ma non sarebbe avvenuto senza concause grosse come una casa; la vittima era derelitta, sebbene chiedesse disperatamente aiuto; omissione inescusabile. Trascina anche qualche gaffe: l´estate scorsa s´era attribuito l´ordine d´usare le armi se i contestatori del G8 avessero violato un limen; né aveva condotto bene l´operazione preventiva; restano sulla carta le promesse elettorali al borghese impaurito. Forse parla troppo (ironia della sorte, così apostrofa un nemico interno nel giro d´Arcore). Con quanto souplesse scivolerebbe Fouché.
Stavolta l´uomo duro cade da solo: classico Todestrieb, un lungo lapsus suicida nell´isola d´Afrodite, sabato 29 giugno, dov´è in missione; conversava con dei giornalisti al séguito, off the record, amichevolmente, budella in mano, quand´ecco, straparla. «Figura centrale» quel consulente? Ma no, chiedano particolari al ministro del Lavoro: voleva farsi rinnovare il contratto; era un «rompic.». L´epiteto detona come una revolverata. Indi, senza badare ai nessi, dichiara inutili le scorte: c´è un morto; sarebbero tre. L´assurdo non sta tanto nel dire cose simili quanto nel dirle a dei giornalisti; presupponendoli così devoti da tenersele delicatamente in pectore. Sindrome d´onnipotenza o almeno, troppa self-confidence. Quanto alla volgarità, sappiamo chi sia l´archetipo. I pianeti girano intorno al sole. L´indomani le frasi infami escono sotto due testate. «Non mi riconosco», biascica senz´arrischiare smentite.
Bisogna salvarlo: B. aveva liquidato il ministro degli Esteri, troppo serio; non può perderne un secondo, agl´Interni, avendo perso due sottosegretari. Caso arduo. Ci vorrebbe Talleyrand, ma nel pensatoio blu i livelli sono meno alti. Lunedì 1 luglio il turpiloquio penitente chiede scusa all´offeso, da «uomo, padre, cristiano»: ex abundantia cordis narra d´avere vissuto ore d´angoscia; ammette che siano parole antipatiche, «ingigantite» fuori del contesto da «letture strumentali»; «nessuno in coscienza» può supporle «dette dal ministro». Hanno fantasie corte i maghi comunicatori.
Sarebbe stato meglio confessare subito: «Ammetto la bestialità; non penso, né pensavo quel che mi è uscito dalla bocca; chiedo perdono». Come nell´Iliade, canto XIX (E. R. Dodds, "The Greeks and the Irrational", University of California Press, 1951, cap. I), quando Agamennone confessa d´avere prevaricato portando via la concubina d´Achille: non erano atti suoi; Zeus e l´Erinni che vola nel buio, gli avevano mandato nelle viscere un´"ate" (impulso nefasto). Siccome i ministri rispondono delle loro "atai", chiunque le abbia infuse, Zeus, l´Erinni o le Parche, non esiste alternativa alle dimissioni. Sarebbe un modo decoroso d´uscire, ma siamo nella galassia blu, dove i valori estetico-morali contano poco, e B. raddoppia l´infortunio con una furberia: C.S. offre le dimissioni senza presentarle; valutata l´offerta, gli conferma piena fiducia. Mercoledì 3 risponderà alle Camere.
Alla vigilia, nel summit con gli alleati, impone una difesa chiusa: nella versione ufficiale erano parole equivocabili (male sonantes, scrivevano i qualificatori teologali) ma no cattive; vale «il contesto». Biblicamente interviene dalla sponda ex-democristiana il ministro delle politiche comunitarie, ansimante nella corsa alla Farnesina: anche le Scritture vanno lette così, altrimenti se ne cavano conclusioni assurde; singole perìcopi, prese alla lettera, mettono in dubbio Dio. A parte l´irriverente similitudine (Giobbe o l´Ecclesiaste non sono un ministro blaterante), l´argomento vale zero finché resti occulto quel misterioso contesto. Le frasi scandalose avevano senso compiuto e lo conservano dovunque le incastoniamo (cosmogonie babilonesi, Bibbia, Upanisad, Omero, Virgilio, Dante, Milton, «Comédie Humaine»), come se avesse detto: «Piove qui a Cipro, nel tal punto, alla tal ora, sabato 29 giugno»; «in claris non fit interpretatio», lo sanno persino gli avvocati berlusconiani. L´ordalia nelle Camere subisce un rinvio, perché alle 12.59 l´infelice rassegna le dimissioni.
Prima d´essere folgorato dal sole d´Arcore, era democristiano anche chi gli subentra (suo nemico, naturalmente: appena insediato, svela un rapporto che il de cuius teneva sotto chiave; e deflagrano le omissioni). È ridisceso nei banchi. Dalle cronache riappare meditabondo sull´"imboscata", alias "polpetta avvelenata": era così olimpica l´aria nell´isola; discorreva a visiera alzata; non poteva supporre che due o tre battute quasi innocenti estirpate dal contesto, ecc. Sogghigni dal bibliofilo: quanto più uno sale nelle gerarchie, tanto meno perdonabili i lapsus; pesi le sillabe; ma se impara la lezione, può riscattarsi. Certo il partito soffre d´inedia intellettuale; se l´erano blindato i «mediocri» (affiorano sospetti d´eufemismo); l´ultimo venuto diventa coordinatore; urgono «belle teste» (qui, 6 luglio, nonché Corriere della Sera).
Ricapitolati i sintomi, passiamo alle diagnosi, piuttosto ovvie.
Notoriamente, B. e i suoi pigliano l´etica sotto gamba: "pragmatismo", ma oltre dati limiti le nefandezze non rendono più. fino a costituire perdita secca; non è segno d´acume averlo capito dopo 72 ore. Qualcosa gira storto nella macchina organica del dinosauro. Non erano un mistero nemmeno le tensioni cannibalesche (riesploderanno a fine mese, appena l´Unico deponga l´interim degli Esteri): nell´affare cipriota straripano; "homo homini lupus", se non fosse iniquamente falso rispetto ai lupi, assai più evoluti degli animali umani in disciplina del branco e rituale agonistico. Nel vuoto mentale le pulsioni scoppiano. L´unico connettivo è una furiosa difesa degl´interessi padronali: al richiamo smettono d´azzannarsi; l´organo pensante Mediaset ha distillato concetti elementari afferrabili dal pubblico d´11 anni (regola capitale nel mondo berlusconiano); pharaseurs specialisti li formulano; gli attori salmodiano le formule cavandone il massimo rumore e ridivampa l´agonismo. Non stupisce: gli devono tutto o almeno tanto; avendo trovato Nostro Signore nell´orto (metafora piemontese delle fortune piovute dal cielo), sentono freddo nelle midolla all´idea che la mammella s´asciughi.
Siamo all´ultimo rilievo: nonostante i voti mietuti a milioni (18, se non sbaglio), il fenomeno forzaitaliota rimane un ectoplasma; dura finché vi sia lui; caduto o affievolito il sole, non resta nemmeno il nome ai pianeti spenti. L´estroso ex-capo dello Stato, cabalista impenitente, crede d´avere tanto carisma da raccogliere improbabili successioni, né lo nasconde, e plana sulle mischie, aizzando i gladiatori.