“Opinioni” Tra riformisti e massimalisti – di Angelo Panebianco

03/04/2002


TRA RIFORMISTI E MASSIMALISTI

Angelo Panebianco

Che cosa vuole l’ opposizione? La parte riformista vorrebbe rispettare le regole (informali) della democrazia maggioritaria, e prepararsi per la rivincita nelle elezioni del 2006. Ma i massimalisti, oggi più forti, vorrebbero altro. Vorrebbero usare la pressione della piazza per provocare, come nel ‘ 94, la caduta del governo Berlusconi. Non basta dire che la democrazia maggioritaria è giovane qui da noi e le sue regole non sono ancora assimilate. Sembra, piuttosto, che un settore ampio della si nistra pensi di avere troppo da perdere dalla democrazia maggioritaria e rimpianga l’ epoca della proporzionale e della democrazia assembleare: quando gli scioperi generali facevano cadere i governi e l’ opposizione condizionava le politiche delle tr aballanti e divise maggioranze. Il problema ha a che fare, in parte, con le risorse strategiche detenute. Se vige la democrazia assembleare, la capacità di mobilitare la piazza incide sulle politiche dei governi anche quando la sinistra è elettoralme nte in minoranza: le maggioranze sono fragili e l’ opposizione può intimidire i governi. In una democrazia maggioritaria, invece, la mobilitazione della piazza può non produrre risultati. E’ quindi «razionale», per chi mantiene la capacità di mobilit are le piazze, sperare nel ritorno a forme di governo più permeabili alle pressioni dell’ opposizione. Al calcolo razionale va aggiunta la passione ideologica, il fatto che la democrazia maggioritaria è sempre odiata dai massimalisti. Se è al potere la sinistra, il massimalista è a disagio perché la «sinistra di governo» non può permettersi il massimalismo. Se è al potere la destra, egli è a disagio perché la destra può governare senza che sia possibile impedirlo. Ecco perché un coerente teorico comunista come Mario Tronti, in un’ intervista al Manifesto, ha auspicato il ritorno al proporzionale. Il massimalista lucido, infatti, sa che solo così la «democrazia della piazza» potrebbe avere di nuovo la meglio sulla «democrazia elettorale». Il massimalismo lucido è però oggi raro nella sinistra. Ha più spazio, soprattutto fra gli intellettuali, il massimalismo confuso di chi combatte la «tirannia» di Berlusconi, senza neppure sapere di lavorare per il ritorno della democrazia assembleare. Pietro Citati, su Repubblica, ha scritto magistralmente sulle sciocchezze che sono capaci di dire certi letterati quando si occupano di politica. Nonostante le periodiche ironie dei grandi studiosi della società, da Vilfredo Pareto a Max Weber, sull a «politica dei letterati», resiste, nella tradizione occidentale, una certa indulgenza per essa. Le affermazioni prive di senso, allora, sorprendono solo quando sono fatte da studiosi della società. Nell’ intervista al Corriere del 27 marzo, ad esem pio, l’ economista Paolo Sylos Labini ha sostenuto cose insostenibili. Attribuendo al governo l’ intento di ridimensionare il peso dei sindacati, ha detto che ciò mette in pericolo la democrazia. In quale trattato di teoria della democrazia Sylos Lab ini ha letto che un governo conservatore non può operare per ridimensionare il potere sociale dei sindacati senza colpire con ciò la democrazia? Dove ha letto che, a causa dell’ indebolimento dei sindacati ad opera del governo Thatcher, la Gran Breta gna cessò di essere una democrazia e diventò un regime autoritario? E poi, come si fa a paragonare l’ Italia di oggi con quella degli anni Venti, con il fascismo che ancora non era un regime autoritario nel ‘ 22 «ma lo diventò nel ‘ 25»? Sylos Labini deve sapere che non c’ è paragone possibile fra le condizioni internazionali di oggi e quelle di allora. Deve sapere che, avendo in tasca l’ euro, siamo al momento assicurati (in Italia come in Spagna o in Germania) contro il ritorno dell’ autoritar ismo. E che l’ anomalia Berlusconi (il conflitto d’ interessi) non basta ad annullare questa assicurazione. Sono davvero troppe le parole in libertà. Forse, non tutte dette in odio a Berlusconi. Forse si ritiene soprattutto insopportabile che la parte politica per cui non abbiamo votato governi da sola per cinque lunghi anni.