“Opinioni” Stime ad hoc per integrare i dati ufficiali sull’inflazione – di G.Barone e M.Bella

12/07/2002


Venerdí 12 Luglio 2002

Stime ad hoc per integrare i dati ufficiali sull’inflazione
di Guglielmo Barone * e Mariano Bella *

Non è la prima volta che si apre un dibattito, con toni anche accesi, sulla correttezza delle rilevazioni ufficiali dell’inflazione. E rispetto al passato, oggi l’avvento dell’euro contribuisce a rendere più complessa la questione delle misurazioni. Intanto, diciamo che è difficile accettare l’idea che l’Istat sbagli. Chi contesta i dati Istat sull’inflazione potrebbe essere nel vero ma non è in grado di dimostrarlo mediante strumenti sofisticati e condivisi di pari dignità. Non possiamo però dire che le contestazioni delle associazioni dei consumatori siano trascurabili o prive di fondamento. Tutt’altro. L’Istat fornisce un dato sull’inflazione attorno al 2,4% per i primi cinque mesi dell’anno. Contemporaneamente, il primo trimestre della contabilità nazionale indica consumi in calo per due decimi di punto. Infine, mentre c’è la comune e forte sensazione che davvero i consumi in termini reali siano decrescenti o stazionari, si rileva una diffusa impressione che l’inflazione sia ben maggiore di quella indicata dalle fonti ufficiali. La questione rilevante è che cosa si intenda per inflazione. Se si intende l’aumento generalizzato dei prezzi di aggregati di beni e servizi per gruppi di consumatori o per un consumatore medio o rappresentativo, allora l’inflazione misurata dall’Istat è l’unica corretta. Se, invece, per inflazione si intende il riflesso dell’aumento dei prezzi sul paniere effettivamente acquistato dai consumatori allora i rilievi delle associazioni assumono maggiore spessore. Un bene, o un aggregato di beni, può palesare un’inflazione del 20% – se il bene fa parte del paniere Istat – sebbene nessuno lo abbia acquistato nel periodo di rilevazione. L’attuale congiuntura è caratterizzata da tre fenomeni che complicano la misurazione dell’effettivo incremento dei prezzi patito dai consumatori: il primo è un effetto di composizione, che sfugge all’indice a base fissa utilizzato dall’Istat; il secondo è un riflesso psicologico di sottovalutazione del costo dei prodotti dovuto all’euro; il terzo è relativo alla riduzione della gamma offerta da imprese di produzione e distribuzione a scapito dei prodotti di primo prezzo e a favore dei prodotti di fascia alta o comunque dotati di un brand riconosciuto. Effetto composizione. Si avverte con maggiore intensità quanto più nel periodo di rilevazione il paniere effettivamente acquistato dai consumatori è differente rispetto alla composizione dell’indice; in un momento congiunturale piuttosto sfavorevole, per esempio, all’acquisto di beni durevoli, questi ultimi entrano nella rilevazione dei prezzi ma non nel paniere effettivamente acquistato. Le stime mostrano un’elevata inflazione riscontrata sui beni d’acquisto frequente (+7,6% nei primi quattro mesi dell’anno, piuttosto in linea con le osservazioni delle associazioni dei consumatori), laddove l’inflazione sugli acquisti a bassa frequenza segna un più contenuto +1,9 per cento. La discrepanza tra indice ufficiale e percezione dei consumatori è data dunque dalla mancanza (o dalla ridotta proporzione), nel paniere effettivamente acquistato da questi ultimi, di quei beni che hanno contribuito a deprimere l’indice d’inflazione (i beni durevoli citati). Effetto psicologico. Un’errata percezione del rapporto di conversione lira/euro può distorcere la valutazione del potere d’acquisto. Effetto contrazione di gamma. L’ipotesi è che un consumatore, di fronte a uno scaffale della grande distribuzione, rispetto a prima dell’introduzione dell’euro, ha oggi minori possibilità di scegliere un prodotto a buon mercato (il mix dei prodotti offerti si è spostato verso l’alto). Interessante dunque l’idea di affiancare alla rilevazione ufficiale, alcune stime satellite, mirate su specifici panieri di beni o servizi

* Prometeia