“Opinioni” Sindacati, giocate una carta – di Pietro Ichino

03/05/2002


SINDACATI, GIOCATE UNA CARTA

di Pietro Ichino

Detto in soldoni, in Italia oggi «concertazione» significa un sistema in cui il governo e il legislatore non intervengono in materia di lavoro senza l’ accordo con il sindacato, o quanto meno il suo «non- disaccordo». Negli intendimenti del nostro go verno attuale, la scelta di passare dal sistema della concertazione a quello del «dialogo sociale» significa essenzialmente che l’ accordo con il sindacato viene cercato, ma non è indispensabile: se non lo si raggiunge, si procede anche senza. Questa scelta, che in Europa tradizionalmente contraddistingue la politica del lavoro di una parte dei governi di destra (non di tutti), in astratto non è né buona né cattiva: dipende dalla bontà delle ragioni che i sindacati in concreto intendono far vale re e dalle condizioni che essi pongono per l’ accordo. Ed è del tutto legittimo, oltre che utile per la dialettica democratica, che destra e sinistra sul punto possano all’ occorrenza discordare, in modo che con l’ alternarsi delle maggioranze si pos sano sperimentare, nelle condizioni date, vantaggi e svantaggi concreti dell’ una e dell’ altra linea. Nel Libro bianco dell’ ottobre scorso la scelta del «dialogo sociale» invece della concertazione è stata enunciata esplicitamente. Ma è stata coniu gata con un programma di riforme che metteva al primo posto una serie di misure volte a far funzionare meglio il mercato del lavoro. Alla modifica della disciplina dei licenziamenti si accennava soltanto come a un tema da affrontare in un secondo tem po, nella consapevolezza che su di esso il contrasto con i sindacati sarebbe stato più aspro. Era una scelta prudente, adatta a un governo di centrodestra che su questa linea muoveva i primi passi. Senonché, il Libro bianco era ancora fresco di stamp a quando Berlusconi e Maroni hanno improvvisamente deciso di introdurre nel loro disegno di legge le famose tre deroghe all’ articolo 18. Hanno scelto, cioè, la linea dura; e così facendo hanno ottenuto il risultato di mettersi contro l’ intero movim ento sindacale, dalla Cgil alla Ugl, unito e determinato come non lo era mai stato nella storia della Repubblica, in uno scontro frontale di inusitata durezza. Il governo avrebbe potuto permettersi di affrontare un braccio di ferro di questa portata se fosse stato sorretto da una maggioranza compatta; ma, come è noto, sulla modifica dell’ articolo 18 la maggioranza non lo è affatto. Ora il movimento sindacale vuole, comprensibilmente, mettere a frutto il vantaggio tattico regalatogli dall’ error e politico del governo, costringendolo a tornare al metodo della concertazione. Per farlo, però, deve offrire una sponda a quella parte della maggioranza che non vuole lo scontro frontale. Deve dunque presentarsi alla trattativa con una propria propo sta pragmatica e costruttiva, attenta al confronto con i Paesi nostri partner comunitari, che tenga conto delle sollecitazioni ripetutamente rivolte all’ Italia su questo terreno dall’ Unione europea, anche in questi ultimi giorni. Sarebbe ragionevol e pensare, ad esempio, a una riduzione della rigidità effettiva della disciplina dei licenziamenti per motivi economici, compensata da un aumento dei trattamenti di disoccupazione e da un rafforzamento dei servizi ai lavoratori nel mercato, da un ini zio di estensione di tutele ai lavoratori che oggi ne sono del tutto privi e da una rinuncia del governo all’ ampliamento dei rapporti di lavoro precari, previsto nel suo disegno di legge. In ogni caso, al sindacato occorre una proposta che mostri al Paese la sua capacità progettuale e con essa la possibilità e utilità di un ritorno al metodo della concertazione. Quel metodo può affermarsi come il migliore solo se il governo ha di fronte un sindacato che riconosce i difetti gravissimi di funzion amento del nostro mercato del lavoro rispetto a quello degli altri Paesi europei e sa farsi promotore delle riforme urgentemente necessarie per eliminarli.